Organizzazioni di cittadinanza attiva

Con questo termine si intende, con Giovanni Moro (cfr. La cittadinanza attiva: nascita e sviluppo di un’anomalia, Treccani – L’Italia e le sue Regioni, 2015), una pratica di cittadinanza che consiste in azioni collettive volte a mettere in opera diritti, prendersi cura di beni comuni o sostenere soggetti in condizioni di debolezza, attraverso l’esercizio di poteri e responsabilità nelle politiche pubbliche. Gli obiettivi così definiti rientrano tutti nell’ambito del contrasto delle disuguaglianze; il riferimento all’esercizio di poteri e di responsabilità chiarisce che la loro azione non si esaurisce con la valutazione, la denuncia e la partecipazione ma include anche un ruolo attivo nella produzione di servizi e nel cambiamento delle politiche. Sulla base di questa definizione, assai più restrittiva delle tradizionali definizioni di istituzioni non-profit, il Censimento Istat 2011, accogliendo una proposta formulata dalla Fondazione per la cittadinanza attiva (FONDACA), ha introdotto alcune domande-filtro che hanno consentito di stimare il numero delle organizzazioni di cittadinanza che hanno natura formale in 103mila (su 301mila istituzioni non-profit) con 2,2 milioni di volontari e 508mila dipendenti. Per la realizzazione dei loro obiettivi, molte di queste organizzazioni danno vita a luoghi di incontro e dialogo continuativo fra persone che abbiamo definito resilienti e persone che abbiamo definito vulnerabili, penultime o ultime.

 

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