Effetti negativi sulla crescita della produttività

La disuguaglianza di ricchezza, in particolare nel controllo della ricchezza, è fisiologica nel capitalismo – altri modi esistono già oggi per organizzare la produzione, in forma cooperativa o comunitaria – ossia è funzionale all’esistenza dell’impresa capitalistica, all’impegno imprenditoriale, alla capacità di innovare e accrescere la produttività, concorrendo al benessere complessivo (anche se inegualmente distribuito). Eppure, anche all’interno di questa logica, l’allocazione ineguale del controllo può dirsi “efficiente” (nel senso di raggiungere una soddisfacente crescita della produttività) solo se il controllo della ricchezza produttiva è allocato nelle “mani adatte”; cioè se non esistono allocazioni alternative del controllo di quella ricchezza, in singole mani (altri imprenditori) o più diffuse (diverse organizzazioni della produzione), che accrescano l’efficienza. Il meritodell’imprenditore capitalistico, che ne giustifica ruolo e potere, sta appunto nell’essere la persona con le “mani adatte”.

 

Il capitalismo ha nella concorrenza uno strumento di verifica di tale merito. Inoltre, nella storia, sotto la pressione di  movimenti sociali e conflitti e del rafforzamento del potere del lavoro, il capitalismo ha saputo adattarsi e convivere con strumenti che esercitano una verifica continua sulla convenienza sociale dell’allocazione del controllo: la pressione del mercato per la riallocazione del controllo; regolamentazioni rigorose anti-monopolistiche o di separazione fra impresa e finanza; fino a sistemi fiscali che prevedano imposte di successione e patrimoniali significative che rimettono in gioco proprietà e controllo della ricchezza. Politiche considerate in passato come “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo. L’inversione a U delle politiche, la perdita del potere negoziale del lavoro e il cambiamento del senso comune hanno indebolito fortemente questo controllo effettivo sul merito. Ecco dunque che è ben possibile che in molte circostanze il controllo della ricchezza sia oggi allocato nelle “mani sbagliate”: con imprenditori capaci che si vedono negare il credito; manager capaci che non possono accedere al controllo di imprese dove lavorano; figli incapaci che si trovano a capo di un’impresa. In tutti questi casi e altri casi di cattiva allocazione del controllo, strumenti di intervento sul mercato – pre-distributivi – che favoriscano una minore concentrazione del controllo, che diano ad altri soggetti la possibilità di accedervi, che portino la concorrenza nel mercato più delicato del capitalismo, il mercato del controllo, possono a un tempo ridurre le disuguaglianze e accrescere la produttività.

 

Ma non finisce qui. Le circostanze in cui una concentrazione elevata del controllo può essere dannosa per l’efficienza economica, definita anche in modo restrittivo come “incremento soddisfacente della produttività”, comprendono tre altre casistiche:

 

  • Un’elevata concentrazione del controllo, pur nelle “mani adatte” può dare luogo a una posizione di monopolio o oligopolio che, riducendo la concorrenza, danneggia i consumatori e alla lunga deprime innovazioni e produttività.
  • Si è ragionato sinora come se nell’impresa il solo contributo innovativo, non meramente esecutivo, venga dall’imprenditore-controllante. Ovviamente così non è. Soprattutto con le nuove tecnologie, una parte elevata della forza lavoro svolge funzioni l’impegno nelle quali non può essere pienamente regolato da un contratto ma è soggetto alla decisione discrezionale del lavoratore: evidentemente, quella stessa allocazione del controllo nelle mani (pure adatte) dell’imprenditore che incentiva quest’ultimo disincentiva tutti gli altri. Se, appunto con le nuove tecnologie, quello che si perde per il minore impegno dei lavoratori che non esercitano il controllo fosse superiore a quello che si guadagna concentrando il controllo nelle mani dell’imprenditore, l’organizzazione capitalistica tradizionale sarebbe inefficiente (anche dal punto di vista capitalistico).
  • C’è infine il tema del controllo sul capitale immateriale: le idee brevettate. Da un lato, infatti, tanto più viene assicurato all’imprenditore il controllo sulle idee che l’impresa ha concorso a produrre, tanto maggiore sarà il suo incentivo a produrre ricerca e innovazione. Ma, al tempo stesso, tanto maggiore sarà la sua possibilità di controllo, tanto più lungo sarà il periodo di validità dei brevetti, tanto minore o costoso sarà l’accesso a quelle idee per le altre imprese e dunque minore la loro possibilità di realizzare innovazioni adattive dell’idea originaria, minore la concorrenza, minore la varietà di prodotti per i consumatori. Di nuovo, se i benefici del primo effetto sono inferiori ai costi del secondo, la concentrazione del controllo sarebbe inefficiente.

 

In tutti questi casi è dunque possibile che la riduzione della disuguaglianza nella distribuzione del controllo della ricchezza privata dia anche luogo ad un incremento dell’efficienza capitalistica, ovvero ad una maggiore crescita della produttività. L’inversione a U delle politiche pubbliche, in particolare indebolendo i meccanismi di verifica del merito nell’allocazione del controllo e rafforzando il controllo sul capitale immateriale, ha accresciuto la probabilità di questa circostanza. E suggerisce di esplorare e sperimentare politiche che producano una nuova inversione e accrescano a un tempo efficienza e uguaglianza.

 

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