Moltitudine di pratiche associative, imprenditoriali e pubbliche dell’Italia

Uno dei fenomeni che segna la società italiana è la moltitudine di pratiche innovative di contrasto delle disuguaglianze nel mondo associativo, imprenditoriale e pubblico. Assai elevato è il numero delle associazioni di cittadinanza, anche se si sceglie di restringere l’attenzione alle organizzazioni di cittadinanza attiva che operano attivamente nel contrasto delle disuguaglianze: circa 100mila con 2,7 milioni fra volontari e dipendenti (nel 2011). A esse si aggiungono le organizzazioni del lavoro, l cui scopo principale è dare più forza al lavoro nella negoziazione con le imprese e con lo Stato, e ai pensionati nella tutela dei diritti acquisiti, due determinanti delle disuguaglianze: queste organizzazioni associano, pensionati inclusi, un numero di persone non univocamente misurato, ma certo superiore a 15 milioni. Pratiche significative sul fronte delle disuguaglianze specialmente di potere e controllo sul capitale sono espresse anche dal mondo dell’impresa grazie ad esperienze di democratizzazione delle forme di governance: molteplici forme di cooperazione che praticano forme antiche o ricercano forme nuove di partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali, a cui partecipano talvolta assieme ad altri portatori d’interessi legittimi come i consumatori o utenti di servizi e i donatori (vedi cooperazione sociale); le imprese che praticano forme diverse di partecipazione del lavoro (cfr. Fondazione UNIPOLIS, La partecipazione dei lavoratori nelle imprese, 2018, Il Mulino); nuove forme di produzione collettiva nel settore agricolo. In un contesto di complessiva arcaicità della Pubblica Amministrazione, sono infine diffuse anche in questo ambito pubblico pratiche di attuazione flessibile di politiche generali che si segnalano per la sperimentazione di innovazioni e l’accumulo di un patrimonio di conoscenze.

 

Nonostante la ricchezza delle esperienze di contrasto delle disuguaglianze condotte dal complesso di queste diverse organizzazioni della società, la povertà del pubblico confronto, la segmentazione settoriale e territoriale di tali esperienze, l’assenza di soggetti nazionali che tentino una loro lettura e interpretazione, hanno sinora impedito che esse forniscano la base per cambiamenti sistemici e per quell’inversione delle politiche che sarebbe necessaria. La mancanza di investimenti per la costruzione e manutenzione di spazi di collaborazione e di alleanza non ha consentito a tali organizzazioni, nonostante il bagaglio di saperi saggi perché centrati sul dato di realtà, di farsi sistema e per questo ha indebolito la loro capacità di pesare sulle politiche, ma anche di consolidare, nelle comunità, processi di cambiamento del senso comune.

 

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