Disuguaglianze economiche

 

Le disuguaglianze economiche riguardano le disparità nei redditi (da lavoro, d’impresa, da capitale), nella ricchezza privata (finanziaria, imprenditoriale e immobiliare), nel lavoro (accesso a un lavoro adeguato alle proprie capacità, retribuzione, rischiosità, soddisfazione e grado di autonomia) e nelle conseguenti condizioni materiali di vita. Le disuguaglianze economiche si spingono fino a determinare e rendere croniche situazioni di  povertà.

 

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Disuguaglianze sociali

 

Per disuguaglianze sociali si intendono, in primo luogo, disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi fondamentali come sanità e istruzione, cura sociale, mobilità e sicurezza, nell’opportunità di vivere (per via dei differenziali del costo della vita e delle abitazioni, dell’origine sociale o etnica) nei luoghi dove si concentrano creatività e socializzazione e nella possibilità di fruire del capitale comune (ambiente salubre, paesaggio, cultura). A queste disuguaglianze se ne aggiunge un’altra che con esse interagisce: la diseguaglianza di status e di considerazione che deriva   dalle disparità di potere. Le relazioni di autorità formale che rispondono a esigenze di coordinamento e sono quindi legittimate, non costituiscono “dominazione”, ma (come osserva Elizabeth Anderson,  in Private Government, 2017, Princeton University Press) nella sfera economica  e   nelle imprese  le  diseguaglianze di potere raggiungono dimensioni tali da permettere l’abuso di autorità, e da trasmettere l’idea che le persone appartengono a categorie il  cui status  è incomparabile, e  che chi occupa posizioni inferiori non sia degno di rispetto e sia da considerare come un ostacolo al benessere e ai percorsi dei primi. Ne è recente esempio il contenuto di diversi Rapporti di autovalutazione di scuole secondarie superiori in cui caratteristiche di fatto, che è importante mettere in evidenza, quali “l’assenza di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale – come ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate” o l’”omogeneità socio-economica dell’utenza … su livelli medio-alti” sono considerate “opportunità” per una didattica personalizzata o per il dialogo scuola-famiglia.

 

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Disuguaglianze di riconoscimento

 

Per disuguaglianze di riconoscimento si intendono disuguaglianze nella misura in cui il ruolo, i valori e le aspirazioni della persona sono riconosciuti da parte della collettività e della cultura generale (per la teoria del riconoscimento, si vedano le analisi di Axel Honneth, nella scia di Jurgen Habermas). Due esempi. Un operaio di un’impresa meccanica italiana che esporta e che, con molte altre, regge la competizione internazionale e permette al paese di pagarsi le importazioni di materie prime, non vede oggi riconosciuto questo suo ruolo (le sue sfide, le sue soddisfazioni, le sue fatiche, i suoi risultati), vista l’assenza del “lavoro manifatturiero” dal confronto culturale e politico prevalente, dalla rappresentazione positiva del paese – se ne parla solo quando le aziende sono in crisi o per evocare scenari apocalittici di fabbriche senza lavoro (sospesi fra approvazione incondizionata dell’automazione e luddismo). Un giovane, studente o lavoratore agricolo o disoccupato, di un’area rurale con paesaggi, qualità potenziale di vita e studio e opportunità agro-silvo-pastorali e turistiche elevate (quasi un terzo del territorio nazionale) non vede oggi riconosciuti il proprio ruolo e i propri valori se non come un residuo nostalgico del “passato comunitario” che possa intrattenere (amenity) i cittadini delle città ai quali appartiene il “futuro cosmopolita”.

 

In entrambi i casi, la disuguaglianza di riconoscimento (rispetto agli “altri”) tende anche a tradursi in disuguaglianze economiche e/o sociali, perché dal mancato riconoscimento derivano scarso potere negoziale e scarsa considerazione nel disegno delle politiche. Ma le disuguaglianze di riconoscimento pesano di per sé perché mortificano la dignità delle persone e creano senso di esclusione. Le disuguaglianze di riconoscimento divengono così una leva importante di paura, risentimento e rabbia e della dinamica autoritaria.

 

Le disuguaglianze di riconoscimento hanno una forte dimensione territoriale. Assai spesso chi vive nelle periferie, come in aree rurali interne o in centri urbani minori avverte di vivere in luoghi senza una prospettiva, lontani dai flussi di innovazione e dai centri di decisione. Quasi “non-luoghi”. Non a caso è in questi luoghi che più forte si sta manifestando la deriva autoritaria.

 

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Le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento sono assai elevate e sono cresciute negli ultimi trenta anni.

 

Per quanto riguarda le disuguaglianze economiche, una gran mole di dati documenta il loro sistematico peggioramento per il complesso dei paesi industriali o Occidentali nell’ultimo trentennio. Gli indici di diseguaglianza di reddito e di ricchezza, che erano migliorati nel dopoguerra e fino a tutti gli anni settanta, mostrano un peggioramento progressivo dagli anni ‘80, comunque vengano misurati: misura sintetica di dispersione dei redditi (indice di Gini), divari di crescita dei redditi per fasce di reddito, misure varie di povertà, quota dei redditi totali dell’1% o 1‰ con massimo reddito, misure di concentrazione della ricchezza (cfr. Anthony Atkinson, Joe Hasell, Salvatore Morelli, Max Roser, 2017  e Anthony Atkinson, 2015).  Assai elevata e in forte crescita è in particolare la concentrazione della ricchezza privata (cfr. Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Cambridge MA, Harvard University Press, 2014; and Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Gabriel Zucman (ed.)  World Inequality Report 2018). Questo fenomeno riguarda il complesso del mondo: l’1% più ricco concentra oggi una quota del reddito mondiale stimata fra il 15% (sulla base delle rilevazioni delle indagini nazionali) e il 30% (integrandole con stime dei redditi non dichiarati e della ricchezza nascosta); e circa il 50% della ricchezza mondiale (cfr. Branko Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016, tav. 1.1).

 

Anche in Italia, le disuguaglianze economiche sono elevate e mostrano un trend crescente (cfr. figura allegata e Chartbook of economic Inequality,  e il materiale raccolto nel Documento di sintesi dei tre workshop preparatori del Forum organizzati dalla Fondazione Basso.  La disuguaglianza di reddito è in aumento dall’inizio degli anni ’80. La disuguaglianza di reddito disponibile misurata dall’indice di Gini è inferiore a quella degli altri tre membri mediterranei dell’Unione Europea, ma è superiore a quella di Francia e Polonia e assai superiore a quella della Germania, dei paesi nord-Europei e dei membri centro-europei dell’UE appartenenti all’ex-blocco-sovietico. La crisi ha ridotto i redditi familiari lungo tutta la distribuzione ma ha avuto effetti più forti soprattutto per le fasce meno abbienti o povere. Nel 2014 il 10% di italiani con il reddito più basso aveva, in media, a disposizione un reddito inferiore di circa un quarto rispetto a quello del 2008. Circa un cittadino ogni 8 vive in condizione di grave deprivazione materiale. Nel 2016 il 30% dei residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale (cfr. ISTAT, La povertà in Italia, 2017). Fortemente cresciute, rispetto agli anni ’80, sono le quote di reddito e di ricchezza detenute dall’1% più ricco, passate rispettivamente dal 6,9% al 9,4%, la prima, e dall’11% al 21%, la seconda (cfr. Anthony Atkinson, Joe Hasell, Salvatore Morelli, Max Roser, 2017 ).

 

Disuguaglianze economiche in Italia dagli anni ’80 a oggi

Le disuguaglianze sociali sono ben misurate in tutta l’Unione Europea dall’indagine EU-SILC. E mostrano l’insuccesso dell’Unione in questi ultimi venti anni, anche prima della crisi, di garantire l’estensione a tutti i cittadini Europei dei benefici dell’apertura dei mercati (cfr. ad esempio http://www.delorsinstitute.eu/011-25508-Solidarite-2-0.html). Anche in Italia, le disuguaglianze sociali sono elevate (cfr. Documento di sintesi dei tre workshop preparatori del Forum ). È vero per l’accesso a servizi come gli asili nido, ma anche per la qualità della salute, che in Italia, come in altri paese, è fortemente influenzata dal livello di istruzione. La riduzione e riorganizzazione della spesa pubblica per la non autosufficienza ha accresciuto la dipendenza della gestione e del finanziamento del processo di cura dalle famiglie, incrementando così il rischio di povertà delle famiglie coinvolte nella cura degli anziani. La disuguaglianza nell’accesso ai servizi fondamentali e nella loro qualità ha una forte dimensione territoriale.

 

Le disuguaglianze di riconoscimento sono meno analizzate, perché riguardano un fenomeno di difficile misurazione, ma le conseguenze di queste disuguaglianze sono colte da indagini di campo e sono visibili sul terreno politico: proprio le fasce sociali che si sentono perdenti su questo fronte appaiono più vicine, al momento del voto, ai nuovi movimenti che identificano nell’apertura delle frontiere e dei mercati, nella globalizzazione e nelle migrazioni le cause dei loro problemi. Lo si vede da tempo nel caso del lavoro operaio. Lo si è constatato di recente con riguardo alle popolazioni delle aree rurali. Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, una ricerca condotta nel Wisconsin (swing state nelle elezioni presidenziali del 2016) negli ultimi dieci anni (Katherine J. Cramer, The Politics of Resentment, Chicago University Press, 2016) conclude: “the people … felt disrespected … people in the city … don’t understand what rural life is like, what’s important to us … they think we are bunch of redneck racists … all of them felt treaded o, disrespected and cheated out of what they felt deserved”. In Italia, le testimonianze raccolte durante la costruzione della Strategia per le aree interne confermano il quadro. È inoltre significativo che le disuguaglianze di riconoscimento siano state colte e studiate come fattore determinante nel produrre una dinamica autoritaria da Karen Sennert nel 2005 nel suo The Authoritarian Dynamic, e che ciò le abbia consentito di prevedere con oltre dieci anni di anticipo l’onda attuale. Le comunità e i gruppi dei non riconosciuti tendono ad essere attratti più dalla chiusura e dal rancore, piuttosto che dall’apertura e dalla cura. Vivono con sospetto e fastidio ogni forma di ospitalità.

 

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Reddito di mercato

 

Il reddito di mercato rappresenta il reddito che si ottiene sul mercato, in breve, la somma fra redditi da lavoro e redditi da capitale.

 

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Reddito disponibile

 

Il reddito disponibile rappresenta il reddito di mercato al netto di imposte e contributi sociali e al lordo dei trasferimenti monetari.

 

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Indice di Gini

 

L’indice di Gini è una misura della disuguaglianza relativa i cui valori vanno da 0 (quando c’è completa uguaglianza e tutti godono dello stesso reddito) a 100 (quando c’è massima disuguaglianza e un’unica persona gode di tutto il reddito).

 

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Povertà

 

La povertà delle persone può essere valutata tenendo conto delle loro condizioni di vita (si parla allora di  grave deprivazione materiale) o prendendo in considerazione il loro reddito (povertà monetaria). In questo secondo caso si distingue fra povertà monetaria assoluta e relativa. La povertà assoluta indica la percentuale di individui che vive in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore ad una soglia definita come “il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza” (cfr. ISTAT ). La povertà relativa, o rischio di povertà, indica la percentuale di individui che vive in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore ad una soglia di povertà convenzionalmente fissata al 60% del reddito disponibile mediano delle famiglie nel paese di residenza. L’Unione Europea adotta e misura anche un indicatore di rischio di povertà o esclusione sociale. Per un esame di diverse misure della povertà cfr. Rolf Aaberge, Andrea Brandolini, Multidimensional Poverty and Inequality, Temi di Discussione, Banca d’Italia, 2014, n. 976.

 

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Grave deprivazione materiale

 

Condizione di vita utilizzata come segnale di povertà. Una persona è in questa condizione se vive in una famiglia in cui si manifestano almeno quattro dei seguenti sintomi di disagio: non potere riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potere sostenere una spesa imprevista; non potersi permettere un pasto proteico almeno due volte al giorno; non potersi permettere una settimana di ferie all’anno fuori da casa; non potersi permettere un televisore a colori, ovvero una lavatrice, ovvero un’automobile, ovvero un telefono; essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito.

 

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Rischio di povertà o esclusione sociale

 

In questa condizione viene riconosciuta la quota di persone che vivono in famiglie che si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale, a bassa intensità di lavoro (ovvero dove il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia e il totale dei mesi teoricamente disponibili per attività lavorative nell’anno è inferiore a 0,2). Questo indicatore è stato disegnato e adottato dall’Unione Europea come principale strumento per misurare l’entità della popolazione più colpita dalle disuguaglianze economiche, indirizzare le politiche sociali e misurarne l’efficacia.

 

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Colpiscono ancora in modo particolare le donne

 

Le disuguaglianze colpiscono ancora più le donne degli uomini. Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite “UN Women”, ad esempio, le donne sono ancora pagate il 23% in meno rispetto agli uomini e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro riporta che il 71% delle vittime di lavoro forzato e/o costrette in un matrimonio contro la loro volontà sono donne o bambine (ILO, Walk Free Foundation, International Organization for Migration, Global estimates of modern slavery: forced labour and forced marriage, 2017).

 

Anche in Italia le disuguaglianze colpiscono più le donne degli uomini (cfr. ISTAT, Indagine conoscitiva sulle politiche in materia di parità tra donne e uomini, 2017). Particolarmente forti sono le differenze nel mercato del lavoro: il divario fra il tasso di occupazione delle donne e degli uomini resta pari a 18 punti percentuali (con un rallentamento, negli ultimi anni, del processo storico di riduzione), il valore massimo dell’Unione Europea dopo la Grecia; la quota di donne impiegate in un part-time involontario era nel 2016 tre volte superiore rispetto a quella degli uomini (19% per le donne, 6,5% per gli uomini). Assai elevati sono i divari retributivi donne-uomini: del 40% per le donne con un basso livello di istruzione, del 28% per le laureate. Per quanto riguarda le posizioni apicali, le donne rappresentano: nel comparto privato, il 26% degli imprenditori e il 31,6% delle posizioni nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in borsa (per effetto di intervento normativo); nel comparto pubblico, il 30,7% dei parlamentari eletti nelle elezioni 2013 (anche qui per effetto di intervento normativo), il 13,7% dei Sindaci, il 14,4% dei “vertici istituzionali” della Pubblica Amministrazione (incluse Università, organi costituzionali, etc.). Queste differenze appaiono ancora più forti se confrontate con i migliori risultati ottenuti dalle donne in termini di istruzione: la percentuale di adulti con almeno un titolo di studio per le donne è del 62%, 4 punti percentuali in più rispetto agli uomini, e le donne laureate nella fascia d’età 30-34 costituiscono il 32% contro il 20% degli uomini. Secondo gli ultimi dati ISTAT (La povertà in Italia, 2017) nel 2016 erano 2,5 milioni le donne in condizioni di povertà assoluta e 4.3 quelle a rischio di povertà: sebbene l’incidenza della povertà, comunque misurata, nel 2016 risulti quasi identica per uomini e donne, per i primi si è registrato un calo rispetto all’anno precedente, per le seconde è aumentata.

 

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Forte dimensione territoriale

 

In tutto l’Occidente, le disuguaglianze territoriali si sono accresciute nell’ultimo ventennio.

Un’analisi OCSE mostra che fra 1995 e il 2014 il divario di produttività fra le regioni più avanzate e il 10% più arretrato è cresciuto del 60% nel complesso OCSE e del 56% nella sola Unione Europea (cfr John Bachtler, Joaquim Oliveira Martins, Peter Wostner, Piotr Zuber, Towards Cohesion Policy 4.0, Regional Studies Association, 2017). Le persone maggiormente colpite dall’aumento delle disuguaglianze sono concentrate dal punto di vista territoriale nelle periferie, nelle piccole città e nelle vaste aree rurali di ogni paese, spesso con un’alimentazione reciproca del degrado sociale e del degrado ambientale. L’importanza crescente di queste faglie territoriali si sta progressivamente imponendo al pubblico confronto (su questo cfr. Fabrizio Barca, Disuguaglianze, rabbia e dimensione territoriale. La faglia-città campagna, le cause e la strategia italiana per affrontarla, conferenza “Trends in inequality”, Istituto Cattaneo, Bologna, 2-4 novembre 2017; ).

 

Le forti disuguaglianze economiche e sociali all’interno delle aree urbane sono ampiamente documentate. Esse discendono dal fatto che le esternalità positive e negative delle agglomerazioni urbane, ben misurate per tutti i paesi Europei dal recente Rapporto della Commissione Europea assieme a UN-Habitat, The State of European Cities, riguardano fasce diverse della popolazione. I vantaggi, come i centri universitari e di ricerca o l’interazione fra lavoratori con elevate competenze, riguardano alcuni; gli svantaggi, come abitazioni affollate e degradate, alta insicurezza, inquinamento ambientale e acustico, segregazione, riguardano altri. Questi “altri” avvertono anche forti e crescenti disuguaglianze di riconoscimento. 

Per quanto riguarda le aree rurali – che raccolgono ancora in Europa e Nord-America circa il 28% della popolazione – esse presentano un più elevato rischio di povertà ed esclusione sociale delle aree urbane (cfr ancora The State of European Cities), anche se il divario si è andato restringendo durante la crisi. Ma sono soprattutto sfavorite in termini di disuguaglianze sociali e di riconoscimentoche mostrano ora forti effetti politici e in termini elettorali (cfr. Andrés Rodríguez-Pose 2018, The revenge of the places that don’t matter). In Italia, dove la “Strategia nazionale aree interne” ha introdotto il concetto misurabile di aree interne (ossia distanti dai servizi fondamentali), si osservano in queste aree divari significativi rispetto alla media nazionale in termini di accesso e qualità dei servizi essenziali: l’intervallo allarme (numero di minuti che intercorre tra l’inizio della chiamata telefonica alla Centrale Operativa e l’arrivo sul posto del primo mezzo di soccorso) è pari a 25 minuti contro 16; la mobilità dei docenti nella secondaria di I grado è di circa il 50% più elevata; la percentuale di classi della secondaria di I grado con meno di 15 studenti è di circa il 35% contro l’8%; e la percentuale di popolazione dotata di banda larga a rete fissa con capacità effettiva di almeno 20 mb per secondo è attorno al 40% contro il 65%. Questi divari sono in forte misura originati dal mancato riconoscimento da parte delle elites urbane che esercitano potere politico ed economico delle specificità di questi territori, della natura dei servizi che essi richiedono e delle opportunità che le nuove tecnologie e altri cambiamenti in atto offrono loro. I cittadini di queste aree sono spinti a considerare i propri valori e pratiche come piacevoli segni del passato, da preservare magari per l’intrattenimento dei flussi di cittadini urbani o cosmopoliti, ma non come “valori in sé”, da rigenerare per il futuro.

 

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Paesi non-occidentali che pure hanno visto ridurre la disuguaglianza di reddito con l’Occidente

 

Mentre all’interno dell’Occidente le diseguaglianze crescevano, per la prima volta, almeno dall’800, la diseguaglianza complessiva di reddito del mondo (fra le persone, misurata dall’indice di Gini, sulla base di 600 indagini nazionali relative a 120 paesi, più del 90% della popolazione mondiale) si è ridotta al di sotto del picco storico raggiunto fra anni ’70 e ’90 (Cfr Branko Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016, p. 119; disponibile in italiano come Ingiustizia globale – Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, LUISS University Press, 2017). Questo fenomeno è dovuto in larga misura al fatto che, anche in presenza di condizioni concorrenziali e di un’accresciuta libertà di circolazione, Cina e India sono tornate, con una veloce industrializzazione, sulla frontiera dello sviluppo.

 

Ciò ha dato impulso all’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone e alla formazione di un nuovo ceto medio, vasto oggi come quello dell’Occidente. In termini di crescita del reddito, fra il 1988 e il 2008, questa fascia della popolazione mondiale (che si trova al centro della distribuzione mondiale del reddito, fra il settimo e quattordicesimo ventile ed è concentrata in Asia) ha avuto gli incrementi percentuali massimi, proprio mentre il ceto medio (o medio-basso) dell’Occidente (che si trova nella parte alta della distribuzione del reddito mondiale, fra il quindicesimo e il diciannovesimo ventile ed è concentrato per ¾ in Europa-USA-Giappone-Australia) aveva incrementi percentuali minimi o nulli. Questa diversa dinamica dà luogo alla gobba alta e alla proboscide declinante dell’”elefante”, il grafico con cui la ricostruzione statistica di Milanovic è uscita dalle stanze chiuse dell’accademia. Il fenomeno si è rafforzato con l’avvio della crisi.

 

Crescita % dei redditi reali pro-capite secondo il livello di reddito, 1988-2008

Fonte: Branko Milanovic,  Ingiustizia globale – Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media. LUISS University Press, 2017.

Ma questa descrizione coglie solo una parte di ciò che è avvenuto.

 

In primo luogo, la disuguaglianza (di reddito e ricchezza) fra nazioni (il “premio di cittadinanza”, come lo definisce Milanovic) resta la principale componente della disuguaglianza mondiale. Inoltre, gli studiosi delle dinamiche differenziate di industrializzazione all’interno de campo non-occidentale, suggeriscono che nuove faglie si apriranno fra i paesi in relazione a due fattori: la diversa capacità, nella fase di crescita tirata dalle esportazioni, di non restare confinati in settori limitati e “sottili” e di allargare invece la matrice di offerta; la diversa capacità di passare rapidamente da una crescita tirata dalle esportazioni (esposte alla volatilità del quadro internazionale) a una tirata dalla domanda interna, come ha fatto la Cina (con un calo fra il 2006 e il 2016 della quota di esportazioni sul PIL da 35 a 15%) (cfr. ad esempio, Livio Romano, Fabrizio Traù, The nature of Industrial Development and the Speed of Structural Change, in “Structural Change and Economic Dynamics, n.42, 2017) .

 

In secondo luogo, mentre la distribuzione del reddito mondiale si appiattiva nella parte centrale, si ampliava ai suoi estremi: la coda discendente dell’elefante, la punta a risalire della sua proboscide. Ricchi sempre più ricchi; poveri sempre più poveri:

 

  • Le persone nel primo centile (top 1%) della distribuzione del reddito hanno visto crescere percentualmente il proprio reddito quanto i più fortunati del nuovo ceto medio asiatico, e poiché partivano da livelli straordinariamente più elevati, questo è bastato loro per acquisire, fra 1988 e 2008, ben 1/5 dell’intero incremento del reddito mondiale. (Il complesso del 5% più affluente della popolazione mondiale ha acquisito nello stesso periodo oltre 1/3 di tale incremento). Sempre a livello mondiale, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha visto crescere in misura assai elevata la propria quota di ricchezza privata, arrivando a controllare quasi la metà di quest’ultima. Il fenomeno ha riguardato sia l’Occidente, sia i paesi non occidentali. Secondo le stime di Milanovic, la ricchezza degli iper-ricchi (oltre due miliardi di dollari di ricchezza netta) è raddoppiata in termini di reddito mondiale fra il 1987 e il 2013. In Asia il numero dei miliardari è in costante crescita (da 520 a 637, solo fra il 2016 e il 2017, secondo l’ultimo report di UBS e PWC, Billionairs 2017)
  • All’estremo opposto della distribuzione, sta la stazionarietà assoluta e il peggioramento relativo delle condizioni della parte più povera della popolazione mondiale. Grandi masse di persone (circa 800 milioni) vivono al di sotto della soglia mondiale di povertà (l’equivalente di 1,90$ negli USA) e un numero ancora più elevato (900 milioni) vive appena al di sopra di questa soglia, (con un reddito compreso tra l’equivalente di 1,90$ e 3,20$ negli USA) (cfr. Oxfam, Ricompensare il lavoro, non la ricchezza, 2018). Neanche il lavoro riesce a garantire condizioni di vita dignitose; secondo l’ILO (ILO, World Employment and Social Outlook, 2017) sono 1,4 miliardi le persone che lavorano ma vivono in condizioni di povertà o vulnerabilità, e nella maggior parte dei casi si tratta di donne e giovani. Nella stessa Asia, dove si è concentrata l’emersione di un nuovo ceto medio, è stimato in oltre un miliardo il numero di persone in condizioni di lavoro precario o vulnerabile. In molti casi, il lavoro è ancora pericoloso e nocivo per la salute; ogni anno muoiono quasi 3 milioni di persone a causa di incidenti sul lavoro o per patologie ad essi riconducibili (cfr. Oxfam, Ricompensare il lavoro, non la ricchezza, 2018). Inoltre, nello stesso periodo, un’intera parte del mondo, il continente africano, ha visto in larga misura immutata o addirittura peggiorata la propria situazione, con conseguenti disastri umani e la creazione di condizioni per le massicce migrazioni in atto.

 

Non meno rilevante è la terza qualificazione. La disuguaglianza interna alle nazioni si sta ampliando, non solo in Occidente, ma anche nei paesi in cui il reddito medio si è avvicinato a quello medio mondiale. Questa polarizzazione interna a tutti i paesi ha una forte dimensione territoriale, megalopoli vs. aree rurali (in Asia il 70% dei poveri è concentrato in aree rurali) e periferie vs. centri urbani. Questa polarizzazione interna ai paesi emergenti contribuisce alla polarizzazione mondiale fra i ricchi e i poveri.

 

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Ingiustizia

 

L’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento calpesta l’uguale dignità (l’esser degni di uguale considerazione e rispetto) delle persone, rompe il rapporto tra possesso di mezzi e bisogni, tradisce le aspettative basate sull’uguaglianza di opportunità, ed equivale ad una compressione della libertà sostanziale di grandi masse di persone. In sostanza, ripropone con forza la questione della giustizia sociale, in termini di libertà e autonomia delle persone, imparziale distribuzione di risorse e capacità e equità nei risultati e nei destini individuali.

 

L’ingiustizia non è solo l’esito delle disuguaglianze odierne. Ne è anche la causa. All’origine delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento con le quali oggi conviviamo, vi sono cambiamenti profondi avvenuti nel modus operandi delle principali istituzioni sociali, compresi mercato e imprese, i quali violano l’uguaglianza di considerazione e rispetto dovuta a ciascun individuo. Come ammonisce John Rawls, il disegno delle istituzioni sociali fondamentali è determinante ai fini di una distribuzione equa dei vantaggi e dei costi della cooperazione sociale. Disegni improntati all’equità sono incompatibili con disuguaglianze elevate, che altro non sancirebbero se non il peso di fattori arbitrari da un punto di vista morale quali il caso e il potere.

 

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Effetti negativi sullo sviluppo

 

Vecchie e nuove disuguaglianze hanno ripercussioni negative su tutti gli aspetti dello sviluppo. In primo luogo, evidentemente, deprimono l’inclusione sociale, ossia la possibilità di portare il massimo numero di persone al di sopra di una soglia socialmente accettabile in tutte le dimensioni di vita. In secondo luogo, le disuguaglianze possono deprimere la stessa crescita della produttività di mercato. Questo accade quando la disuguaglianza economica è causata da disuguaglianze nelle opportunità: in questo caso le aspirazioni degli individui e la loro possibilità di esprimere il potenziale di lavoro o imprenditoriale tendono a essere limitati e quindi l’allocazione delle risorse che ne risulta non è quella efficiente. La crescita economica può essere inferiore a quella potenziale se, ad esempio, sono gli individui meno talentuosi a godere di migliori opportunità; mentre sono ostacolati gli investimenti (in attività imprenditoriali o in istruzione) di coloro i quali non sono dotati di sufficienti risorse economiche. Forti disuguaglianze, specie se concentrate territorialmente, mettono a repentaglio l’ambiente, perché la povertà impedisce alle persone di darsi carico degli effetti futuri delle proprie azioni sul contesto ambientale e paesaggistico e riduce il loro potere negoziale nel resistere a lavori o attività nocivi, oltre che per sé stessi, per il contesto ambientale.

 

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Disuguaglianza nelle opportunità

 

La disciplina economica che analizza la misurazione delle disuguaglianze si è concentrata assai sulle disuguaglianze di opportunità, distinguendo le differenze nei risultati raggiunti dalle persone in due componenti: la parte dovuta a circostanze fuori dal controllo delle persone stesse (es. età, genere, etnia, contesto territoriale, contesto familiare, ecc.) e quella per cui le persone possono essere considerate responsabili (es. sforzo, impegno). Le disparità legate alle circostanze e alle condizioni di partenza influenzano negativamente le opportunità reali degli individui e sono dunque considerate ingiustificate.

 

Si tratta di domande centrali per il Forum perché colgono un profilo decisivo dell’articolo 3 della Costituzione Italiana. Al tempo stesso, la non accettabilità delle disuguaglianze non può limitarsi a quelle causate dalle circostanze, ossia dalle disparità ex-ante o condizioni iniziali. È necessario prendere in considerazione anche le disuguaglianze finali. Questo punto è chiaramente illustrato da Anthony Atkinson (cfr. Inequality. What can be done?, 2015, Harvard University Press). Atkinson utilizza la metafora di una corsa agonistica; è fondamentale garantire a tutti l’opportunità di prendere parte alla gara ad eguali condizioni, ma cosa succede quando la gara è iniziata? A parità di sforzo un corridore può essere sfortunato e inciampare rompendosi una gamba; e anche se nessuno si fa male la remunerazione del premio finale è estremamente iniqua: il vincitore prende tutto, spesso per una differenza marginale di nanosecondi, e questo ha ripercussioni enormi. È sempre giustificata, giusta, sostenibile la disparità di remunerazione, nonostante tutti i partecipanti abbiano posto pari sforzo e impegno negli allenamenti e nella corsa? In sintesi, “ridurre le disuguaglianze dei risultati è rilevante anche per coloro i quali hanno come obiettivo ultimo le uguaglianze nelle opportunità cfr. John Roemer, Equality of Opportunity, Harvard University Press, 1998).

 

La necessità di considerare anche le disuguaglianze finali è accentuata dalla estrema difficoltà che, nei fatti, si incontra nella distinzione fra le due componenti, fra quanto è dovuto alle circostanze e quanto è dovuto all’impegno.

 

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Paura, risentimento e rabbia

 

Questi sentimenti derivano direttamente dalle tre tipologie di disuguaglianze  economiche, sociali e di riconoscimento. Una parte crescente della popolazione – gli ultimi, i penultimi e i vulnerabili – avverte, in primo luogo, una minaccia economica alla sicurezza del proprio lavoro e alle prospettive di reddito, per sé e per i propri figli, tende a identificarne la causa in cambiamenti fuori del nostro controllo – tecnologia dell’informazione; globalizzazione e finanziarizzazione; migrazioni – e volge contro di essi il proprio risentimento. A questa si aggiunge la percezione di una minaccia sociale – la minaccia che peggiori ancora la propria capacità di accesso ai servizi o la loro qualità – e di una “minaccia normativa”: la percezione che i propri valori e ruoli non siano riconosciuti o siano addirittura denigrati. Da questo insieme di paure, risentimenti e rabbie deriva una dinamica autoritaria.

 

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Ultimi, penultimi, vulnerabili, resilienti e primi

 

La ripartizione della società in cinque gruppi adottata dal Forum (ultimi, penultimi, vulnerabili, resilienti e primi) riflette la difficoltà dell’analisi economica, sociale e antropologica della società di pervenire, di fronte alla sua frammentazione, ad una lettura unificante e soddisfacente, come è stata a lungo la lettura in “classi” imperniata sul ruolo della persona nel processo capitalistico di produzione.

 

Già Saul Alinsky, fondatore del “community organising” negli Stati Uniti, di fronte alla frammentazione della società americana, faceva ricorso a cavallo fra anni ’60 e ’70 ad una semplificazione in tre gruppi: “chi ha”, “chi ha poco e vorrebbe di più” e “chi non ha” (cfr. Rules for Radicals, Vintage,1971). La scelta fatta dal Forum, si ispira ed evoca in parte la posizione della persona nella distribuzione del reddito – su cui abbiamo oggi più informazioni di un tempo – ma vuole enfatizzare anche il profilo dinamico, la capacità o incapacità della persona di affrontare i cambiamenti in atto nella tecnologia, nella globalizzazione, nelle migrazioni, nel clima, e le sue aspettative. Si tratta di una categorizzazione debole, soggetta a critiche e ad essere auspicabilmente modificata anche attraverso il lavoro dello stesso Forum, ma serve per capirci all’interno del progetto e per dialogare con gli altri e si è rivelata sin qui un utile strumento di lavoro.

 

Ecco dunque i tratti principali di ognuna delle categorie:

 

  • Ultimi. Sono le persone nella coda più bassa della distribuzione di reddito e ricchezza, che vivono in condizioni di povertà ed esclusione sociale, che avvertono di essere irrimediabilmente trascurati, se non vituperati, dal grosso della società. Tende a trovarsi in questo stato una parte cospicua della popolazione immigrata, ma anche fasce significative della popolazione che è italiana da più generazioni. In diverse aree del Paese, soprattutto nel Sud, tale condizione porta a convincersi che la sola possibilità di uscire dalla condizione di povertà e, più in generale, di accedere a misure di sostegno consista nella rinuncia al “piano dei diritti” per scegliere quello dei favori.
  • Penultimi. Nella distribuzione del reddito vengono subito dopo gli ultimi, ma sono comunque colpiti da povertà o comunque di esclusione sociale. Comprendono persone che, colpite dalla crisi economica, dai cambiamenti in atto o da eventi imprevisti, ovvero trovatisi al di fuori di circuiti sociali e familiari di solidarietà, sono caduti, specie se privi o poveri di ricchezza privata, al di sotto della soglia di una vita dignitosa. Avvertono spesso risentimento anche verso gli ultimi, a cui si trovano accostati e che avvertono essere privilegiati dall’attenzione e azione pubblica, e verso il nuovo ceto medio dei paesi non occidentali, il cui successo vedono come origine della propria nuova condizione.
  • Vulnerabili. Con loro siamo nella grande fascia intermedia della distribuzione del reddito, tendenzialmente nella sua parte inferiore. Ma il loro tratto dominante è, appunto, la “vulnerabilità”, la difficoltà o incapacità (soggettiva o oggettiva) di reagire agli imprevisti, alla crisi economica, ai cambiamenti in atto nelle tecnologie, nella competizione globale, nell’apertura delle frontiere ai flussi migratori: lavoratori di aziende messe fuori mercato e con competenze obsolete; piccoli imprenditori agricoli o commerciali o dei servizi che non riescono ad innovare; giovani lavoratori marginali spiazzati dalla disponibilità di ultimi o penultimi di accettare condizioni ancora peggiori di lavoro; anziani e vecchi tagliati fuori da famiglie e comunità. Su questa vulnerabilità, oltre a debolezze soggettive, pesano fortemente le condizioni di partenza: l’assenza o carenza di un risparmio (ricchezza privata) che consenta di investire nel nuovo e di avere potere negoziale; un’istruzione modesta; l’assenza o carenza di una rete di relazioni; la scarsa accessibilità di servizi pubblici di qualità (in aree rurali o periferiche); una comunità di riferimento fragile. Si tratta del grosso del ceto medio che dagli anni ’80 ha visto fermarsi la crescita dei propri redditi, mentre andava emergendo il nuovo ceto medio dei paesi non-occidentali (cfr. Branko Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016).
  • Resilienti. Siamo ancora nella grande fascia intermedia della distribuzione del reddito, tendenzialmente nella parte più alta. Ma il loro tratto dominante è, appunto, la “resilienza”, la capacità di resistere, reagire e anzi avvantaggiarsi dei cambiamenti tecnologici, della competizione globale, nell’apertura delle frontiere ai flussi migratori. La capacità di fare questo non è solo legata a condizioni soggettive, ma dipende in forte misure dalle circostanze economiche e sociali della propria vita: la famiglia e il luogo di nascita; un risparmio o una ricchezza privata ereditata (o ereditabile) che consenta di investire nel nuovo e di avere potere negoziale; un’istruzione generale che permetta il riposizionamento; uno status e una rete di rapporti; l’accesso a buoni servizi pubblici; la conoscenza di una lingua; una comunità di riferimento robusta. la ricchezza, la qualità e le possibilità di istruzione, etc. Sono esempi di persone resilienti: i lavoratori di aziende che hanno potuto reagire agli shock esterni investendo in risorse umane; professionisti e piccoli imprenditori agricoli o commerciali o dei servizi che riescono ad innovare; giovani dei grandi certi urbani che possono permettersi di rifiutare lavori mortificanti e investire in nuove idee; anziani e vecchi inseriti in famiglie e comunità che costruiscono nuove soluzioni alla trasformazione demografica.
  • Primi. In questa categoria rientrano le persone che occupano la posizione più alta nella distribuzione del reddito e della ricchezza e comunque che esercitano un controllo sulle decisioni economiche, politiche o amministrative. L’inversione a U delle politiche pubbliche, la perdita di potere negoziale del lavoro, l’involuzione del “senso comune” avvenute nell’ultimo trentennio sono state in larga misura disegnate dai primi, in genere con l’appoggio dei resilienti, o comunque essi ne sono stati beneficiari, accrescendo ovunque la loro quota nella distribuzione del reddito e della ricchezza.

 

La separazione fra i luoghi di vita di queste diverse categorie riduce le loro possibilità di dialogo, contaminazione e reciproca influenza. La forte dimensione territoriale delle disuguaglianze trae fondamento e al tempo stesso riproduce questa segmentazione. Ultimi, penultimi e vulnerabili spesso imboccano una sorta di esodo dalla condizione di cittadinanza, che li deresponsabilizza rispetto ad ogni forma di azione collettiva. Nel contesto di una grave crisi dei partiti come luogo dove entrare in contatto e dialogare con resilienti e talvolta anche con i primi, queste tre componenti deboli della società restano subalterne alle decisioni e alle tendenze globali in atto, che avvertono come inevitabili e fuori del nostro controllo: perdendo fiducia nella possibilità di cambiamento delle politiche, tendono gradualmente a precipitare in una dinamica autoritaria.

 

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Dinamica autoritaria

 

Per “dinamica autoritaria” intendiamo, muovendo dalla definizione di Karen Stenner (The Authoritarian Dynamic, CUP, 2005), un insieme di atteggiamenti e comportamenti così riassumibile: intolleranza per la diversità; sfiducia in istituzioni ed esperti; desiderio di comunità chiuse; domanda di poteri forti capaci di vietare e sanzionare.  Questi tratti autoritari, chiaramente distinti e anzi in contrasto, come analizza Stenner, rispetto a posizioni conservatrici o di neo-liberismo economico, descrivono in modo preciso la reazione in atto in ampie masse popolari di tutto l’Occidente.

 

Secondo Stenner – che su queste basi l’aveva prevista sin dal 2005 – la dinamica autoritaria andrebbe ricondotta all’insieme di “minacce normative” che sono andate crescendo in Occidente: la sperimentazione e/o la percezione di non-rispetto per le autorità o l’essere le autorità immeritevoli di rispetto; la mancata adesione alle norme della comunità o la loro discutibilità; il venir meno di consenso sui valori e convincimenti della comunità; lo scatenamento della diversità (con globalizzazione e cosmopolitismo). Si tratta di fenomeni strettamente legati alle disuguaglianze di riconoscimento e in genere al crescere delle disuguaglianze: la concentrazione della dinamica autoritaria nelle periferie urbane ne nelle aree rurali, dove si concentrano le disuguaglianze , è indizio forte di questa connessione causale. Secondo Stenner, l’insieme di questi fenomeni avrebbe effetti diversi sulle persone a seconda della loro individuale predisposizione. Nei soggetti per predisposizione squilibrati a favore dell’“autorità di gruppo” rispetto all’“autonomia individuale” e all’“uniformità” rispetto alla “diversità”, queste minacce spingerebbero verso comportamenti di intolleranza politica, razziale morale e verso la richiesta di autorità forti, che ristabiliscano norme di gruppo e la conformità a esse. Questa è la reazione che oggi prevale e che si manifesta nella dinamica autoritaria.

 

Da un punto di vista sociale e politico, la prevalenza della dinamica autoritaria segnala che i soggetti messi a repentaglio dal cambiamento – ultimi, penultimi e vulnerabili– sono rimasti divisi e dunque (nel senso di Antonio Gramsci) subalterni: incapaci di costruire una visione condivisa fondata su una diagnosi del cambiamento avvenuto e di tradurre i loro sentimenti spontanei di ribellione in una direzione consapevole di avanzamento sociale.

 

È utile infine notare che , nel descrivere la reazione anti-istituzionale, di intolleranza e di domanda di poteri forti oggi in atto, il Forum non usa il termine “populismo”. Al di là dell’uso che se ne è fatto in Europa – fino a diventare sinonimo di “democrazia illiberale” o di fascismo – il termine “populismo” conserva, infatti, la matrice originaria che acquisì negli Stati Uniti da fine ‘800. Accanto al ribellismo contadino, esso equivalse alla difesa degli interessi del lavoro, a un forte contrasto della concentrazione della ricchezza e alla democratizzazione dello Stato federale. L’assenza di un’analisi del capitalismo condusse il movimento populista a produrre quasi ogni cosa: quadri dirigenti di sinistra e di destra e persino antisemitismo. Ma il suo revival con la grande crisi del 1929 partorì soprattutto la durissima indagine sulle banche di affari della Commissione Pecora del Senato USA che pose le basi per la separazione (nel 1933, con Roosevelt) fra banca d’affari e commerciale e per la creazione della Securities and Exchange Commission, due grandi leve della politica a cui dobbiamo la riduzione delle disuguaglianze nel dopoguerra.

 

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Mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’Unione Europea

 

L’Unione Europea, sin dalla sua originaria forma di comunità economica, ha come obiettivo fondante la pace e l’aumento della giustizia. È quanto dichiarano i Trattati. È la motivazione con cui, nel dopoguerra, l’Italia poté aderire al progetto compatibilmente con la Costituzione, che all’articolo 11 “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Una previsione pensata per consentire all’Italia l’adesione all’ONU, ma poi utilizzata per giustificare un’adesione (alla Comunità e poi all’Unione Europea) che riduce ben di più la sovranità nazionale. Con l’accelerazione del processo di unificazione che culmina con il Trattato di Maastricht, i suoi promotori sono subito consapevoli che questo processo tende in prima istanza a favorire i territori e le persone con migliori condizioni di partenza e dunque ad aprire faglie territoriali di disuguaglianza e si preoccupano di costruire i mezzi per evitarlo e per convincere tutti i cittadini che “l’Unione conviene”. Da allora, Trattati e Strategie dell’Unione Europea hanno ripetutamente ribadito che il trasferimento di poteri da parte degli Stati Membri sarebbe stato accompagnato da un impegno crescente ad assicurare in tutti i luoghi crescita di produttività e diritti sociali fondamentali, e che questo sarebbe stato il compito, del “coordinamento aperto” delle politiche nazionali, della tutela giudiziale e della politica di coesione.

 

Eppure, nonostante ciò e proprio come si era temuto, negli ultimi venti anni le disuguaglianze, soprattutto territoriali, sono fortemente cresciute e l’idea che la “cittadinanza europea” prevista dall’Unione consentisse nuovi diritti, e una riduzione dell’esclusione sociale si è andata spegnendo nella percezione dei cittadini dell’Unione. La reazione dell’Unione alla crisi del 2008, conducendo al taglio delle spese pubbliche per investimenti, istruzione e cura delle persone ha confermato questo giudizio dei cittadini, fino a individuare nell’Unione Europea la causa, non la soluzione, delle proprie disuguaglianze (cfr. ad esempio, in merito all’esito delle elezioni europee del 2014, Oliver Treib, The voters say no but nobody listens, Journal of European Public Policy, 2014).

 

Di recente, proprio il montare di una dinamica autoritaria, il risultato del Referendum inglese, il voto crescente ai partiti anti-Europei hanno spinto la classe dirigente dell’Unione a riaprire la strada verso un Europa sociale interrotta da tempo. Ed è stato approvato un documento di principi: lo European Pillar of Social Rights. Ma non basta più enunciare diritti se non sono messe risorse finanziarie e politiche a disposizione per assicurarli. Anche il l’incipiente negoziato europeo sul Bilancio post-2020 e segnatamente sulla politica di coesione è un’occasione concreta per verificare le intenzioni di una svolta.

 

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Non è l’effetto di cambiamenti fuori dal nostro controllo

 

Diverse sono le interpretazioni dell’aumento delle disuguaglianze nell’ultimo trentennio, specie dopo che Thomas Piketty (in Capital in the Twenty-First Century, 2014, Cambridge, MA: Harvard University Press), ha riportato opportunamente l’attenzione sulle disuguaglianze di ricchezza e sulle forze immanenti nel capitalismo che spingono verso un incremento delle disuguaglianze di ricchezza e reddito e ha poi suggerito che la riduzione di disuguaglianze del precedente quarantennio sarebbe piuttosto l’eccezione, essendo in larga misura dovuta alla distruzione di ricchezza fisica e finanziaria connessa alle due grandi guerre mondiali. Tenendo conto del dibattito sollevato (cfr. in particolare H. Boushey, J. B. Delong, M. Steinbaum, After Piketty. The Agenda for Economics and Inequality, Harvard University Press, 2017) e fra gli altri  dei contributi di Anthony Atkinson (Inequality. What can be done?, 2015, Harvard University Press) e Branko Milanovic (Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016), i promotori del Forum ritengono che l’incremento delle diseguaglianze sia in larga misura dovuto a scelte politiche, culturali ed economiche: un’inversione a U delle politiche, una perdita di potere negoziale del lavoro, e un cambiamento del senso comune – “Inequality Turn”, la chiama Atkinson. Così come nel periodo fra il 1945 e la fine degli anni ’70, alla riduzione delle disuguaglianze interne ai paesi occidentali avevano concorso in modo determinante movimenti sociali e politici e politiche pubbliche intenzionali.

 

Questa interpretazione non nega affatto le spinte che sono venute durante l’ultimo trentennio da profondi cambiamenti: apertura e integrazione dei mercati; tecnologia dell’informazione, automazione e incertezza in merito alla domanda futura di competenze; aumento della massa degli asset finanziari per unità di prodotto; modifiche nelle preferenze dei consumatori; movimento verso le città; migrazioni da povertà, guerre e dittature; accelerazione di trasformazioni ambientali, talora non reversibili. Molti di questi cambiamenti sono spesso riassunti nel termine elusivo di “globalizzazione”. Essi hanno costituito una sfida per tutti, per il sistema delle imprese (cfr. per una ricognizione approfondita relativa all’Italia, Luca Paolazzi, Fabrizio Traù, I nuovi volti della globalizzazione, Confindustria, novembre 2016) come per i lavoratori e i consumatori. In Occidente, le nuove opportunità di decentrare la produzione (attraverso investimenti diretti o l’acquisto di beni intermedi) e il repentino aumento dell’offerta di lavoro – un “esercito di riserva” quasi illimitato in Cina e India – hanno ridotto la capacità di conciliare elevata competitività industriale e retribuzioni dignitose, riducendo il potere negoziale del lavoro, con un potenziale effetto negativo sulle disuguaglianze. Di fronte a questi cambiamenti, le persone con minori mezzi, finanziari, di potere, di conoscenza e di relazioni, non sono riuscite a reagire. Altri, che quei mezzi avevano, non solo si sono difesi, ma hanno cercato nei cambiamenti l’occasione per nuove iniziative.

 

Tutto questo è vero. Ma l’apertura di una forbice così ampia fra vulnerabili e resilienti e fra ultimi-penultimi e primi non era scritta. Non erano scritte le regole mondiali della globalizzazione e non era inevitabile (in democrazia) il modo in cui le classi dirigenti hanno affrontato i cambiamenti: anziché anticipare che l’aggiustamento dei sistemi produttivi avrebbe lacerato il tessuto sociale e richiesto un impegno straordinario per accrescere le opportunità dei più deboli a reagire, hanno realizzato un’inversione a U delle politiche nella direzione opposta, hanno assecondato la perdita di potere negoziale del lavoro, hanno incoraggiato attraverso cultura e comunicazione un cambiamento del senso comune nella direzione di tollerare elevate disuguaglianze, quando non di colpevolizzare i poveri. “La globalizzazione – scrive Atkinson – è il risultato di decisioni assunte da organizzazioni internazionali, governi nazionali, grandi imprese, e da lavoratori e consumatori. La direzione del progresso tecnico è il risultato di decisioni di imprese, ricercatori e governo … Dobbiamo dunque impegnarci di più e chiederci dove le decisioni chiave siano prese” (p.82).

 

A conferma di questa tesi, Atkinson offre una lettura documentata della riduzione delle disuguaglianze del quarantennio post-bellico diversa da quella di Piketty. Egli ricorda che “il welfare state ha le sue origini nella globalizzazione del ‘900”: ovvero, che la globalizzazione storicamente è stata compatibile con, anzi ha indotto, battaglie per l’avanzamento sociale che hanno poi concorso a ridurre le disuguaglianze fino a tutti gli anni settanta. Un ruolo determinante nel ridurre le disuguaglianze hanno avuto in quel periodo i “rapporti di potere” e la cultura a essi connessa: l’aumento dei trasferimenti pubblici e la progressività fiscale, infatti, si accompagnano a un forte potere contrattuale dei sindacati, e ad un senso comune che ritiene primario l’obiettivo della piena occupazione, si oppone a eccessivi differenziali salariali e ritiene giusta la redistribuzione che riduca le disuguaglianze. Movimenti sociali e politici, cultura e politiche pubbliche intenzionali hanno fatto la differenza.

 

A conclusioni simili, non deterministiche, e che sottolineano il peso delle politiche e del rapporto di potere fra imprese e lavoro, arriva Milanovic. La distruzione di capitale finanziario e fisico dei conflitti bellici viene riconosciuta come un fattore importante nella caduta post-bellica delle disuguaglianze – il “fattore maligno” di quella riduzione, la definisce – ma i conflitti vengono interpretati come la conseguenza di medio-lungo periodo dell’elevata disuguaglianza di fine ‘800 – inizio ‘900. Privando il capitalismo di una domanda adeguata, l’elevata disuguaglianza avrebbe spinto – la lettura è di John Maynard Keynes – ad uno “scontro competitivo per i mercati”, che avrebbe prodotto colonialismo e imperialismo e alla fine la stessa I Guerra Mondiale. I benefici per la classe operaia europea derivanti dal colonialismo spiegano l’appoggio di una parte del movimento socialista alle stesse guerre: “lo sfruttamento di altri (produttori pre-capitalisti) e del lavoro delle colonie permise l’incremento dei salari dei lavoratori europei e americani” – scriveva nel 1929 Nikolai Bukharin, citato da Milanovic. A questo “fattore maligno” di riduzione delle disuguaglianze, Milanovic aggiunge quindi i “fattori benigni” indicati da Atkinson: politiche, nascita e forza dei sindacati. La ripresa delle disuguaglianze dell’ultimo trentennio viene quindi letta come l’esito dell’inversione di questi fattori, anche se a Milanovic la spiegazione appare ancora insoddisfacente, “sovradeterminata”. (Milanovic sottolinea che si sono oggi invertiti non solo i fattori benigni, ma anche quello maligno: la fine dello sfruttamento coloniale di India e China e l’entrata su un mercato competitivo e globale delle loro masse di lavoro è fattore di indebolimento del potere negoziale del lavoro in Occidente.)

 

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Inversione a U delle politiche pubbliche

 

La globalizzazione del ‘900 ha indotto battaglie per l’avanzamento sociale che a loro volta hanno indotto scelte politiche, culturali ed economiche volte a ridurre le disuguaglianze, come in effetti è avvenuto fino a tutti gli anni ’70. Queste scelte si sono tradotte in politiche pubbliche, in un elevato potere negoziale del lavoro e in un senso comune favorevole a ridurre le disuguaglianze. Si tratta di scelte fra loro collegate e sinergiche. Che sono state progressivamente rovesciate a partire dagli anni ’80.

 

Per quanto riguarda le politiche pubbliche, l’inversione a U riguarda sia le politiche macroeconomiche e di regolamentazione, nazionali e internazionali, sia la politica del welfare, sia le politiche di sviluppo.

 

Per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e di regolamentazione, i cambiamenti hanno riguardato:

 

  • La rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico, che prevedeva movimenti di capitale limitati e una liberalizzazione del commercio non lesiva della tutela del proprio modello sociale (cfr. Dani Rodrik, The Globalization Paradox. Why Global Markets, States and Democracy can’t coexist, Oxford University Press, 2012).
  • Il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale: un passo che inizialmente favorisce innovazioni e investimenti da parte delle grandi corporations, ma poi limita i processi imitativo/adattivi delle innovazioni (Cfr. Ugo Pagano, Maria Alessandra Rossi, The Crash of the Knowledge Economy, Cambridge Journal of Economics, Vol. 33, Issue 4, pp. 665-683, 2009).
  • L’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico;
  • L’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati come organizzazione che riequilibra il rapporto ineguale tra capitale e lavoro.
  • L’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati del prodotto e dei capitali e l’indebolimento della tutela del risparmio diffuso attraverso gli strumenti del governo societario.

 

Con riguardo alle politiche del welfare, l’inversione è nata sia dall’osservazione di effetti di scoraggiamento dell’impegno nel lavoro mostrati dalle misure introdotte nel periodo precedente, sia da un cambio di senso comune, che ha visto la tendenza crescente ad attribuire le disuguaglianze all’impegno diverso delle persone anziché alle circostanze, sia infine perdita di  potere negoziale del lavoro. Da questi e da altri fattori, sono discese misure volte a ridurre la progressività delle imposte e l’universalità e gratuità piena di alcuni servizi essenziali, la scelta di concentrare su questi servizi e sui pubblici investimenti i tagli di bilancio, la riduzione dei trasferimenti alle persone. Ed è disceso un cambiamento della stessa idea di welfare nel senso comune: un welfare percepito come un insieme di “politiche deboli perché rivolte e utili ai soli deboli”: un welfare che viene “a seguito” e non invece “come presupposto” dello sviluppo, ed è quindi sacrificabile in tempi di crisi perché non investe l’interesse collettivo.

 

Un terzo gruppo di politiche ha fortemente accresciuto le disuguaglianze, soprattutto quelle territoriali: si tratta delle politiche di sviluppo adottate in questo periodo. In dettaglio:

 

  • Riforme strutturali cieche ai luoghi. Riforme strutturali delle istituzioni, uguali per tutti – best practices – dovrebbero garantire a ogni paese di reggere alla nuova concorrenza derivante dalla piena liberalizzazione dei mercati. Si assume che le classi dirigenti locali siano “benevole” e operino nell’interesse pubblico, eseguendo le istruzioni del Centro. Non ci si avvede del fatto che le conoscenze necessarie per ottenere risultati sono in larga misure disponibili nei singoli territori e contesti. Né si ha cura per le differenze fra le preferenze dei cittadini di quei luoghi. I cittadini, in questo approccio, votano nell’urna e “con i piedi” – lasciando le scuole, gli ospedali, i territori non di loro gradimento. Queste politiche sono inefficaci e penalizzano chi non ha la possibilità di votare con i piedi.
  • Investimenti pubblici che assecondano le agglomerazioni. Qui allo Stato si chiede di affidare alle grandi imprese la scelta dei luoghi e dei modi con cui accelerare il processo di concentrazione nelle città, per poi assecondare tali scelte con vasti programmi di investimento pubblico. Anziché ricercare i modi per dialogare con le grandi imprese, mettendo in partita le loro conoscenze, si assume che esse, pressate da consumatori/ambientalisti/azionisti etc. etc., facciano le proprie scelte nell’interesse collettivo. Si pone scarsa attenzione alle esternalità negative delle agglomerazioni e si assume che col tempo i benefici percoleranno anche ai perdenti, ipotesi empiricamente infondata. L’esito finale è un forte aumento dell’esclusione sociale, sia nelle aree urbane, sia nelle aree rurali abbandonate dai loro abitanti.
  • Compensazioni compassionevoli. Queste politiche nascono proprio dai guasti prodotti dalle prime due. Per evitare le tensioni sociali che quelle provocano, la scelta è di trasferire fondi alle aree dove si concentrano i “perdenti”, fondi per infrastrutture, incentivi, formazione, non rileva. Fondi affidati alla gestione delle classi dirigenti locali. L’effetto è perverso. Quei trasferimenti, infatti, concorrono a trasformare la tendenziale ritrosia di molte classi dirigenti locali nei confronti dell’innovazione (legata alla preoccupazione di essere spiazzati: cfr. Daron Acemoglu, James Robinson, Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore, 2013) in caparbia opposizione al cambiamento. Diventa loro interesse che quei fondi non avviino un processo di sviluppo, che potrebbe tagliarle fuori, e che le priverebbe del ruolo di intermediari dei trasferimenti. Le disuguaglianze devono essere cristallizzate, subito al di sotto della soglia della rivolta. I cittadini vengono “comprati” concedendo loro un accesso ai trasferimenti. È la storia di tante aree del Mezzogiorno, di Roma, di un numero crescente di aree del Centro e Nord del paese.

 

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Perdita di potere negoziale del lavoro

 

“Credo – scrive Anthony Atkinson (Inequality. What can be done? 2015, Harvard University Press) – che l’aumento delle disuguaglianze possa in molti casi essere ricondotto direttamente o indirettamente a cambiamenti nella bilancia dei poteri”. Atkinson intende soprattutto la bilancia dei poteri fra gli interessi del lavoro e gli altri interessi, degli imprenditori e della finanza, e infatti molteplici sue proposte sono poi volte a riequilibrare tale bilancia dei poteri. Atkinson è convinto che non esista un solo “equilibrio di mercato” efficiente ma molte possibili soluzioni, caratterizzate da combinazioni diverse di salari, profitti, tecnologie e produttività e che, anche in una logica di mercato, vi sia ampio spazio perché gli interessi diversi di chi è proprietario del capitale e chi del proprio lavoro si accordino per una soluzione che dipenderà dal potere contrattuale relativo.

 

La forte perdita di potere del lavoro avvenuta negli ultimi trenta anni, per lo straordinario aumento dell’offerta di lavoro mondiale, per le difficoltà dei sindacati di tutelare e organizzare un lavoro sempre più frammentato e spesso disperso fra diversi paesi, per le politiche adottate (in primis, l’abbandono dell’obiettivo pubblico della piena occupazione), ha dunque alterato a sfavore del lavoro le “soluzioni” contrattabili. Specie in alcune aree geografiche e in alcuni settori del mercato del lavoro sono cresciute o addirittura diffuse situazioni quali: retribuzioni sotto la soglia di povertà, condizioni di lavoro insicure e a forte rischio di danni alla salute, assenza di tutele sindacali, orario giornaliero ben oltre le otto ore. In questi contesti, specie nel Sud, il lavoro appare più come una sorta di “dono” piuttosto che un diritto costituzionalmente riconosciuto. A livello macroeconomico, questi e altri fenomeni hanno ridotto drasticamente la quota di reddito da lavoro sul prodotto totale.

 

Il cambiamento della bilancia di potere si riflette anche sul terreno della governance delle imprese. Ha prevalso un modello basato sul “valore per gli azionisti” rispetto ad altri modelli, pur rimasti sulla scena come alternativa  possibile, che attribuiscono all’impresa il compito di creare e distribuire valore per tutti gli stakeholder  (sia in quanto partecipano alla produzione congiunta di valore sia in quanto ricevono gli effetti esterni dell’attività delle imprese): questi altri modelli assegnano alle imprese doveri fiduciari e di “render conto” anche nei confronti di portatori di interessi e diritti ulteriori rispetto ai proprietari di quote del capitale.

 

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Cambiamento del “senso comune”

 

Nel produrre l’aumento delle disuguaglianze dell’ultimo trentennio, l’inversione a U delle politiche pubbliche e la perdita di potere negoziale del lavoro sono stati rafforzati da un profondo cambiamento del “senso comune”, che quei due fenomeni hanno a loro volta consolidato. Ci si riferisce al termine “senso comune” nell’accezione utilizzata da Antonio Gramsci di “concezione della vita e dell’uomo più diffusa” che si modifica nel tempo (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, 1924, Quaderno 24), ovvero di ciò che la società nel suo complesso tende a ritenere normale o appropriato, che a sua volta dipende dal modo in cui la realtà viene rappresentata. Nei termini delle moderne scienze cognitive, si tratta dei modelli mentali e dei “frame” che sono residenti nella mente delle persone e attraverso i quali vengono visti (o trascurati) i diversi aspetti della realtà (si vedano i lavori di Philip Johnson-Laird, Daniel Kahneman e Amos Tverski e specialmente, per i “frame” politici, del neuro linguista di Berkeley George Lakoff).

 

Il senso comune che rileva in tema di disuguaglianze riguarda molteplici aspetti della concezione di vita. Ad esempio: quale sia il divario normale fra retribuzione minima e massima di una stessa impresa; quale sia la remunerazione appropriata di un calciatore; la reazione primaria di fronte a un povero; cosa segnali il merito di una persona. Su questi e molti altri temi, in larga misura privi di un fondamento quantitativo o oggettivo, il senso comune è radicalmente cambiato fra gli anni ’70 e oggi nel senso favorevole alla tolleranza se non all’apprezzamento delle disuguaglianze.

 

Nell’Italia degli anni ’60 la regola d’oro di Olivetti era di un divario retributivo massimo pari a un fattore 10; oggi consideriamo normale che sia pari a 100 e che possa arrivare a 1000. Nella Gran Bretagna del 1961, ci ricorda Atkinson, era considerato normale che un calciatore avesse una retribuzione massima pari a quella media del paese; oggi è normale pensare che sia pari a 100 volte o più quella media nazionale. Trenta anni fa, la reazione primaria davanti a una persona in povertà era di pensare alle circostanze che l’avevano portata a quella condizione; oggi è di pensare che la sua povertà sia dovuto ad un inadeguato impegno nella vita. Le stesse misure di contrasto alla povertà, soprattutto quando si strutturano su erogazioni economiche di sostegno al reddito, rischiano a volte di riflettere tale visione o di produrla: guardando alle sole “mancanze monetarie” delle persone e non alle loro risorse complessive, non promuovono capacitazione, rischiando di cronicizzare dipendenza dalle situazioni di aiuto; introducendo talvolta divieti e sanzioni con il fine dichiarato di disincentivare usi impropri dei trasferimenti, e pubblicizzandoli accrescono la stigmatizzazione sociale delle persone aiutate.

 

E poi c’è la profonda trasformazione di senso comune che riguarda il merito. Nel trentennio post-bellico, il senso comune, legato sia alla forza dei movimenti sociali e sindacali sia a un forte apprezzamento della concorrenza, era che il merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno, potesse essere apprezzato solo dando a ogni persona la possibilità di esprimersi e cimentarsi nel modo più indipendente possibile dal proprio status economico, professionale o sociale: dando a ognuno la possibilità di realizzare la propria “meritevolezza” e di vedersela riconosciuta.E quindi, in particolare,si tendeva a non riconoscere automaticamente a un imprenditore, al possessore di ricchezza, il “merito” di esserne proprietario e/o controllante: essi venivano piuttosto incalzati per “dimostrare” di meritarsi il loro ruolo. Questa cultura tendeva a favorire riallocazioni di controllo, imposte di successione e patrimoniali significative e una rigorosa regolamentazione della concorrenza dei mercati. Politiche viste come “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo. E provocava anche un continuo riequilibrio della tendenza alla concentrazione della ricchezza. Nel capitalismo USA si dava molta importanza ai “doveri fiduciari” che i soggetti che controllano le imprese assumono verso chi ha loro messo a disposizione i fondi (l’azionariato diffuso) o addirittura verso i lavoratori che nell’impresa hanno investito il proprio sapere e saper fare.

 

Da oltre trenta anni è diventato egemone un modo di pensare opposto. Il senso comune oggi prevalente tende ad assumere che lo status economico, professionale e sociale sia l’esito, il segno, del merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno: si inferisce il merito dal risultato. Questa è spesso l’assunzione che si cela dietro l’espressione elusiva “meritocrazia”. In particolare, si riconosce il merito di possedere o controllare il capitale a chi già lo possiede o controlla. Si proclama il merito ma in realtà se ne trascura la verifica: se il merito di una data accumulazione di ricchezza sia anche o per intero di altri o addirittura se essa sia stata accumulata a danno di altri; ovvero se chi controlla la ricchezza, magari per eredità, abbia davvero la capacità capitalistica di farlo o comunque se una diversa allocazione sarebbe superiore per l’interesse generale. La forte concentrazione della ricchezza viene considerata normale e non ne viene messa in discussione l’utilità sociale: i ricchi sono invidiati, nella speranza di potere diventare come “loro” e fare come “loro”. Questa “cultura patrimonialista” (seguendo qui l’espressione e il ragionamento di Piketty) accelera il processo di concentrazione della ricchezza, anche attraverso il peso non più contrastato che i possessori di ricchezza hanno sulle pubbliche decisioni. L’inversione a U delle politiche pubbliche indotta anche da questo cambiamento del senso comune finisce così per convalidarne ex-post i convincimenti.

 

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Articolo 3 della Costituzione Italiana

 

Il testo completo dell’articolo 3 della Costituzione Italiana è:

 

“1. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

  1. È compito della Repubblica Italiana rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.”

 

Dopo avere ribadito la libertà e uguaglianza di tutti i cittadini in termini di dignità e di diritti/doveri, la Costituzione Italiana compie un fondamentale passo ulteriore, che si deve al contributo di Lelio Basso (autore, con Giorgio La Pira, della prima versione), attraverso il confronto nella prima Sottocommissione e poi in sessione plenaria dell’Assemblea Costituente, fra gli altri con Amintore Fanfani, Renzo Laconi e Aldo Moro, costituenti con matrici culturali diverse (cfr. Mario Dogliani e Chiara Giorgi, Art.3 Costituzione Italiana, Carocci editore, 2017). Nel secondo comma, infatti, la Costituzione attribuisce alla Repubblica – allo Stato, a tutti i cittadini, alle formazioni sociali e politiche – il compito di agire affinché gli ostacoli che impediscono l’attuazione di quel principio siano rimossi. Rispetto ad altri testi costituzionali o alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che pure stabiliscono simili principi di uguaglianza, la Costituzione Italiana oltre a fissare il punto di arrivo a cui tendere, si occupa della loro esigibilità, esplicitando che questo è dovere della Repubblica (cfr. la chiara illustrazione da parte di Lelio Basso di questo aspetto ).

 

In questo modo, la Costituzione Italiana fissa per il paese un principio di libertà e uguaglianza che non include solo i risultati da raggiungere ma l’impegno a disegnare e adottare gli strumenti necessari per raggiungerli. Come nella definizione di libertà sostanziale, la capacitazione delle persone, affinché esse siano effettivamente libere di scegliere, è parte integrale del concetto di libertà e uguaglianza. Questo concetto di uguaglianza è ripreso e riproposto come “principio di ragione che dovrebbe informare qualunque politica” e “fonte di legittimazione democratica delle pubbliche istituzioni” da parte di Luigi Ferrajoli, in particolare nel recente volume Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, 2018.

 

Essere liberi e uguali per fare cosa? Anche qui, come nel concetto di libertà sostanziale, il riferimento esplicito è a tutte le molteplici dimensioni di vita. Che l’articolo 3 coglie con due riferimenti: “il pieno sviluppo della persona umana”; “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Senza entrare nel complesso compromesso culturale che sta dietro queste parole e limitandoci al tema affrontata dal Forum, le implicazioni sono evidenti. Libertà e uguaglianza hanno come traguardo, prima di tutto, la piena realizzazione della persona, in tutti i suoi ambiti di vita: come nella definizione di libertà sostanziale, ogni singola, diversa persona deve essere messa in condizione di vivere la vita che desidera vivere. Il secondo traguardo riguarda il lavoro: libertà e uguaglianza devono anche realizzarsi nella “partecipazione” dei lavoratori alle decisioni, sul mercato e nel confronto democratico. Il potere negoziale dei cittadini nella veste di lavoratori e la loro influenza sulle decisioni economiche e politiche è limitato dall’assenza sistematica di controllo sul capitale produttivo, materiale e immateriale: questo squilibrio va bilanciato affinché quelle decisioni riflettano anche le loro aspirazioni. Questa preoccupazione per il potere negoziale del lavoro è la stessa che ritroviamo nell’analisi di Atkinson sui grandi cicli storici delle disuguaglianze (cfr. voce Non è l’effetto di cambiamenti fuori del nostro controllo).

 

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Libertà sostanziale

 

L’espressione libertà sostanziale è di Amartya Sen che la definisce come “la capacità che ciascuno ha di fare le cose alle quali, per un motivo o per un altro, assegna un valore.” (A. Sen, L’idea della Giustizia, p.241) Il concetto di libertà sostanziale, quindi, guarda non solo ai risultati finali (funzionamenti) raggiunti da ogni persona in tutte le dimensioni della vita ma anche alle sue opportunità, ossia alla capacità (capacitazioni, nell’originale inglese capabilities) che la persona ha di raggiungere quei risultati. Delle capacità si sottolinea tanto l’essere un mezzo per acquisire uno stato finale di benessere, quanto l’essere una possibilità di scelta, ossia il poter fare una scielta se lo si vuole. Si valorizzano quindi sia l’efficacia nel raggiungere certi risultati finali, sia l’ampiezza del ventaglio di alternative entro cui scegliere: anch’essa trasmette valore al risultato finale (altra cosa è scegliere di funzionare nell’unico modo/capacità possibile, altra è scegliere di funzionare utilizzando quella stessa capacità tra molte a disposizione per la scelta). Le capacità di Sen perciò hanno due componenti: sono “funzioni di trasformazione” possedute dall’individuo, cioè mezzi –  abilità, competenze – che trasformano i beni in risultati (funzionamenti). Ma al contempo sono libertà e quindi scelta di funzionare in un certo modo, cioè di selezionare la funzione di trasformazione preferita tra quelle possedute dalla persona. E ciò implica la titolarità di diritti di accesso a beni, di decisione, di partecipazione, di non esclusione ecc.

 

Esempi di queste capacità o capacitazioni sono: l’istruzione per apprezzare un libro o un paesaggio, per dialogare con altri, per trovare il lavoro a cui si aspira; il reddito per mangiare, vestirsi, viaggiare, etc., ma anche la capacità di saperlo utilizzare; la possibilità di accedere a una cura adeguata della salute o della vecchiaia; i risparmi per superare imprevisti o avversità, ma anche le competenze per gestirli; la possibilità per un immigrato di mantenere una parte della propria cultura e abitudini, se decide di farlo; la possibilità per un lavoratore di rifiutare un lavoro degradante o per una donna di rifiutare le proposte sessuali di un datore di lavoro; la possibilità per il residente in un’area rurale o interna di non trasferirsi in città, se preferisce non farlo. L’esistenza di queste capacità è ciò che ci rende liberi, liberi di scegliere: astenersi dal mangiare – ci ricorda Sen – è cosa ben diversa se frutto di una scelta di protesta (segno di libertà e uguaglianza), ovvero dell’impossibilità di trovare o acquistare gli alimenti (segno di illibertà e disuguaglianza).

 

Con questo concetto, libertà e uguaglianza non vengono ristrette alle risorse monetarie. Reddito e ricchezza sono uno dei mezzi, assai spesso un requisito necessario nella società attuale, per raggiungere i risultati desiderati, per compiere le scelte preferite; ma non sono in genere un requisito sufficiente, perché non sono automaticamente e sempre convertibili nelle altre capacità. Con questa attenzione alla multidimensionalità della vita delle persone, il concetto di libertà sostanziale corrisponde al concetto di “pieno sviluppo della persona umana” dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, e invita a misurare e contrastare le molteplici disuguaglianze: le disuguaglianze di ricchezza e le disuguaglianze di reddito e lavoro, certo, ma anche le disuguaglianze nell’accesso e nella qualità dei servizi essenziali, le disuguaglianze nella partecipazione alle decisioni o le disuguaglianze di riconoscimento. Le quattro manifestazioni delle disuguaglianze di cui il Forum sceglie di occuparsi.

 

L’attenzione del concetto di libertà sostanziale al “modo in cui ciascuno perviene al risultato finale” (A. Sen, L’idea della Giustizia, p.240), ossia il processo attraverso il quale si arriva a realizzare il “pieno sviluppo della persona umana”, consente, come chiede di fare l’articolo 3 della Costituzione Italiana, di mettere in luce gli eventuali “ostacoli” che “minano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini” e dunque di rimuoverli, ovvero di permettere l’esigibilità di quei diritti. L’approccio della libertà sostanziale è così tra l’altro “in grado di orientare correttamente la produzione dei servizi pubblici” (A. Sen, L’idea della Giustizia, p.272), ossia di portare l’azione per la promozione della giustizia all’interno dell’architettura e dell’arte di fare politica pubblica. In questo passaggio diventa evidentemente necessario attribuire una gerarchia, ossia dei pesi relativi, alle diverse capacità e agli ostacoli da rimuovere: è questo il compito di un processo deliberativo democratico, del confronto acceso (conflitto), informato, aperto e ragionevole fra i cittadini sul quale dovrebbero essere fondate le decisioni pubbliche.

 

L’estensione dell’universo di riferimento della libertà sostanziale dalle generazioni attuali a quelle future comporta l’estensione del concetto a quello di libertà sostanziale sostenibile.

 

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Libertà sostanziale sostenibile

 

Il riferimento alla sostenibilità completa il concetto di libertà sostanziale. In questo contesto la sostenibilità è intesa come garanzia che la libertà sostanziale delle generazioni attuali sia raggiunta tenendo conto delle conseguenze sulle generazioni future a cui va garantita la possibilità di ottenere un livello almeno pari, se non superiore, di libertà sostanziale. Per usare le parole di Sen, la libertà sostanziale sostenibile rappresenta “la salvaguardia e ove possibile l’espansione della libertà sostanziale delle persone oggi, senza compromettere la possibilità delle future generazioni di avere la stessa o più libertà”. (L’idea della Giustizia, p.251). Questo concetto estende la definizione di “sostenibilità” introdotta dal Rapporto Brundtland e poi integrata da Robert Slow.

 

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Persona e diversità

 

Il riferimento dell’articolo 3 della Costituzione Italiana alla “persona” coglie il tema della diversità. Ogni persona è diversa, nelle proprie preferenze e aspirazioni e nelle proprie circostanze, e il concetto di uguaglianza non va inteso come uguaglianza pregiudiziale dei “risultati finali” (es.: reddito, ricchezza, salute, istruzione, ecc.) ma in termini di libertà sostanziale sostenibile, cioè di possibilità sostanziale di raggiungere risultati uguali. Non devono essere uguali i risultati raggiunti dalle singole persone, ma il processo attraverso cui si giunge a tali risultati deve essere giusto, e per esserlo tutte le persone devono avere le stesse opportunità e devono avere tra loro relazioni da uguali, requisito che sottolinea l’importanza di contrastare le disuguaglianze di partecipazione. Non si tratta di limitare libertà e merito, ma al contrario di consentire a ognuno di esprimere il proprio merito e le proprie personali propensioni, rimuovendo gli ostacoli che lo impediscono. Non si tratta di appiattire le diversità, ma al contrario di dare loro piena attuazione, secondo le preferenze e le aspirazioni di ognuno, limitate il meno possibile dalle circostanze.

 

È per questa strada che si ritorna alla chiusura delle disuguaglianze dei risultati. Infatti, una volta che risorse e capacità fossero distribuite in modo tale da riflettere i bisogni relativi, e la stessa capacità di agire responsabilmente e di applicare sforzo fosse formata ugualmente, in modo da garantire l’uguale autonomia di ciascuno, allora le diversità nei risultati rifletterebbero davvero i contributi relativi e i meriti di ciascuno, e non potrebbero dunque che essere assai minori delle diseguaglianze di risultato oggi osservate.  Su queste disuguaglianze pesano infatti oggi anche i punti di partenza (dotazioni iniziali) e i poteri esercitati nel processo sociale ed economico che manomettono ampiamente l’uguale possibilità di contribuire e meritare esiti, usando le risorse e le capacità di cui ciascuno ha bisogno.

 

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Opposto di limitare libertà e merito, imporre gabelle o rendere lo Stato più invasivo

 

Il cambiamento del senso comune avvenuto nell’ultimo trentennio fa sì che oggi le espressioni “uguaglianza” o “contrasto delle disuguaglianze” o “riduzione della povertà” evochino in molti l’idea che si vogliano appiattire le diversità, che si vogliano mortificare il merito e l’impegno e che per farlo lo Stato sia invasivo e ci imponga tasse e gabelle. Questa reazione istintiva è certo influenzata dalla comunicazione e dalla propaganda che da tempo, spesso amplificando la portata di micro-storie, rappresenta ultimi, penultimi e vulnerabili come “scansafatiche” che hanno scelto di non impegnarsi sapendo di potere essere salvati dal sistema del welfare. Ma è anche il frutto di errori compiuti ed effetti non desiderati e non corretti in tempo delle politiche redistributive prevalenti fino alla fine degli anni ’70.  Ed è spesso anche il risultato di esperienze personali, lette ovviamente con gli occhiali del senso comune prevalente, magari non approfondite, che hanno sedimentato questi sentimenti. Comunque stiano le cose, per costruire un consenso attorno a proposte di riduzione delle disuguaglianze, ma anche per costruire queste proposte, è necessario rivolgersi a questi sentimenti, comprenderne e affrontarne e ove possibile decostruirne le fondamenta, e al tempo stesso illustrare, nei principi e nella pratica, che l’uguaglianza che si vuole accrescere è “più libertà”, non meno; è ciò che si intende per libertà sostanziale. Proposte che tocchino la formazione primaria delle disuguaglianze piuttosto che correggere le disuguaglianze dopo che si sono formate hanno maggiore possibilità di convincere le persone riluttanti che questo è il fine che si persegue: non basta re-distribuire, è necessario pre-distribuire.

 

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Merito

 

Nella definizione dell’Enciclopedia Treccani, merito è “il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure ad una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale)”. Assai spesso, nell’assenza o carenza di elementi oggettivi che diano prova delle “opere” e delle “qualità” che inducono a riconoscere il merito, tale riconoscimento è dettato dal senso comune. Nel trentennio post-bellico, il senso comune, legato sia alla forza dei movimenti sociali e sindacali sia a un forte apprezzamento della concorrenza, era che il merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno, potesse essere apprezzato solo dando a ogni persona la possibilità di esprimersi e cimentarsi nel modo più indipendente possibile dal proprio status economico, professionale o sociale: dando a ognuno la possibilità di realizzare la propria “meritevolezza” e di vedersela riconosciuta. Il senso comune oggi prevalente tende ad assumere che lo status economico, professionale e sociale sia l’esito, il segno, del merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno: si inferisce il merito dal risultato. Questa è spesso l’assunzione che si cela dietro l’espressione elusiva “meritocrazia”.

 

In particolare, segno di “merito” è oggi il possesso o il controllo della ricchezza privata: “la ricchezza ce l’ha chi se la merita”. Questa idea si articola in due distinte argomentazioni che giustificano il possesso di ricchezza privata. La prima guarda all’indietro, e richiama il merito personale di aver accumulato ricchezza. La seconda guarda in avanti e richiama il merito personale di fare fruttare la ricchezza in futuro. Sono queste considerazioni che inducono ad opporsi a ogni redistribuzione di ricchezza privata. L’alternativa – che caratterizzava il senso comune nel periodo del dopoguerra – non è quella di trascurare il merito che si è avuto nell’accumulare ricchezza, né quello che si avrà nel gestirla, ma è piuttosto quella di non darle per scontate, di incalzare chi possiede o controlla la ricchezza privata a “dimostrare” di meritarsi il proprio ruolo. Questa cultura alternativa tende a favorire riallocazioni di controllo, imposte di successione e patrimoniali significative e una rigorosa regolamentazione della concorrenza dei mercati. Politiche che costituiscono “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo, che ne accrescono l’efficienza.

 

Ovviamente, l’egemonia dell’idea che “la ricchezza ce l’ha chi se la merita” produce e amplifica nelle persone prive di ricchezza, negli ultimi, penultimi e vulnerabili , un’idea opposta e contraria: “chi è ricco è ladro”. Muovendo dall’osservazioni di casi di acquisizione o accumulazione illecita o criminale della ricchezza privata, o dall’osservazione del crescente peso dei monopoli e oligopoli economici e finanziari e dal loro peso sulle pubbliche decisioni, questa lettura induce rabbia e risentimento e concorre alla dinamica autoritaria. Ma non produce cambiamento nel senso comune prevalente né nelle politiche, e alla fine spesso si traduce, per ogni singola persona, nella mortificante aspirazione a “fare come loro”, a “diventare ladro”.

 

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Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo prevede fra l’altro:

 

Art 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.”

 

Art 7: “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni forma di discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.”

 

La differenza sostanziale tra questi principi e quelli dell’articolo 3 della Costituzione Italiana è nel requisito di esigibilità che è assente nei primi. La Costituzione Italiana infatti stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli […] che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori […].”

 

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Nuovo compromesso

 

Per “compromesso” si intende l’accordo fra persone o gruppi con diverse gerarchie di preferenze su una valutazione e su una scelta di azione che sia raggiunto attraverso un “modo di ragionare imparziale”, ossia in cui le argomentazioni contrarie sono “superate da quelle a favore, essendo soddisfatti i requisiti della riflessione pubblica e le condizioni di imparzialità” (Amartya Sen, L’idea della giustizia, p.403): l’accordo deve dunque scaturire da un confronto acceso, informato, aperto e ragionevole. Il “compromesso” per Hans Kelsen (cfr. in particolare Essenza e valore della democrazia, 1920), tra i più lucidi teorici della democrazia parlamentare, rappresenta la superiore “sintesi” in cui risiede il più profondo significato della democrazia e dello stesso principio di maggioranza. Se la democrazia implica che non esista nessun potere assoluto, neppure il dominio totale della maggioranza sulla minoranza, è necessario che si tenga conto, nell’espressione della linea politica della maggioranza, anche delle posizioni della minoranza. In sintesi, il compromesso tra maggioranza e minoranza, è un fattore fondamentale di coesione sociale.

 

La parola compromesso sta ad indicare che di questo assai spesso si tratta. È possibile infatti che nel confronto una o più parti si convincano della valutazione e della scelta di un’altra parte fino a convergere su di essa. Ovvero, più spesso, che le parti trovino convergenza su una scelta che non soddisfa pienamente nessuna di esse, ma che esse ritengano provvisoriamente soddisfacente. Molta cura va dunque posta sui metodi per confrontarsi, convincere e deliberare. Ed è utile verificare se, seguendo John Rawls, un confronto sui principi fra tutte le parti che preceda quello sulle azioni che toccano gli interessi delle persone possa favorire la convergenza su una soluzione.

 

L’idea di accordo mediante l’argomentazione imparziale e l’uso pubblico della ragione è in primo luogo introdotta ed esemplificata dall’idea di scelta dietro un “velo di ignoranza” (cfr. John Rawls, Una teoria della giustizia, 1971), che cioè prescinde dalla conoscenza di identità, interessi personali e concezioni del bene dei diversi individui. Potendosi mettere in queste condizioni, per la persona divengono possibili: l’impersonalità, ovvero considerare la propria posizione come simmetricamente intercambiabile con quella di ogni altro rispetto ad ogni esito possibile di accordo; e l’imparzialità, ovvero considerare ugualmente probabile la possibilità di occupare ogni possibile posizione personale in ciascun esito di accordo. Da questo “velo di ignoranza” deriverebbe la possibilità di concordare unanimemente su un principio egualitario (e di favore per gli svantaggiati): un accordo che offra le stesse possibilità a ciascun partecipante sarebbe l’unico razionalmente possibile (Ken Binmore, Natural Justice, 2005).  Rispetto alle diverse concezioni del bene, a diverse visioni o valori, l’uso pubblico e imparziale della ragione e della deliberazione favorisce il consenso per intersezione tra le diverse concezioni (John Rawls, Political liberalism, 1993) cioè un compromesso sul sottoinsieme comune a tali concezioni. Altrettanto importante è il suggerimento di Rawls (1971) che l’accordo imparziale – conseguito ex ante via scelta dietro velo di ignoranza o deliberazione imparziale – porti a sviluppare ex post un “senso di giustizia”. In virtù di tale senso di giustizia, le parti, che inizialmente non avrebbero alcun incentivo a rispettare un accordo imparziale una volta che fossero tornate a giudicare la scelta dalla loro prospettiva particolare, invece maturano in modo endogeno una preferenza per rispettare l’accordo; lo fanno se intrattengono un’aspettativa di reciprocità all’osservanza (benché essa non sia coerente con l’interesse egoistico).

 

Più in generale, e qualunque sia l’esito del tentativo di costruire un accordo attraverso il velo di ignoranza, la ricerca di “intersezioni parziali” è la strada a disposizione che un confronto imparziale può consentire. In una situazione in cui le parti, facendo magari riferimento a principi di giustizia diversi o in virtù della consapevolezza dei propri interessi, muovono da diversi ordinamenti fra le soluzioni sul tavolo, esse possono arrivare attraverso un confronto acceso, informato, aperto e ragionevole a un accordo: modificando i propri convincimenti; elaborando una nuova soluzione; o accettando un’“intersezione parziale” fra i propri diversi ordinamenti, che non soddisfi pienamente nessuno di essi ma che sia ritenuta per ognuno un passo in avanti rispetto allo statu quo (cfr. A. Sen, L’idea della giustizia, pp. 402-404). “Compromesso” coglie bene la rinunzia che ogni parte deve in genere fare a una parte, anche cospicua del proprio obiettivo. “Compromesso – scrive l’organizzatore radicale di comunità Saul Alinsky (Rules for the Radicals, Vintage, 1971, p.59) – per l’organizzatore [di comunità] è una parola chiave e bella. … Se dovessi definire una società libera e aperta in una parola, la parola sarebbe ‘compromesso’”.

 

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Parti diverse della società

 

Ogni compromesso che miri a perseguire un obiettivo generale, a modificare in modo sistematico le politiche pubbliche, richiede che l’obiettivo e gli strumenti per raggiungerlo siano condivisi e attivamente sostenuti da una parte sufficientemente ampia, coesa e robusta della società, che sia cioè in grado di pretendere che il cambiamento sia attuato. Il “compromesso senza riforme” (cfr. Fabrizio Barca, Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, 1999) – raggiunto in Italia nel dopoguerra e che ha consentito un balzo dello sviluppo (pur non costruendo le basi per una sua sostenibilità) – è stato raggiunto con la partecipazione, e il confronto accesso, aperto, informato e ragionevole di diverse componenti sociali e culturali della società italiana mediato dai partiti antifascisti. Assolutamente discordi sulla visione di lungo periodo, forze cattolico-democratiche e cristiano-sociali, social-comuniste e liberal-azioniste, hanno concordato su una molteplicità di soluzioni, norme e politiche nel breve-medio termine che non soddisfacevano appieno nessuna delle parti, ma che tutte consideravano un passo in avanti: parti diverse della società, socialmente e culturalmente, hanno trovato convergenza e dato forza e sostegno ai cambiamenti.

 

Con riguardo ai tre cambiamento necessari per ridurre le disuguaglianze – delle politiche, del bilanciamento dei poteri e del senso comune – è evidente che questo requisito è oggi particolarmente difficile da realizzare.  In particolare, in questa fase i soggetti più deboli, quelli colpiti dalle disuguaglianze – gli ultimi, penultimi e vulnerabili – sono divisi: non riuscendo a costruire una visione condivisa fondata su una diagnosi della realtà e a tradurre i loro sentimenti spontanei di ribellione in una direzione consapevole di avanzamento sociale, molti di essi sono protagonisti di una dinamica autoritaria. Resilienti e primi, impegnati nella reazione ai cambiamenti esterni, sono stati fino a ieri incapaci di prevedere la dinamica autoritaria che montava e hanno insistito nelle politiche pubbliche errate dell’ultimo trentennio, I partiti, in gravissima crisi, quando non si fanno megafoni della dinamica autoritaria, sono comunque incapaci di svolgere una funzione di unificazione e rappresentanza delle diverse, divise sezioni della società

 

Eppure, esiste una vitalità diffusa, associativa, imprenditoriale e pubblica, che produce una moltitudine di pratiche innovative di contrasto delle disuguaglianze. Da questa moltitudine possono essere tratte le conoscenze e i sentimenti necessari per mettere in ordine gli obiettivi attorno ad una lettura dell’origine delle disuguaglianze, per costruire proposte con cui contrastarle e per tentare su di essi convergenze o accordi fra parti diverse della società. A questo fine servono Alleanze fra organizzazioni di cittadinanza attiva e del lavoro assieme al mondo della ricerca. Il Forum è questo.

 

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Ragioni e sentimenti

 

Ragioni – meglio: ragionamenti – e sentimenti sono le due componenti necessarie per costruire e confrontare valutazioni e scelte diverse, per raggiungere un compromesso fra esse. I ragionamenti sono le informazioni, le teorie, i metodi, i dati che le singole persone e i gruppi associati acquisiscono, costruiscono e condividono e che concorrono a costruire e fondare le loro valutazioni e le loro scelte e la capacità di argomentarle. Ma è l’interazione di questa componente con i sentimenti che influenza in modo decisivo le scelte e dunque anche la possibilità di cambiare opinione o di trovare accordi.

 

I sentimenti – “preoccupazioni e facoltà mentali che ci accomunano in quanto umani” le definisce Sen, riprendendo Adam Smith; “facoltà e atto del sentire, di avvertire impressioni esterne o interne” – sono l’esito di un processo cognitivo che ha le sue basi nella sedimentazione di esperienze e guidano le nostre reazioni istintive: non si tratta di emozioni contrapposte alla ragione, ma di “intuizioni morali”, di “impressioni”, che hanno fondamento nella conoscenza che abbiamo accumulato. Lo stesso “senso di giustizia” di Rawls è in effetti un “sentimento morale” nel senso di Smith, che influisce sulle preferenze, anche se la sua origine è nella deliberazione ragionevole e quindi in una ragione per agire.

 

Argomenta Jonathan Haidt (The Reighteous Mind. Why Good People are Divided by Politics and Religion, Pantheon Books, 2012) che sono i sentimenti a orientare inizialmente e con forza le nostre valutazioni e scelte e a spingerci a ricercare selettivamente solo le evidenze che confermano questo iniziale istinto: Haidt li paragona a un “elefante”, che impone con la sua mole la direzione della marcia. Rispetto ai sentimenti-elefante, i ragionamenti appaiono a Haidt come un fantino: grazie a dati e teorie, il fantino può vedere meglio nel futuro (alle conseguenze delle scelte) e sviluppare strumenti nuovi per tentare di correggere la direzione dell’elefante; o invece può adattarsi alla direzione scelta dall’elefante, ossia all’impressione intuitiva, e fabbricare argomentazioni razionali per giustificarla.

 

Queste due componenti che presiedono alle nostre valutazioni e scelte entrano entrambe in gioco nel confronto fra più soggetti o gruppi e nella ricerca di un compromesso. In questo contesto, le possibilità che le parti cambino opinione o comunque che individuino una soluzione nuova su cui convergere, dipende in modo significativo dalla capacità di ognuna di esse di rivolgersi ai sentimenti-elefante dell’altra parte. Anziché prendere di petto le argomentazioni con cui l’altra parte giustifica ex-post la propria posizione, dettata in realtà dai sentimenti, col risultato di produrre solo altre e diverse giustificazioni – sostiene Haidt – è bene rivolgersi ai fondamenti dell’intuizione che conduce l’altra parte ad avere quella posizione. Insomma, se ci si confronta con una persona vulnerabile, magari residente di una periferia urbana, che assume atteggiamenti di chiusura o di rifiuto verso i migranti che stanno arrivando nel proprio quartiere, anziché argomentare che “i migranti rigenerano la cultura del paese” o che “concorrono a innalzare i contributi sociali con cui il paese paga le pensioni”, sarà più opportuno discutere delle preoccupazioni da cui origina la sua reazione, per valutarne assieme in dettaglio il fondamento ed eventualmente i modi per farle venire meno. In generale, occorre trovare argomentazioni e linguaggi in grado di arrivare anche alle persone spaventate e rancorose, utilizzando spazi di confronto in cui si sentano riconosciuti. Non si possono costruire politiche e interventi tesi alla riduzione delle disuguaglianze lavorando in ambienti sociali e in comunità diffidenti e a volte ostili. Ai linguaggi dei diritti e dell’ospitalità vanno agganciati quelli del benessere e della sicurezza per tutte e tutti. Questa strategia avrà molte più probabilità di successo nel modificare la posizione della persona vulnerabile.

 

Queste definizioni e queste considerazioni di metodo bene si applicano alla moltitudine di pratiche associative, imprenditoriali e pubbliche che costituiscono un deposito di ragioni (o ragionamenti) e di sentimenti che possono concorrere al cambiamento.

 

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Moltitudine di pratiche associative, imprenditoriali e pubbliche dell’Italia

 

Uno dei fenomeni che segna la società italiana è la moltitudine di pratiche innovative di contrasto delle disuguaglianze nel mondo associativo, imprenditoriale e pubblico. Assai elevato è il numero delle associazioni di cittadinanza, anche se si sceglie di restringere l’attenzione alle organizzazioni di cittadinanza attiva che operano attivamente nel contrasto delle disuguaglianze: circa 100mila con 2,7 milioni fra volontari e dipendenti (nel 2011). A esse si aggiungono le organizzazioni del lavoro, l cui scopo principale è dare più forza al lavoro nella negoziazione con le imprese e con lo Stato, e ai pensionati nella tutela dei diritti acquisiti, due determinanti delle disuguaglianze: queste organizzazioni associano, pensionati inclusi, un numero di persone non univocamente misurato, ma certo superiore a 15 milioni. Pratiche significative sul fronte delle disuguaglianze specialmente di potere e controllo sul capitale sono espresse anche dal mondo dell’impresa grazie ad esperienze di democratizzazione delle forme di governance: molteplici forme di cooperazione che praticano forme antiche o ricercano forme nuove di partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali, a cui partecipano talvolta assieme ad altri portatori d’interessi legittimi come i consumatori o utenti di servizi e i donatori (vedi cooperazione sociale); le imprese che praticano forme diverse di partecipazione del lavoro (cfr. Fondazione UNIPOLIS, La partecipazione dei lavoratori nelle imprese, 2018, Il Mulino); nuove forme di produzione collettiva nel settore agricolo. In un contesto di complessiva arcaicità della Pubblica Amministrazione, sono infine diffuse anche in questo ambito pubblico pratiche di attuazione flessibile di politiche generali che si segnalano per la sperimentazione di innovazioni e l’accumulo di un patrimonio di conoscenze.

 

Nonostante la ricchezza delle esperienze di contrasto delle disuguaglianze condotte dal complesso di queste diverse organizzazioni della società, la povertà del pubblico confronto, la segmentazione settoriale e territoriale di tali esperienze, l’assenza di soggetti nazionali che tentino una loro lettura e interpretazione, hanno sinora impedito che esse forniscano la base per cambiamenti sistemici e per quell’inversione delle politiche che sarebbe necessaria. La mancanza di investimenti per la costruzione e manutenzione di spazi di collaborazione e di alleanza non ha consentito a tali organizzazioni, nonostante il bagaglio di saperi saggi perché centrati sul dato di realtà, di farsi sistema e per questo ha indebolito la loro capacità di pesare sulle politiche, ma anche di consolidare, nelle comunità, processi di cambiamento del senso comune.

 

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Organizzazioni di cittadinanza attiva

 

Con questo termine si intende, con Giovanni Moro (cfr. La cittadinanza attiva: nascita e sviluppo di un’anomalia, Treccani – L’Italia e le sue Regioni, 2015), una pratica di cittadinanza che consiste in azioni collettive volte a mettere in opera diritti, prendersi cura di beni comuni o sostenere soggetti in condizioni di debolezza, attraverso l’esercizio di poteri e responsabilità nelle politiche pubbliche. Gli obiettivi così definiti rientrano tutti nell’ambito del contrasto delle disuguaglianze; il riferimento all’esercizio di poteri e di responsabilità chiarisce che la loro azione non si esaurisce con la valutazione, la denuncia e la partecipazione ma include anche un ruolo attivo nella produzione di servizi e nel cambiamento delle politiche. Sulla base di questa definizione, assai più restrittiva delle tradizionali definizioni di istituzioni non-profit, il Censimento Istat 2011, accogliendo una proposta formulata dalla Fondazione per la cittadinanza attiva (FONDACA), ha introdotto alcune domande-filtro che hanno consentito di stimare il numero delle organizzazioni di cittadinanza che hanno natura formale in 103mila (su 301mila istituzioni non-profit) con 2,2 milioni di volontari e 508mila dipendenti. Per la realizzazione dei loro obiettivi, molte di queste organizzazioni danno vita a luoghi di incontro e dialogo continuativo fra persone che abbiamo definito resilienti e persone che abbiamo definito vulnerabili, penultime o ultime.

 

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Organizzazioni del lavoro

 

Le organizzazioni del lavoro o sindacati dei lavoratori sono associazioni il cui ruolo e potere è assai rilevante nella determinazione dei livelli di disuguaglianza. Il loro indebolimento e la conseguente perdita di potere negoziale del lavoro è riconosciuto come importante concausa della crescita della disuguaglianza (cfr. Oxfam, Ricompensare il lavoro, non la ricchezza, 2018). Secondo l’Organizzazione Mondiale del Lavoro il tasso di sindacalizzazione sarebbe in Italia pari al 36%.

 

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Alleanze

 

In assenza di partiti che svolgano la funzione di raccogliere i contributi e dialogare con la moltitudine di pratiche esistenti, il passaggio da queste pratiche a cambiamenti sistemici richiede che le esperienze esistenti trovino altri modi di confronto, per superare gli steccati dei settori diversi di intervento (salute, scuola, ambiente, povertà, usura, anziani, migranti, etc.) e per tornare a mescolare i linguaggi che sono andati separandosi nell’assenza di un confronto politico-culturale adeguato. Si tratta di costruire alleanze fra le organizzazioni impegnate in pratiche innovative di contrasto delle disuguaglianze e fra queste e il mondo della ricerca, al fine di costruire proposte efficaci di cambiamento fondate sull’esperienza. In questo incontro, le organizzazioni di cittadinanza attiva e del lavoro possono, valutare con più rigore e sistematicità l’efficacia delle proprie azioni e trovare quindi gli argomenti e le soluzioni per proposte di sistema o per migliorare la loro stessa azione collettiva; la ricerca può sottoporre le proprie analisi alla prova di un universo di riferimento controllabile e ricco di informazioni altrimenti non disponibili.

 

La strada della costruzione di alleanze si è andata intensificando e ad oggi ne esistono molteplici, importanti e diversi esempi. In modo non esaustivo:

 

  • L’Alleanza contro la Povertà è nata alla fine del 2013 dall’unione di 35 organizzazioni con lo scopo di contribuire alla costruzione di politiche pubbliche di lotta alla povertà, ha avuto un ruolo di primo rilievo nel formulare proposte e nell’influenzare l’azione pubblica e ha in corso un progetto di valutazione del Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) allo scopo di identificarne i punti di forza e di debolezza.
  • L’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) riunisce dal 2016 180 istituzioni e reti della società civile, con gli obiettivi di: favorire lo sviluppo di una cultura della sostenibilità; analizzare le implicazioni e le opportunità per l’Italia legate all’implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDG) stabiliti nell’Agenda 2030 adottata dalle Nazioni Unite, che includono povertà e disuguaglianza; contribuire a definire una strategia italiana per il conseguimento di quegli obiettivi e a realizzare un sistema di monitoraggio dei progressi dell’Italia verso il loro raggiungimento.
  • La Rete dei numeri pari mira a contrastare la disuguaglianza sociali e a promuovere una società fondata sulla giustizia sociale e ambientale. La rete è stata inizialmente promossa da Gruppo Abele, Libera e Rete della Conoscenza e ora unisce centinaia di realtà locali che agiscono in modo autonomo sul territorio. La Rete promuove coordinamento e rafforzamento delle attività di queste realtà: sviluppa strumenti e opportunità di cooperazione nel territorio, in luoghi dove non esistono; mette a disposizione meccanismi di partecipazione; promuove attività e progetti che rafforzano la partecipazione, prendendo decisioni che siano vincolanti.
  • Coordinamento nazionale Comunità di Accoglienza ha come principale finalità quella di promuovere la costruzione di “comunità accoglienti”, capaci di accompagnare, condividere, sostenere la vita delle persone, in particolare di quelle che più faticano. La Rete elabora le posizioni che le organizzazioni aderenti esprimono in sede di dibattito nazionale e locale. Aderiscono alla rete circa 250 organizzazioni, fra cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato ed enti religiosi.
  • Crescere al Sud ha come finalità la tutela, la promozione e il rafforzamento dei diritti delle/i bambine/i e delle/i giovani del Sud d’Italia e raccoglie circa 55 enti e attori che condividono questo obiettivo. Si propone di essere uno spazio di sperimentazione di modelli di collaborazione, interazione, discussione tra pubblico e privato, anche al fine di elaborare proposte di policy capaci di orientare le scelte di governo a livello locale e nazionale.

 

Il fenomeno delle alleanze delle organizzazioni di cittadinanza non è limitato all’Italia. Anche a livello europeo e internazionale, le esperienze sono molteplici. Ad esempio, Flight Inequality Alliance è una vasta rete di attori – organizzazioni internazionali, movimenti sociali, sindacati e attivisti per i diritti umani (fra cui ActionAid International, Greenpeace International, Oxfam, FEMNET, International Trade Union Confederation-ITUC, the Global Alliance for Tax Justice, etc.) – che intende lottare contro le disuguaglianze e l’eccessiva concentrazione di ricchezza e di potere. Altre organizzazioni, pur non lavorando sulla disuguaglianza in modo diretto, concentrano la loro attività su temi ad essa collegati: l’Alliance of European Voluntary Service Organization, ad esempio, organizza attività in campo sociale, come l’accoglienza ai migranti; la Coalizione per il Clima, che associa una cinquantina di organizzazioni italiane (dal sindacato agli ambientalisti alle organizzazioni di cittadinanza attiva come UISP), è nata in occasione degli accordi sul clima di Parigi e oggi è impegnata sul fronte del rispetto di quegli accordi.

 

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Confronto acceso (conflitto), informato, aperto e ragionevole

 

La condizione perché si possa raggiungere un accordo, un compromesso, che tenga conto in modo democratico ed efficace dei ragionamenti e dei sentimenti di tutti i soggetti partecipanti e che conduca ad una scelta è che siano assicurate condizioni di imparzialità: che il confronto abbia luogo in modo tale che le argomentazioni contrarie siano “superate da quelle a favore, essendo soddisfatti i requisiti della riflessione pubblica e le condizioni di imparzialità” (Amartya Sen, L’idea della giustizia, p.403). I requisiti che il confronto deve avere possono essere così riassunti:

 

  • Acceso, nel senso di assicurare l’attiva partecipazione di tutti i soggetti interessati dalla scelta, anche da quelli considerati “antagonisti”, e permettere che i sentimenti siano espressi e articolati e le diverse opinioni si confrontino senza infingimenti, dando luogo a un “conflitto di punti di vista”.
  • Informato, nel senso che i soggetti partecipanti si sentano in dovere e siano richiamati al dovere di portare a sostegno delle proprie opinioni informazioni e dati a loro disposizione che li abbiano condotti a quella valutazione o che la sostengano.
  • Aperto, ossia in cui ogni partecipante sia impegnato ad ascoltare e mettere in conto anche esperienze diverse, di altre comunità o contesti o culture.
  • Ragionevole, ossia in cui ogni partecipante non resta chiuso nella propria razionalità autoreferenziale (il fantino-ragione della metafora di Jonathan Haidt, cfr. sentimenti), non si limita a mostrare la coerenza interna del ragionamento con cui sostiene la propria posizione, ma è disposto ad aprirsi o meglio si rivolge ai “punti di vista e le … idee altrui” (Amartya Sen, L’idea della giustizia, p. 208), ovvero ai loro sentimenti.

 

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Ottenere che siano attuati da chi in democrazia esercita rappresentanza e potere

 

Il Forum come ogni altra alleanza che si va formando in questa fase per rispondere all’aumento delle disuguaglianze e alla dinamica autoritaria non ha come obiettivo ultimo lo studio o la testimonianza. Lo studio e la testimonianza, assieme alla valutazione delle azioni collettive in atto, alla raccolta di nuova informazione, all’analisi delle tendenze, alla elaborazione di proposte, sono considerati strumenti indispensabili per conseguire l’obiettivo ultimo di disegnare proposte di politiche pubbliche e azioni collettive che possano ridurre le disuguaglianze. Non basta costruire proposte di politiche pubbliche, bisogna lavorare affinché esse siano accolte e attuate. Nel programmare di rivolgersi a chi esercita il potere legislativo ed esecutivo, nell’ambire all’obiettivo di “ottenere” che le proposte avanzate siano attuate, il Forum ritiene di avere tre punti di forza: l’impianto concettuale interpretativo del Forum, riassunto nella sua missione e nella sua analisi dei fenomeni in atto, delle loro cause e della via di uscita; la possibilità di trarre dalle pratiche di cittadinanza attiva ragione e sentimenti da vagliare e sviluppare con il mondo della ricerca; la scelta di sperimentare forme innovative di confronto e deliberazione espressamente volte a modificare il senso comune.

 

Questi aspetti assumono particolare rilievo in una fase in cui, in tutto l’Occidente, non solo è profonda la difficolta dei partiti di fungere da ponte fra istituzioni e società, ma soprattutto va crescendo l’ansia e la fragilità della classe dirigente e in generale di primi e resilienti di fronte alla dinamica autoritaria. È utile richiamare a riguardo, fra i moltissimi, due indizi internazionali di questa ansia. L’editoriale e la copertina dell’Economist dell’ottobre 2017 (21-27 ottobre), dove, con un radicale cambiamento di linea, si mette al centro dell’azione pubblica l’intervento a favore di coloro che sono “lasciati indietro” (left behind) e si scrive che “se i politici non contrasteranno seriamente le disuguaglianze territoriali, la furia degli elettori [di Brexit e Trump] non potrà che aumentare”. L’articolo dell’editorialista Edward Luce sul Financial Times dell’8 febbraio dal titolo “Il panico riservato della borghesia americana” (The Discreet Terror of American Bourgeoisie), dove si argomenta che “le elites pensavano di potere avere <<capra e cavoli>>: i redditi dai capitali e la tranquillità morale. Ma c’era un punto debole nel loro ragionamento: hanno accumulato più ricchezza di quella che possono consumare” e questo riproduce e allarga le disuguaglianze che producono la dinamica politica in atto. Il tentativo di combinare quei due tratti, rivelatosi alla lunga non possibile, ha riguardato negli ultimi trenta anni i primi e soprattutto i resilienti, che sono stati di volta in volta denominati, nei diversi paesi dell’Occidente: Bobos (bohemians-bourgeois), limousine liberal, radical chic, elites metropolitana o borghesia urbana riflessiva (per quest’ultima, cfr. Mario Sai, Il Manifesto, 10 novembre 2016).

 

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Politiche pubbliche e azioni collettive

 

Il cambiamento delle politiche pubbliche è uno dei principali strumenti per tornare a comprimere le disuguaglianze perché è proprio un’inversione a U delle politiche pubbliche che, con la perdita di potere negoziale del lavoro e un cambiamento del senso comune, ha prodotto l’aumento delle disuguaglianze dell’ultimo trentennio. Ma il successo delle politiche pubbliche e il loro stesso disegno dipendono in misura crescente dall’azione collettiva dei cittadini, che non si sostituiscono privatamente allo Stato, ma esercitano poteri e responsabilità nelle politiche pubbliche. È questa la finalità stessa delle organizzazioni di cittadinanza attiva così diffuse in Italia. È questo il ruolo di moderne organizzazioni del lavoro. E dunque obiettivo del Forum è anche quello di valutare le azioni collettive che i suoi membri realizzano e rafforzarne e svilupparne obiettivi e mezzi.

 

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Costruire attorno a esse consenso e impegno

 

È evidente che la realizzazione di azioni collettive da parte delle organizzazioni di cittadinanza attiva e del lavoro richieda impegno e che la loro capacità di ottenere cambiamenti delle politiche richieda consenso diffuso. Ma nel riferimento a “consenso e impegno” c’è di più.

 

L’aumento delle disuguaglianze dell’ultimo trentennio è infatti attribuibile anche ad un cambiamento del senso comune; e dunque tornare a modificare il senso comune, costruire consenso attorno alla lettura della realtà e ai principi di questo Forum, è un obiettivo in sé. Convincersi e convincere che un divario retributivo pari a 1000 o anche “solo” a 100 all’interno di un’azienda sia “anormale” è in sé un obiettivo del Forum. Convincersi e convincere che la nostra prima reazione davanti a una persona in povertà non possa essere quella di pensare alle sue colpe, al mancato impegno che l’ha portata in quella condizione, ma alle circostanze che stanno dietro la situazione che vediamo, è in sé un obiettivo del Forum. Convincersi e convincere che il merito va riconosciuto alle persone in relazione a ciò che esse mostrano di avere realizzato, stante le loro circostanze di vita, non in relazione allo status professionale o di reddito e ricchezza che hanno raggiunto, è in sé un obiettivo del Forum. Per queste ragioni, il Forum dedica una parte del proprio lavoro a queste attività: diffondere la visione del Forum, informazioni e dati; sperimentare metodi per confrontarsi, convincere e deliberare; realizzare campagne a sostegno di proposte e iniziative.

 

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Quattro manifestazioni delle disuguaglianze

 

In coerenza con il concetto di libertà sostanziale sostenibile che abbraccia tutte le dimensioni della vita umana e tutte le diverse capacità o capacitazioni che una persona deve avere per essere libera, il Forum ha scelto di concentrare la propria attività su diversi temi. La scelta dei temi e la sua ripartizione in quattro categorie riflette in primo luogo l’impianto concettuale e la lettura della realtà, mirando a individuare i principali aspetti della vita umana in cui si manifestano oggi le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Si è quindi tenuto conto delle aree di azione e di interesse delle organizzazioni promotrici e delle aree di analisi dei ricercatori che costituiscono il Comitato Promotore. Si è infine tenuto conto dello schema di ripartizione dei temi connessi alle disuguaglianze dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile.

 

Le quattro categorie sono: disuguaglianze di ricchezza, disuguaglianze di reddito e lavoro e povertà, disuguaglianze nell’accesso e qualità dei servizi essenziali e disuguaglianze di partecipazione.

 

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Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile

 

L’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile, meglio nota come Agenda 2030, è stata approvata nel settembre del 2015 allo scopo di “raggiungere lo sviluppo sostenibile nelle sue tre dimensioni – economica, sociale, e ambientale – in maniera equilibrata e connessa” (ONU, Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 Settembre 2015). A tal fine sono stati identificati 17 obiettivi di sviluppo sostenibile articolati in 169 target da raggiungere entro il 2030. All’attenzione dell’Italia su questa Agenda, alla sua traduzione in atti di governo, alla produzione di Rapporti che monitorino i progressi (o regressi) verso gli obiettivi fissati, ha dato in Italia un contributo decisivo una delle alleanze fra associazioni che caratterizza questa fase: l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis, cfr. Fabrizio Barca e Flavia Terribile Ridurre l’ineguaglianza. Un criterio per selezionare indicatori per l’Italia nell’Agenda ONU 2030, EticaEconomia 2016).

 

Il Forum considera questa Agenda il quadro di riferimento entro cui muoversi e all’interno del quale ricercare ulteriori alleanze e collaborazioni a livello nazionale e internazionale.

 

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Disuguaglianze di ricchezza

 

Le disuguaglianze di ricchezza riguardano sia la ricchezza comune, sia la ricchezza privata. Entrambe hanno effetti assai pervasivi sulla libertà sostanziale delle persone, influenzando tutte le altre disuguaglianze. Fra disuguaglianze di ricchezza comune e privata esiste una relazione biunivoca.

 

Sul piano della Costituzione Italiana, oltre alla tutela generale ex. Articolo 3, il contrasto di queste disuguaglianze trova tra l’altro fondamento: per la tutela del risparmio e per l’effettivo accesso delle persone alla possibilità di svolgere attività di impresa, negli articoli 42-44 e 47; per la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, nell’articolo 9. Per quanto riguarda l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i punti corrispondenti sono: per l’accesso al controllo delle imprese, i target 1.4, 5.6.a, 8.3; per l’accesso al credito, i target 5.6.a (donne), 8.3 (PMI), 8.10 (generale), 9.3 (PMI) e 10.5 (regolazione).

 

Le disuguaglianze relative alla ricchezza comune riguardano in primo luogo le differenze nella possibilità stessa delle persone di accedere a tale ricchezza: ospedali o scuole lontane dal luogo di vita; assenza di spazi comuni di incontro prossimi; mancanza di tempo o di mezzi per raggiungere e godere del patrimonio naturale o paesaggistico; etc. Riguardano poi la qualità di tale ricchezza comune: ospedali o scuole di prossimità di cattiva qualità;  terreni e aree circostanti degradate o pericolose sul piano ambientale o della sicurezza; etc. Le disuguaglianze relative alla ricchezza comune hanno sempre una forte dimensione territoriale. Esse colpiscono le periferie urbane dove si investe assai meno nella qualità dei servizi essenziali, dove le modeste condizioni di reddito degli abitanti riducono il potere di pressione o di sopperire alle deficienze pubbliche, dove si producono fenomeni di segregazione, rafforzati dai flussi migratori non governati. E colpiscono le “aree interne” (per la definizione cfr. Agenzia per la Coesione Territoriale), ossia le aree rurali lontane dai servizi essenziali disegnati a misura delle sole città, povere di centri di incontro collettivo e socializzazione, colpite dal consumo di paesaggi o anche dall’avanzamento incontrollato dei boschi. Estendendo il concetto di “squallore urbano” con cui William Beveridge identificò uno dei cinque giganti cattivi che lo stato sociale avrebbe dovuto domare, possiamo parlare a proposito delle disuguaglianze di ricchezza comune di “squallore territoriale”.

 

Per quanto riguarda la ricchezza privata, è importante distinguere fra la sua proprietà e il suo controllo. Proprietà e controllo della ricchezza possono coincidere. È quanto avviene per una singola persona che sia proprietaria di una casa o di un deposito bancario o di titoli e al tempo stesso abbia il controllo del loro utilizzo, per una famiglia dove i coniugi o conviventi condividano i beni ed effettivamente ne condividano il controllo, o per un’impresa in cui il proprietario sia anche l’imprenditore in controllo. Ma proprietà e controllo possono essere separati: per la coppia con beni condivisi in cui di fatto solo un membro della coppia assuma le decisioni del loro uso, o un’impresa dove una proprietà diffusa affidi il controllo a un manager. È utile quindi considerare separatamente le disuguaglianze connesse alla proprietà e al controllo.

 

La disuguaglianza nella proprietà della ricchezza privata ha molteplici effetti: divarica le prospettive di  redditi da capitale su cui le persone possono fare affidamento; differenzia le opportunità di difendersi dagli shock, di studiare, di rifiutare proposte inadeguate o degradanti di lavoro, di fare impresa, di influenzare le pubbliche decisioni; ostacola le persone in condizioni di marginalità nel sollevarsi dal proprio stato e suscita oggi una forte e diffusa avversione; e ha favorito lo scivolamento verso la povertà di una parte del ceto medio di fronte a shock esterni.

 

Le disuguaglianze nel controllo della ricchezza privata divaricano i redditi da lavoro e differenziano le opportunità di influenzare le decisioni di investimento e le pubbliche decisioni.

 

La disuguaglianza nel controllo della ricchezza privata è fisiologica nel capitalismo perché è funzionale all’impegno imprenditoriale: è il controllo sul capitale materiale e immateriale, la possibilità di disporne in qualunque modo non sia esplicitamente escluso da norme e contratti (potere residuale di controllo), che induce l’imprenditore ad affrontare in autonomia l’imprevedibile futuro e rischiare. Nel modo di produzione oggi prevalente – altre forme esistono già oggi per organizzare la produzione, in forma cooperativa o comunitaria – l’ineguale allocazione del controllo è dunque il fondamento per affrontare il tema della scarsità producendo innovazione e aumento della produttività (“efficienza economica”, in senso stretto). Esiste in altri termini una tensione fra equità ed efficienza.

 

Tuttavia, la disuguaglianza nel controllo, che è la base di relazioni di autorità e gerarchia nell’impresa, implica anche l’abuso della stessa autorità e la possibilità per i detentori del controllo di espropriare il frutto degli investimenti e il contributo dei soggetti non controllanti (i lavoratori in particolare) alla creazione di valore nell’impresa. In tal modo l’unilateralità del controllo e l’iniquità della distribuzione del valore, porta con sé anche inefficienza in quanto riduce l’incentivo dei non controllanti a contribuire (un contributo che non verrebbe loro riconosciuto) al meglio alla creazione del valore.  Per questo si può dire che paradossalmente la dottrina del “massimo valore per gli azionisti”, che assegna un rango in assoluto superiore all’interesse dei proprietari rispetto a quelli di tutti gli altri stakeholder, può ben essere inferiore non solo per equità ma anche per efficienza al modello di “capitalismo degli stakeholder”, in cui il dovere fiduciario verso i detentori del capitale è controbilanciato da doveri fiduciari e responsabilità eque verso altre categorie di stakeholder.

 

Al tempo stesso, il capitalismo ha nella concorrenza uno strumento di verifica del merito effettivo nel controllo della ricchezza. Ma soprattutto, nella storia, sotto la pressione di  movimenti sociali e conflitti e del rafforzamento del potere del lavoro, il capitalismo ha saputo adattarsi e convivere con strumenti che esercitano una verifica continua sulla convenienza sociale dell’allocazione del controllo: la pressione del mercato per la riallocazione del controllo; regolamentazioni rigorose anti-monopolistiche o di separazione fra impresa e finanza; fino a sistemi fiscali che prevedano imposte di successione e patrimoniali significative che rimettono in gioco proprietà e controllo della ricchezza. Politiche che appaiono e sono state a lungo riconosciute come “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo. L’inversione a U delle politiche, la perdita del potere negoziale del lavoro e il cambiamento del senso comune hanno fortemente indebolito questo controllo effettivo sul merito. Accrescendo le disuguaglianze e contemporaneamente con presumibili effetti negativi sulla crescita della produttività e sul benessere generale.

 

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Redditi da capitale

 

È il reddito generato dalla proprietà di un bene patrimoniale e comprende il reddito da interessi, i dividendi sulle azioni, le rendite, gli affitti e le plusvalenze (o le perdite) dalla vendita di capitale; può comprendere anche parte del reddito di una persona che è titolare di una attività imprenditoriale (cfr. Anthony Atkinson, Inequality. What can be done?, Harvard University Press, 2015).

 

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Ricchezza privata

 

Secondo la definizione dell’OECD, utilizzata per il sistema di contabilità nazionale del 2008, la ricchezza netta totale delle famiglie corrisponde al valore del totale di tutti i beni (l’ammontare totale degli asset finanziari e di quelli non finanziari) al netto delle passività in sospeso (cfr. OECD Household net worh indicator)

 

La ricchezza privata è intesa come la somma del valore corrente di tutte le proprietà immobiliari, le quote di attività imprenditoriali e dei titoli finanziari al netto dell’indebitamento. La ricchezza si presenta con due accezioni principali:

 

  • ricchezza come accumulazione di risparmio, per far fronte ad esigenze di consumo (programmato o imprevisto, presento o futuro, proprio o dei propri discendenti) di varia natura (beni durevoli, investimenti in educazione, residenza primaria e, in condizioni impreviste, anche beni primari);
  • ricchezza come accumulazione di capitale (produttivo e finanziario), per realizzare profitti e/o potere e/o per acquisire status sociale.

 

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Ricchezza comune

 

La ricchezza comune comprende beni che caratterizzano tutti gli ambienti di vita, di studio, di cura, di intrattenimento e cultura, che siano formalmente aperti all’utilizzo da parte di tutti i cittadini – nel senso che l’accesso non può essere inibito in base alla capacità di pagare un prezzo – in ambito sia urbano sia rurale: luoghi di socializzazione, spazi e piazze, edifici pubblici, luoghi di ricreazione, biblioteche, centri associativi, culturali politici o religiosi; ma anche fruizione di natura, qualità di aria, acqua e terra e del paesaggio. I beni comuni sono quindi infrastrutture che costituiscono un mezzo per molti scopi (molti dei quali inizialmente ignoti), cioè un supporto per i vari piani di vita e per il successo dei tentativi di funzionare in molteplici campi dell’esistenza. Essi sono per questo al centro del discorso sulla giustizia e dell’uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali primari e del supporto alle capacità.

 

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Fra disuguaglianza di ricchezza comune e privata esiste una relazione biunivoca

 

La relazione fra disuguaglianza di ricchezza comune, o “squallore territoriale”, e di ricchezza privata va in entrambe le direzioni: una tende ad amplificare l’altra.

 

Da un lato, lo squallore territoriale tende a produrre impoverimento in termini di ricchezza privata. Le situazioni di inquinamento che si sono venute a sedimentare in molte aree italiane dovute alle “normali” attività produttive dell’industrializzazione della seconda metà del ‘900, l’abusivismo edilizio, il mancato investimento nelle scuole, la scarsa qualità dei servizi, lo sfruttamento del territorio con cave o attività estrattive non sicure, fino ai traffici illeciti di rifiuti ed altre attività criminali, producono effetti non solo sulla qualità della vita nelle sue varie dimensioni, ma anche sul valore delle abitazioni, della terra, delle imprese, ovvero aprono opportunità per impieghi illeciti e comunque non concorrenziali della ricchezza. Mentre, al rovescio, la qualità, anche estetica, degli ambienti accresce il valore della ricchezza privata, soprattutto di quella immobiliare, come si è puntualmente verificato nelle città in tutte le aree urbane pedonalizzate, o nelle aree rurali nei borghi che hanno lavorato sul miglioramento della ricchezza comune.

 

Dall’altro lato, la povertà di ricchezza privata, fino a situazioni di grave indebitamento,  aggrava il degrado ambientale e del patrimonio comune perché sottrae alle persone la libertà di darsi carico dell’effetto delle proprie scelte sulle future generazioni – quella che definiamo libertà sostanziale sostenibile – e dunque favorisce l’abusivismo, l’accettazione di inquinamenti puntiformi (mini discariche, ciminiere, invecchiamento dei mezzi di trasporto che sono più inquinanti, impossibilità di investire in risparmio energetico o in messa in sicurezza della propria abitazione), fino all’acquiescenza  all’illegalità o addirittura alla criminalità.

 

Questo circolo vizioso fra le due povertà, di ricchezza privata e comune, è particolarmente grave quando arriva a interessare e agire da vincolo e restrizione della gamma di opportunità di interi territori e degli individui che vi abitano (influenzandone le scelte di educazione, di cultura imprenditoriale ed il grado di apprezzamento per le istituzioni democratiche). Nel nostro paese, questo tema è particolarmente sentito, non solo nelle aree periferiche di alcuni grandi centri urbani, ma in molti centri di media dimensione del Sud del paese.

 

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Disuguaglianze di reddito e di lavoro e povertà

 

Le disuguaglianze di reddito e di lavoro, fra loro strettamente connesse, e la povertà – che abbiamo ritenuto di includere in questa categoria – costituiscono la preoccupazione primaria e immediata delle persone e costituiscono uno dei terreni principali dell’azione delle organizzazioni promotrici del Forum, della ricerca accademica e delle proposte per l’azione pubblica.

 

Un primo gruppo di questioni attiene alla grande dimensione, persistenza, e concentrazione territoriale della povertà. Ad esse sono legati il tema del lavoro irregolare e sottopagato (se non in condizioni di schiavitù), delle basse retribuzioni di entrata, dello spiazzamento del lavoro a seguito dell’automazione, dei fortissimi divari retributivi, fra generi e all’interno delle aziende. Sono questioni che fanno capo ai principi costituzionali contenuti, oltre che all’articolo 3, agli articoli 36-38 e 53 e sono richiamati anche dall’Agenda 2030 nel target 1.1 (eliminazione della povertà estrema), 1.4 (uguale diritto alle risorse economiche); 10.1 (sostegno alla crescita del 40% più povero della popolazione); 10.2 (potenziamento dell’inclusione sociale, economica e politica); e 10.4 (adozione di politiche fiscali, salariali e di protezione sociale e raggiungimento di maggiore uguaglianza).

 

Le domande sono molteplici e possono essere così esemplificate: Quali sono le cause della diffusa povertà? Può un reddito di inclusione sociale risolvere i problemi della povertà cronica? Come facilitare la partecipazione al mercato del lavoro? Come accrescere la partecipazione al lavoro delle donne? Cosa fare quando il reddito da lavoro è insufficiente a sfuggire alla povertà? Qual è la condizione reddituale e lavorativa degli Italiani? I lavori atipici favoriscono l’esclusione sociale? I redditi da lavoro delle nuove generazioni sono sufficienti a garantire una vita autonoma?

 

A questi temi si accompagna il tema della riduzione della subalternità del lavoro dipendente, con riguardo alla sua autonomia, crescita formativa e accesso alle informazioni. Questo aspetto, centrale per attuare la “partecipazione dei lavoratori” prevista dall’articolo 3 della Costituzione, è tutelato anche dagli articoli costituzionali 35-37, 39-40 e 46. Attenzione a questo profilo troviamo anche nei seguenti target dell’Agenda 2030: per l’accesso alle conoscenze e al capitale immateriale, i target 1.4 (accesso a nuove tecnologie), 15.6 (riferito a patrimonio genetico), e 17.6-17.7-17.8 (diffusione e accesso a tecnologie); per la partecipazione dei lavoratori, i target 8.5 (lavoro dignitoso) e 8.8 (diritti del lavoro).

 

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Disuguaglianze nell’accesso e nella qualità dei servizi essenziali

 

Si tratta di una dimensione fondamentale di riferimento dell’articolo 3 della Costituzione, per il peso che gli ostacoli all’istruzione, alla salute, alla cura delle disabilità, alla cultura – in riferimento ai quali si applicano anche gli articoli 32-34 e 38 – alla mobilità, alla comunicazione hanno nello “sviluppo della persona umana” e per gli ampi spazi di azione che “la Repubblica” – ossia lo Stato e i cittadini – hanno nel rimuovere tali ostacoli. Nei target dell’Agenda 2030 dell’ONU si trova riscontro di tutti questi profili. Molteplici sono i quesiti sul tavolo che emergono dall’ampia gamma di azioni svolte dalle organizzazioni promotrici. Fra questi: Per quali categorie di persone, e per chi vive in quali luoghi, è precluso un accesso e una qualità adeguati ai servizi essenziali? Da quali condizioni o da quali politiche dipende questa situazione e come correggerla? L’accesso ai servizi di qualità è peggiore nelle zone del paese con distribuzione delle risorse più iniqua? Come ridurre l’abbandono scolastico in molte aree del paese? Come agire (a livello costituzionale? Per legge? Nell’attuazione?) per rendere davvero universale ed omogeneo nel paese il diritto alla salute?

 

Importante è qui anche il profilo delle disuguaglianze di riconoscimento. Stante la forte dimensione territoriale delle disuguaglianze, infatti, nelle periferie e nelle aree interne (cfr. Agenzia per la Coesione Territoriale ) del paese, a pesare sui residenti non è solo l’inaccessibilità o la cattiva qualità dei servizi, ma la chiara percezione del disinteresse o dell’incapacità di analizzare e comprendere i propri specifici contesti. Le politiche di sviluppo cieche ai luoghi che hanno caratterizzato l’inversione a U delle politiche pubbliche, oltre a essere largamente responsabili del peggioramento dei servizi essenziali in queste aree (o dei flussi di popolazione che ne hanno reso estremamente difficile la gestione e programmazione) hanno anche segnalato chiaramente disattenzione per il ruolo e i valori di questi luoghi.

 

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Disuguaglianze nella partecipazione alle decisioni

 

Le disuguaglianze nella partecipazione alle pubbliche decisioni hanno un peso fondamentale non solo perché toccano una dimensione importante della nostra libertà sostanziale, ma perché, alterando le pubbliche decisioni in favore di alcuni, tendono a perpetuare e ampliare le altre disuguaglianze. Sono ovviamente fortemente legate alle disuguaglianze di ricchezza, per il condizionamento che il possesso di ricchezza può esercitare direttamente sulle decisioni (attraverso lobbying e donazioni, se non attraverso la corruzione), e per il peso (crescente) della ricchezza privata sulle campagne elettorali e quindi sugli esiti della democrazia elettiva.

 

Ma gli spazi potenziali della partecipazione restano elevati, sia nella democrazia elettiva, sia nella democrazia deliberativa. In Italia, dove la democrazia elettiva è ulteriormente indebolita dalla crisi dei partiti e da un finanziamento pubblico ridotto e distorto a favore dei partiti sostenuti da persone con redditi più elevati, la democrazia deliberativa è vivificata in forme inusuali dalla presenza di una moltitudine di organizzazioni di cittadinanza attiva: un’opportunità significativa  in un contesto in cui, con l’istruzione di massa, la conoscenza necessaria per assumere decisioni pubbliche efficaci è diffusa e dispersa fra i cittadini. È proprio da queste organizzazioni che il Forum trae larga parte delle proprie forze e della propria stessa ragion d’essere.

 

Oltre che attraverso l’articolo 3, la Costituzione tutela e promuove la partecipazione alle pubbliche decisioni attraverso molteplici articoli (1, 17-18, 48-51, 71, 75, 138). Quanto all’Agenda 2030, essa appare relativamente debole su questo fronte, pure toccato dai target 16.6 (istituzioni trasparenti e verificabili), 16.10 (accesso pubblico alle informazioni) e 16.7 (processo decisionale inclusivo e partecipativo).

 

Molteplici sono anche qui le questioni di interesse, che si aggiungono a quelle che riguardano la partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese, affrontata all’interno del tema disuguaglianze di reddito e lavoro e povertà. A titolo esemplificativo: Come colmare il divario che si è andato accentuando fra cittadini e classi dirigenti? Come ridare ai partiti credibilità e fermare l’aumento dell’astensionismo? Quali spazi genuini di partecipazione sono offerti oggi dallo Stato, come possono essere utilizzati dalle organizzazioni di cittadinanza attiva e come conquistarne altri? Quali azioni e alleanze devono essere realizzate dalle organizzazioni di cittadinanza attiva per produrre in modo crescente effetti sistemici sulle “grandi decisioni”? Come ridurre i rischi e accrescere le opportunità delle donazioni private all’associazionismo? Il tema del “lavoro” non è al centro dell’azione delle organizzazioni di cittadinanza attiva: come correggere questa situazione? Quale rapporto con i sindacati?

 

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Animare la strategia dell’Europa

 

Due sono le ragioni per cui le azioni e le proposte del Forum per contrastare le quattro manifestazioni delle disuguaglianze individuate devono prendere a riferimento l’intera Unione Europea. In primo luogo, per lo stato di avanzamento raggiunto dall’Unione, molte (non tutte le) questioni da affrontare hanno questa dimensione o comunque richiedono di tenere conto del quadro normativo e di relazioni politiche e sociali dell’Unione Europea. In secondo luogo, nonostante gli errori, l’Unione Europea continua a rappresentare un quadro di riferimento fondamentale, per l’oggi e per il futuro, per assicurare pace e giustizia: la dinamica autoritaria messa in moto anche da quegli errori mette a repentaglio l’esistenza stessa dell’Unione Europea e dunque richiede che dai paesi e dai cittadini organizzati venga un impegno per correggere la rotta.

 

Con l’approvazione dello European Pillar of Social Rights è ripreso il cammino, a lungo interrotto, verso un’Europa Sociale. Ma parole e promesse non bastano più. Anzi, enunciare diritti e non prevedere risorse e strategie per assicurarli può addirittura accrescere la rabbia di molti cittadini europei. È necessario farlo sia attraverso un rilancio della politica di coesione, sia dando una base strategica di sviluppo al Semestre Europeo. Quanto alla politica di coesione, per il governo multilivello che la caratterizza e grazie alla riforma dei Regolamenti del 2013, essa si presta a essere lo strumento per sperimentare, valutare, adattare e correggere in modo sistematico soluzioni comuni di politica sociale: senza violare i “contratti sociali nazionali”, esse potrebbero gradualmente diventare pezzi di un modello sociale europeo. Si potrebbe partire dai più giovani, come già molti anni fa aveva proposto all’Europa Tony Atkinson. Per fare questo è necessario un investimento politico e di risorse umane che sinora l’Unione non ha voluto fare. Per quanto riguarda il Semestre Europeo, è stato suggerito che, in linea con quanto il Consiglio Europeo ha invitato la Commissione a prevedere, venga posto alla base del Semestre Europeo un “Programma di trasformazioni strutturali” nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: politiche nazionali e politica di coesione troverebbero in questo Programma una cornice comune di riferimento e di progressiva verifica, secondo una metodologia attenta alle persone nei luoghi.

 

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La disuguaglianza di ricchezza è molto cresciuta negli ultimi trenta anni

 

La disuguaglianza di ricchezza privata è assai elevata e in forte crescita in tutto il mondo (cfr. Thomas Piketty, 2014, Capital in the Twenty-First Century, Cambridge MA, Harvard University Press; e Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Gabriel Zucman (ed.)  World Inequality Report 2018). L’1% più ricco concentra oggi circa il 50% della ricchezza mondiale (cfr. B. Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016, tav. 1.1). Negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2014 la quota di ricchezza nelle mani dell’1% più ricco della popolazione è passata dal 22% al 39% (cfr. anche per altri paesi: Anthony Atkinson, Joe Hasell, Salvatore Morelli, Max Roser, 2017 ). Il fenomeno non riguarda solo l’Occidente ma si estende anche ai paesi emergenti. Secondo il World Inequality Report del 2018, in paesi come la Cina e la Russia la disuguaglianza di ricchezza è aumentata notevolmente nell’arco di un solo ventennio, tra il 1995 e il 2015, nel processo di transizione da economie pianificate a economie di mercato: la quota di ricchezza posseduta dall’1% più ricco della popolazione è raddoppiata in entrambi paesi, passando dal 15% al 30% in Cina e dal 22% al 43% in Russia.

 

Anche in Italia la disuguaglianza di ricchezza privata è aumentata in modo significativo negli ultimi 15 anni. Secondo stime basare sull’indagine dei bilanci delle famiglie della Banca d’Italia l’1% più ricco della popolazione possedeva nel 2014 circa il 15% della ricchezza totale, contro il 10% circa degli anni ’80 (cfr. Andrea Brandolini, The Big Chill. Italian Family Budgets after the Great Recession, 2014). Il 10% più ricco si avvicina a possedere la metà dell’intera ricchezza privata del paese. La concentrazione appare ancora più alta se utilizziamo dati di natura fiscale (dichiarazioni delle imposte di successione) che avrebbero il pregio di catturare meglio l’accumulazione di ricchezza tra le fasce più ricche della popolazione. Uno studio recente (Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e Salvatore Morelli, The concentration of personal wealth in Italy, 1995 -2013, 2017, in preparazione) stima che l’1% più ricco della popolazione possedeva tra il 20% e il 24% della ricchezza personale netta totale nel 2013. Le stime preliminari aumenterebbero di circa 2 punti percentuali se dovessimo considerare l’ammontare della ricchezza totale sottratta alla contabilità nazionale (ed in buona parte al fisco) attraverso i conti off-shore. Allo stesso tempo, tra il 1985 e il 2012 sono raddoppiate le famiglie italiane con risparmio negativo. Questo fenomeno si è concentrato fra i più poveri di reddito: fra le famiglie che appartengono al quinto più povero della popolazione, circa il 60% aveva risparmi negativi nel 2012. Fra i primi anni ’90 e il 2012 la percentuale di famiglie indebitate è quasi raddoppiata: dall’8% al 15%.

 

Le evidenze sulle disuguaglianze nell’accesso e nella qualità della ricchezza comune non sono altrettanto precise. E’ tuttavia evidente che l’inversione a U delle politiche pubbliche e segnatamente il prevalere di politiche di sviluppo apparentemente cieche ai territori (space-blind), ma in realtà distorte a favore di una concentrazione della popolazione nelle aree urbane, soprattutto in mega-centri, ha concorso a impoverire i contesti rurali, utilizzati spesso come scarico dei residui delle città o compensati da sussidi che si sono tradotti spesso in infrastrutture inutilizzate e deturpanti, e a degradare le periferie, come emerge dai dati (cfr. Rapporto della Commissione Europea assieme a UN-Habitat, The State of European Cities). Un report pubblicato nel 2009 dall’OECD riportava che, nonostante il potenziale delle aree rurali italiane, la loro performance economica era ancora inferiore rispetto alla media nazionale e nel 2004 il reddito medio disponibile in queste zone era pari al 45% di quello delle aree urbane (OECD, Rural Policy Reviews – Italy, 2009). Nelle aree periferiche tendono a essere concentrate anche le popolazioni più vulnerabili. Ad esempio, un recente studio del Comune di Bologna (Periferie a Bologna: vulnerabilità e opportunità) mostra come la percentuale di anziani che vive sola tende a essere più alta nelle periferie, dove vive anche oltre il 31% degli individui in condizioni di povertà relativa.

 

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La disuguaglianza di ricchezza influenza tutte le altre disuguaglianze

 

Persistenti ed elevate disuguaglianze nella proprietà e nel controllo della ricchezza privata e nell’accesso alla ricchezza comune tendono continuamente a ridurre la libertà sostanziale sostenibile delle persone, ossia le loro opportunità e capacità di realizzazione in termini di reddito e di qualità di vita, e mettono così a repentaglio ogni politica o azione redistributiva. È infatti la disuguaglianza di ricchezza privata che divarica continuamente le prospettive di reddito, che differenzia le opportunità di difendersi dagli shocks, di studiare, di fare impresa, di partecipare alle pubbliche decisioni, che, rendendo le persone vulnerabili, ha favorito lo scivolamento verso la povertà di una parte del ceto medio di fronte a shock esterni, che ostacola le persone in condizioni di marginalità nel sollevarsi dal proprio stato e che suscita oggi forte e diffusa avversione. È la disuguaglianza di accesso alla ricchezza comune nella forma di ambienti e reti di vita urbana ospitali, gradevoli, aperte – rispetto allo “squallore” e alla ghettizzazione delle periferie urbane e all’isolamento delle aree rurali – che riduce le opportunità di vaste sezioni della popolazione e deprezza la loro ricchezza privata, spingendole verso una comunitarismi chiusi e una dinamica autoritaria.

 

Innumerevoli sono le storie di vita che colgono questo “effetto ricchezza”. Il ragazzo sottratto a circoli criminali e riportato nel solco della scuola e dell’attività artigianale si convincerà di aver commesso un grave errore quando la banca gli rifiuterà un prestito per “fare il salto”. La giovane che ha avviato gli studi grazie a una borsa del privato sociale dovrà interromperli di colpo se l’improvvisa domanda di cura del padre, assente ogni risparmio precauzionale, la costringe ad accettare il primo lavoro disponibile. La cooperativa agricola innovativa abbandonerà una strada promettente disperdendosi in “lavoretti” individuali, se l’accesso alla terra necessaria per raggiungere la dimensione critica le verrà precluso. Gli immigrati aiutati a emergere in attività dove far valere le proprie capacità torneranno in condizioni di sotto-impiego, se non di quasi-schiavitù, se non riusciranno a ripagare il debito con cui sono stati “incastrati”. Lo stagista post-laurea presso uno studio professionale che si deve mantenere con un piccolo lavoro perderà quotidianamente terreno, a parità di tutto il resto, nei confronti dell’altro stagista che ha la casa donata o pagata dalla famiglia e/o che beneficia di un giro di relazioni. E avanti così.

 

Non avere una base di ricchezza significa essere in balia di qualsiasi shock negativo possa verificarsi nello spazio del redito oppure nell’insorgenza di bisogni la cui soddisfazione richiede risorse in eccesso rispetto al reddito disponibile. Le opportunità di chi non detiene ricchezza sono influenzate non solo dall’aver poco, ma anche dal fatto che altri hanno molto. Disporre di ricchezza equivale a ridurre, mettere a repentaglio o negare le opportunità di altri.

 

Il Forum concentra in particolare l’attenzione su cinque canali attraverso cui le disuguaglianze di ricchezza privata e comune influenzano tutte le disuguaglianze. La disuguaglianza di ricchezza:

 

  • Riduce/annulla la capacità di reagire agli imprevisti. La povertà e la disuguaglianza di ricchezza privata fino a condizioni di indebitamento, espone le persone agli imprevisti derivanti da eventi non previsti, relativi al ciclo economico, a vicende famigliari, a shock esterni. Questa vulnerabilità induce quindi l’insorgere di molteplici disuguaglianze e, in casi estremi il debito può intrappolare intere famiglie ed individui in un circolo vizioso di rate da pagare e nuovi debiti da cui spesso non vi è via d’uscita. Una particolare dimensione della “messa a repentaglio” ha luogo all’interno della famiglia: quando il controllo differenziato della ricchezza squilibra il potere contrattuale nell’assunzione di decisioni.
  • Riduce/annulla la capacità di rifiutare un lavoro cattivo o iniquo. Quando la disuguaglianza di ricchezza privata genera povertà tale da spingere all’accumulo di debiti sproporzione alla propria possibilità di reddito annulla la capacità delle persone di rifiutare un lavoro inadeguato alle proprie competenze e aspirazioni, non tutelato e sottopagato, fino a dover accettare lavori in nero, spesso legati ad attività criminali, mortificanti per la propria persona. L’indebitamento non ripagabile può condurre in casi estremi a ridurre gli spazi di libertà individuale a tal punto da trasformare il lavoro in condizioni di schiavitù di fatto.
  • Riduce/annulla la possibilità di fare fruttare il risparmio e tutelarlo. La povertà di ricchezza privata ostacola la gestione razionale delle poche risorse economiche disponibili. L’urgenza di far fronte ai problemi di sopravvivenza giornaliera rende, infatti, difficile progettare il futuro, impedisce di coltivare l’idea di accumulare piccole somme in vista di impieghi successivi e riduce anche la capacità di investire eventuali sopravvenienze monetarie in beni o servizi che possono garantire vantaggi più avanti nel tempo, come gli investimenti in capitale umano. Questa situazione si accompagna, di solito, a contenute competenze finanziarie e a esigue reti di relazioni interpersonali che riducono ulteriormente la capacità delle persone di gestire al meglio le poche risorse disponibili. Questa situazione determina una divaricazione fra il rendimento medio di chi ha grandi ricchezze e di chi ne ha di piccole assai, una divaricazione che a sua volta amplia la disuguaglianza iniziale di ricchezza.
  • Scoraggia/impedisce di realizzare la propria capacità imprenditoriale. Non avere ricchezza privata rende assai più difficile, talora impossibile, realizzare un progetto imprenditoriale, ossia acquisire il controllo di nuova ricchezza e quindi accrescere le proprie possibilità di reddito futuro. I fallimenti del mercato dei capitali nel finanziare le persone con doti imprenditoriali, la prevalenza di un trasferimento generazionale della ricchezza che, anche in conseguenza del regime fiscale di eredità e donazioni, privilegia i familiari in modo indipendente dalle capacità, creano a un tempo aumento delle disuguaglianze ed effetti negativi sulla crescita della produttività.
  • Accresce il rischio di vivere nel degrado socio-ambientale e di concorrervi. L’accesso inuguale alla ricchezza comune è fonte di molteplici altre disuguaglianze, più gravi là dove già esistono disuguaglianze di ricchezza privata, mentre le disuguaglianze di ricchezza privata provocano a loro volta, più facilmente, il degrado della ricchezza comune. L’accesso ineguale arriva così a produrre e aggravare lo squallore territoriale (nelle aree urbane e interne, in forma diversa) e la segregazione, e induce comportamenti di disattenzione all’ambiente, dando luogo a vere e proprie trappole di sottosviluppo socio-ambientale.

 

Queste molteplici manifestazioni delle disuguaglianze di ricchezza saranno oggetto di progetti di ricerca-azione che il Forum avvierà a partire da esperienze in atto e dal lavoro delle organizzazioni costituenti e del progetto Adattare all’Italia il Programma Atkinson contro le disuguaglianze, oltre che delle attività volte a sperimentare metodi per confrontarsi, convincere e deliberare.

 

C’è un ultimo profilo che attraverserà orizzontalmente l’attività del Forum. La distribuzione ineguale della ricchezza mette anche continuamente a repentaglio la partecipazione paritaria ai processi di democrazia elettiva e deliberativa. In primo luogo, influenza il voto, specie in assenza di sistemi di pubblico finanziamento. In secondo luogo, la distribuzione ineguale di ricchezza influenza le decisioni pubbliche attraverso la maggiore capacità di lobbying di chi possiede ricchezza, il suo peso sui mezzi di comunicazione, e il suo vantaggio comparato nella ricerca, nella raccolta e produzione di dati e nell’acquisire un’egemonia culturale. In terzo luogo, in una fase storica in cui cresce il peso della democrazia deliberativa e delle organizzazioni di cittadinanza attiva, i possessori di ricchezza hanno maggiori opportunità di influenzare il pubblico confronto e anche di occuparsi dei problemi collettivi partecipando a quelle organizzazioni o addirittura scoraggiando di fatto l’investimento di tempo dei non abbienti al confronto deliberativo.

 

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Non basta re-distribuire. E’ necessario pre-distribuire

 

Le politiche redistributive sono politiche di tassazione o di trasferimento/spesa che intervengono ex-post, a valle della formazione della ricchezza e del reddito, per redistribuire redditi o ricchezza. Per politiche pre-distributive si intendono politiche che non intervengano a valle della formazione della ricchezza, bensì sui meccanismi di mercato, nel momento della formazione della ricchezza, o distribuzione primaria. Per intendersi, sono politiche pre-distributive: la regolazione dei mercati; la tutela della concorrenza; la normativa sul governo societario, che modifica gli equilibri di potere e le regole del gioco fra finanziatori e imprenditori, o anche fra lavoro e impresa; la normativa del lavoro, che influenza in svariati modi il potere negoziale del lavoro; i criteri per assegnare fondi di ricerca, che possono influenzare l’indirizzo del cambiamento tecnologico; i criteri e metodi per i bandi degli acquisti pubblici, con lo stesso effetto; la normativa che regola le relazione fra banche e depositanti o clienti in genere; le politiche di sviluppo rivolte ai territori; etc.

 

Le ragioni per cui le politiche re-distributive vanno affiancate e in parte sostituite da politiche pre-distributive sono almeno tre.

 

Prima di tutto, poiché dietro la formazione e l’incremento delle disuguaglianze di reddito, fino alla povertà, e di altre disuguaglianze sta un meccanismo primario di formazione della ricchezza che continuamente riapre i divari di ricchezza e dunque tutte le altre disuguaglianze, è necessario che quel meccanismo venga affrontato. Perché la disuguaglianza di ricchezza influenza tutte le altre disuguaglianze, e perché l’inversione a U delle politiche pubbliche, in larga parte con impatto pre-distributivo, è responsabile delle crescenti disuguaglianze di ricchezza e dunque a correggere queste politiche bisogna volgersi.

 

In secondo luogo, l’inversione a U delle politiche pubbliche ha anche effetti negativi sulla crescita della produttività e sul benessere generale. Ecco dunque che andando alla radice della formazione della ricchezza, e modificando le politiche errate dell’ultimo trentennio è possibile non solo ridurre la matrice delle disuguaglianze, ma anche produrre effetti positivi sulla produttività e sulla crescita sostenibile.

 

La terza ragione riguarda il consenso necessario per raggiungere un compromesso sul cambiamento delle politiche. Ogni azione redistributiva, non misurandosi con il meccanismo che ha prodotto la distribuzione che si vuole modificare, va incontro alle reazioni istintive maturate soprattutto in questo trentennio con il cambiamento di senso comune, che vedono nell’uguaglianza la limitazione di libertà e merito, l’imposizione di gabelle e uno Stato più invasivo. È certo necessario lavorare per cambiare il senso comune e infatti il Forum dedicherà parte della propria attività a costruire consenso e impegno. Ma se il tema delle disuguaglianze viene affrontato a monte, dove esse si formano, è più probabile che si possano mostrare le ingiustizie, che si possa bene affrontare la questione del merito e dunque che si costruisca consenso.

 

In conclusione, la necessità di intervenire nella pre-distribuzione della ricchezza risale allo stesso argomento sulla creazione di capacità e libertà sostanziale che è centrale nel nostro approccio alle diseguaglianze: le capacitazioni in parte sono oggetto dell’azione del welfare state, ma in seguito esse entrano nei meccanismi della creazione di distribuzione primaria della ricchezza. Perciò pre-distribuire controllo e partecipazione alle decisioni che riguardano il processo di formazione e distribuzione fondamentale del valore economico permette di far fluire, piuttosto che ostacolare, il processo che dalla formazione delle capacità da parte del welfare state giunge fino all’equa distribuzione del benessere.

 

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Effetti negativi sulla crescita della produttività

 

La disuguaglianza di ricchezza, in particolare nel controllo della ricchezza, è fisiologica nel capitalismo – altri modi esistono già oggi per organizzare la produzione, in forma cooperativa o comunitaria – ossia è funzionale all’esistenza dell’impresa capitalistica, all’impegno imprenditoriale, alla capacità di innovare e accrescere la produttività, concorrendo al benessere complessivo (anche se inegualmente distribuito). Eppure, anche all’interno di questa logica, l’allocazione ineguale del controllo può dirsi “efficiente” (nel senso di raggiungere una soddisfacente crescita della produttività) solo se il controllo della ricchezza produttiva è allocato nelle “mani adatte”; cioè se non esistono allocazioni alternative del controllo di quella ricchezza, in singole mani (altri imprenditori) o più diffuse (diverse organizzazioni della produzione), che accrescano l’efficienza. Il merito dell’imprenditore capitalistico, che ne giustifica ruolo e potere, sta appunto nell’essere la persona con le “mani adatte”.

 

Il capitalismo ha nella concorrenza uno strumento di verifica di tale merito. Inoltre, nella storia, sotto la pressione di  movimenti sociali e conflitti e del rafforzamento del potere del lavoro, il capitalismo ha saputo adattarsi e convivere con strumenti che esercitano una verifica continua sulla convenienza sociale dell’allocazione del controllo: la pressione del mercato per la riallocazione del controllo; regolamentazioni rigorose anti-monopolistiche o di separazione fra impresa e finanza; fino a sistemi fiscali che prevedano imposte di successione e patrimoniali significative che rimettono in gioco proprietà e controllo della ricchezza. Politiche considerate in passato come “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo. L’inversione a U delle politiche, la perdita del potere negoziale del lavoro e il cambiamento del senso comune hanno indebolito fortemente questo controllo effettivo sul merito. Ecco dunque che è ben possibile che in molte circostanze il controllo della ricchezza sia oggi allocato nelle “mani sbagliate”: con imprenditori capaci che si vedono negare il credito; manager capaci che non possono accedere al controllo di imprese dove lavorano; figli incapaci che si trovano a capo di un’impresa. In tutti questi casi e altri casi di cattiva allocazione del controllo, strumenti di intervento sul mercato – pre-distributivi – che favoriscano una minore concentrazione del controllo, che diano ad altri soggetti la possibilità di accedervi, che portino la concorrenza nel mercato più delicato del capitalismo, il mercato del controllo, possono a un tempo ridurre le disuguaglianze e accrescere la produttività.

 

Ma non finisce qui. Le circostanze in cui una concentrazione elevata del controllo può essere dannosa per l’efficienza economica, definita anche in modo restrittivo come “incremento soddisfacente della produttività”, comprendono tre altre casistiche:

 

  • Un’elevata concentrazione del controllo, pur nelle “mani adatte” può dare luogo a una posizione di monopolio o oligopolio che, riducendo la concorrenza, danneggia i consumatori e alla lunga deprime innovazioni e produttività.
  • Si è ragionato sinora come se nell’impresa il solo contributo innovativo, non meramente esecutivo, venga dall’imprenditore-controllante. Ovviamente così non è. Soprattutto con le nuove tecnologie, una parte elevata della forza lavoro svolge funzioni l’impegno nelle quali non può essere pienamente regolato da un contratto ma è soggetto alla decisione discrezionale del lavoratore: evidentemente, quella stessa allocazione del controllo nelle mani (pure adatte) dell’imprenditore che incentiva quest’ultimo disincentiva tutti gli altri. Se, appunto con le nuove tecnologie, quello che si perde per il minore impegno dei lavoratori che non esercitano il controllo fosse superiore a quello che si guadagna concentrando il controllo nelle mani dell’imprenditore, l’organizzazione capitalistica tradizionale sarebbe inefficiente (anche dal punto di vista capitalistico).
  • C’è infine il tema del controllo sul capitale immateriale: le idee brevettate. Da un lato, infatti, tanto più viene assicurato all’imprenditore il controllo sulle idee che l’impresa ha concorso a produrre, tanto maggiore sarà il suo incentivo a produrre ricerca e innovazione. Ma, al tempo stesso, tanto maggiore sarà la sua possibilità di controllo, tanto più lungo sarà il periodo di validità dei brevetti, tanto minore o costoso sarà l’accesso a quelle idee per le altre imprese e dunque minore la loro possibilità di realizzare innovazioni adattive dell’idea originaria, minore la concorrenza, minore la varietà di prodotti per i consumatori. Di nuovo, se i benefici del primo effetto sono inferiori ai costi del secondo, la concentrazione del controllo sarebbe inefficiente.

 

In tutti questi casi è dunque possibile che la riduzione della disuguaglianza nella distribuzione del controllo della ricchezza privata dia anche luogo ad un incremento dell’efficienza capitalistica, ovvero ad una maggiore crescita della produttività. L’inversione a U delle politiche pubbliche, in particolare indebolendo i meccanismi di verifica del merito nell’allocazione del controllo e rafforzando il controllo sul capitale immateriale, ha accresciuto la probabilità di questa circostanza. E suggerisce di esplorare e sperimentare politiche che producano una nuova inversione e accrescano a un tempo efficienza e uguaglianza.

 

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Effetti negativi sul benessere generale

 

Sono possibili circostanze in cui una data allocazione del controllo è efficiente, nel senso di raggiungere una soddisfacente crescita della produttività (ossia non si verifichi alcuna delle ipotesi considerate nell’esaminare gli effetti negativi sulla crescita della produttività), ma abbia effetti negativi sul benessere generale una volta che si guardi oltre il breve periodo. In particolare, nel lungo periodo si potrebbero avere effetti negativi: sul livello di occupazione e la coesione sociale; sulle opportunità dei consumatori; sull’ecosistema

 

Sistematici effetti negativi sull’occupazione possono venire da scelte di cambiamento tecnologico che, specie sfruttando l’intelligenza artificiale e l’automazione, sostituiscano progressivamente macchine a lavoro umano, senza internalizzare i costi sociali di questo processo e senza quindi tenere conto di opzioni innovative alternative, meno profittevoli nel breve periodo. Lo stesso meccanismo può comportare effetti negativi per i consumatori se le possibilità di automazione vengono sfruttate nei servizi finali (di trasporto, di cura, di istruzione) per sostituire macchine a lavoro senza offrire ai consumatori, perché nel breve periodo più costosa, l’alternativa di affiancare macchine e lavoro umano (cfr. Anthony Atkinson, Inequality. What can be done?, pp. 115-132): si determina in altri termini un impoverimento delle opzioni di scelta dei consumatori. L’ultimo possibile effetto negativo di lungo periodo riguarda l’ecosistema: tenuta, salubrità, bellezza e vivibilità del territorio. In questo caso a essere messa a repentaglio è la sostenibilità dei risultati raggiunti nel breve periodo, e la possibilità delle future generazioni di godere almeno della stessa qualità di vita delle attuali generazioni: la “libertà sostanziale sostenibile”.

 

In tutti questi casi è possibile disegnare e attuare strumenti e politiche pubbliche che riducano le disuguaglianze e al tempo stesso migliorino il benessere generale nel lungo periodo.

 

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Politiche pubbliche e azioni collettive che perseguano assieme obiettivi di uguaglianza e di produttività e benessere generale

 

L’esistenza di molteplici circostanze in cui la concentrazione della ricchezza produce effetti negativi sulla crescita della produttività o sul benessere generale crea uno spazio ampio per indagare, disegnare, sperimentare e proporre azioni collettive e politiche pubbliche che perseguano assieme “equità” ed “efficienza”. Nella logica perseguita dal Forum di costruire consenso attorno alle proposte e quindi di pretendere che siano attuate è evidente che questo spazio accresce le possibilità di compromesso fra diverse parti della società caratterizzate da interessi diversi.

 

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Effetti socialmente inaccettabili

 

L’obiettivo della libertà sostanziale e della riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e dell’ingiustizia è l’obiettivo primario del Forum, che ne motiva l’esistenza. È dunque evidente, con riguardo alle disuguaglianze di ricchezza, che quando queste si spingano, per i loro molteplici e persistenti riflessi, oltre livelli che sono socialmente non accettabili, esse vanno ridotte con decisione, accettando di sacrificare ogni possibile effetto sull’efficienza, la produttività o anche il benessere generale. Questo dopo avere verificato che non esistano soluzioni che possano perseguire assieme obiettivi di uguaglianza e di produttività e benessere generale.

 

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Progetti di ricerca-azione

 

Una delle linee di lavoro del Forum consisterà nel progettare e avviare sei progetti di ricerca azione, frutto dell’alleanza inedita tra organizzazioni di cittadinanza attiva e ricercatori, che focalizzeranno la propria attenzione sulla ricchezza. In particolare, i progetti analizzeranno l’impatto della disuguaglianza di ricchezza privata e comune su: la capacità delle famiglie di reagire agli imprevisti; la capacità di rifiutare un lavoro iniquo o degradante; la possibilità di tutelare e far fruttare il risparmio; la capacità di realizzare progetti imprenditoriali; il rischio di vivere nel degrado socio-ambientale.

 

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Costruire un Programma Atkinson per l’Italia

 

Condividendo il convincimento di Antony Atkinson, secondo cui l’aumento delle disuguaglianze che ha interessato l’Occidente a partire dagli anni ’70 è il frutto di una inversione a U delle politiche pubbliche, di una perdita di potere del lavoro e di un cambiamento del senso comune, attraverso questo progetto il Forum proporrà, al dibattito pubblico e a chi governerà l’Italia, proposte di politiche pubbliche che riducano le disuguaglianze e valorizzino le diversità. Partendo dal “Program for action” presentato da Anthony Atkinson nel suo ultimo libro (Inequality. What can be done? Harvard University Press, 2015) il programma del Forum si concentrerà su quattro temi: orientare il cambiamento tecnologico; ribilanciamento dei poteri fra imprenditori e lavoratori; diritto all’eredità di ricchezza; e remunerazione garantita dell’investimento finanziario. Per ognuno di essi verranno elaborate proposte specifiche che tengano conto del contesto sociale, economico e normativo dell’Italia. Tali proposte saranno sottoposte ad una discussione prima interna e poi esterna al Forum, per poi essere presentate durante un Seminario Pubblico Finale.

 

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Diffondere la visione del Forum, informazioni e dati

 

Verranno utilizzati molteplici linguaggi e strumenti di comunicazione (sito, social media, organizzazione di eventi, interviste con esperti) per diffondere la visione del Forum; informare e diffondere dati e nuovi risultati sui diversi aspetti della disuguaglianza di ricchezza; e diffondere dati, mappe e informazioni sulle disuguaglianze territoriali e su aspetti specifici relativi alle disuguaglianze di genere e intergenerazionali.

 

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Sperimentare metodi

 

Il Forum si dedicherà alla sperimentazione di metodi di confronto che permettano di aumentare la conoscenza delle ingiustizie derivanti dalla disuguaglianza, e di costruire consenso sulle politiche pubbliche e le azioni collettive volte a ridurle, attraverso lo sviluppo di argomentazioni che parlino alle diverse fasce sociali, alla classe dirigente, alle autorità pubbliche locali e nazionali e ai media.

 

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Confrontarsi

 

Secondo l’impianto metodologico del Forum, il confronto deve essere acceso, informato, aperto e ragionevole.

 

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Realizzare campagne

 

Il Forum realizzerà campagne per promuovere le proposte elaborate e per diffondere informazioni. In particolare, attraverso il confronto il Forum si propone di raggiungere uno dei seguenti risultati: convincere gli stessi possessori di ricchezza, o comunque una parte preponderante della collettività, della “giustezza” degli interventi proposti; costruire con altre organizzazioni o con il decisore pubblico un “accordo parziale”, ossia una soluzione redistributiva diversa tanto da quella originariamente immaginata che dallo status quo, che raccolga adeguato consenso; o ottenere l’adozione di una data soluzione attraverso il conflitto, avviato grazie alla costruzione di una coalizione sociale che sostenga il cambiamento.

 

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Convincere

 

Cambiare le opinioni attraverso l’utilizzo di fatti verificabili e parlando ai sentimenti delle persone. Tenere nella giusta considerazioni i sentimenti di coloro che si oppongono a un dato intervento è l’unico modo per entrare nel loro sistema di idee, riconoscere le loro preoccupazioni e quindi darsene carico nel descrivere, comunicare, formulare o riadattare un dato intervento.

 

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