Disuguaglianze di ricchezza

Le disuguaglianze di ricchezza riguardano sia la ricchezza comune, sia la ricchezza privata. Entrambe hanno effetti assai pervasivi sulla libertà sostanziale delle persone, influenzando tutte le altre disuguaglianzeFra disuguaglianze di ricchezza comune e privata esiste una relazione biunivoca.

 

Sul piano della Costituzione Italiana, oltre alla tutela generale ex. Articolo 3, il contrasto di queste disuguaglianze trova tra l’altro fondamento: per la tutela del risparmio e per l’effettivo accesso delle persone alla possibilità di svolgere attività di impresa, negli articoli 42-44 e 47; per la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, nell’articolo 9. Per quanto riguarda l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i punti corrispondenti sono: per l’accesso al controllo delle imprese, i target 1.4, 5.6.a, 8.3; per l’accesso al credito, i target 5.6.a (donne), 8.3 (PMI), 8.10 (generale), 9.3 (PMI) e 10.5 (regolazione).

 

Le disuguaglianze relative alla ricchezza comune riguardano in primo luogo le differenze nella possibilità stessa delle persone di accedere a tale ricchezza: ospedali o scuole lontane dal luogo di vita; assenza di spazi comuni di incontro prossimi; mancanza di tempo o di mezzi per raggiungere e godere del patrimonio naturale o paesaggistico; etc. Riguardano poi la qualità di tale ricchezza comune: ospedali o scuole di prossimità di cattiva qualità;  terreni e aree circostanti degradate o pericolose sul piano ambientale o della sicurezza; etc. Le disuguaglianze relative alla ricchezza comune hanno sempre una forte dimensione territoriale. Esse colpiscono le periferie urbane dove si investe assai meno nella qualità dei servizi essenziali, dove le modeste condizioni di reddito degli abitanti riducono il potere di pressione o di sopperire alle deficienze pubbliche, dove si producono fenomeni di segregazione, rafforzati dai flussi migratori non governati. E colpiscono le “aree interne” (per la definizione cfr. Agenzia per la Coesione Territoriale), ossia le aree rurali lontane dai servizi essenziali disegnati a misura delle sole città, povere di centri di incontro collettivo e socializzazione, colpite dal consumo di paesaggi o anche dall’avanzamento incontrollato dei boschi. Estendendo il concetto di “squallore urbano” con cui William Beveridge identificò uno dei cinque giganti cattivi che lo stato sociale avrebbe dovuto domare, possiamo parlare a proposito delle disuguaglianze di ricchezza comune di “squallore territoriale”.

 

Per quanto riguarda la ricchezza privata, è importante distinguere fra la sua proprietà e il suo controllo. Proprietà e controllo della ricchezza possono coincidere. È quanto avviene per una singola persona che sia proprietaria di una casa o di un deposito bancario o di titoli e al tempo stesso abbia il controllo del loro utilizzo, per una famiglia dove i coniugi o conviventi condividano i beni ed effettivamente ne condividano il controllo, o per un’impresa in cui il proprietario sia anche l’imprenditore in controllo. Ma proprietà e controllo possono essere separati: per la coppia con beni condivisi in cui di fatto solo un membro della coppia assuma le decisioni del loro uso, o un’impresa dove una proprietà diffusa affidi il controllo a un manager. È utile quindi considerare separatamente le disuguaglianze connesse alla proprietà e al controllo.

 

La disuguaglianza nella proprietà della ricchezza privata ha molteplici effetti: divarica le prospettive di  redditi da capitale su cui le persone possono fare affidamento; differenzia le opportunità di difendersi dagli shock, di studiare, di rifiutare proposte inadeguate o degradanti di lavoro, di fare impresa, di influenzare le pubbliche decisioni; ostacola le persone in condizioni di marginalità nel sollevarsi dal proprio stato e suscita oggi una forte e diffusa avversione; e ha favorito lo scivolamento verso la povertà di una parte del ceto medio di fronte a shock esterni.

 

Le disuguaglianze nel controllo della ricchezza privata divaricano i redditi da lavoro e differenziano le opportunità di influenzare le decisioni di investimento e le pubbliche decisioni.

 

La disuguaglianza nel controllo della ricchezza privata è fisiologica nel capitalismo perché è funzionale all’impegno imprenditoriale: è il controllo sul capitale materiale e immateriale, la possibilità di disporne in qualunque modo non sia esplicitamente escluso da norme e contratti (potere residuale di controllo), che induce l’imprenditore ad affrontare in autonomia l’imprevedibile futuro e rischiare. Nel modo di produzione oggi prevalente – altre forme esistono già oggi per organizzare la produzione, in forma cooperativa o comunitaria – l’ineguale allocazione del controllo è dunque il fondamento per affrontare il tema della scarsità producendo innovazione e aumento della produttività (“efficienza economica”, in senso stretto). Esiste in altri termini una tensione fra equità ed efficienza.

 

Tuttavia, la disuguaglianza nel controllo, che è la base di relazioni di autorità e gerarchia nell’impresa, implica anche l’abuso della stessa autorità e la possibilità per i detentori del controllo di espropriare il frutto degli investimenti e il contributo dei soggetti non controllanti (i lavoratori in particolare) alla creazione di valore nell’impresa. In tal modo l’unilateralità del controllo e l’iniquità della distribuzione del valore, porta con sé anche inefficienza in quanto riduce l’incentivo dei non controllanti a contribuire (un contributo che non verrebbe loro riconosciuto) al meglio alla creazione del valore.  Per questo si può dire che paradossalmente la dottrina del “massimo valore per gli azionisti”, che assegna un rango in assoluto superiore all’interesse dei proprietari rispetto a quelli di tutti gli altri stakeholder, può ben essere inferiore non solo per equità ma anche per efficienza al modello di “capitalismo degli stakeholder”, in cui il dovere fiduciario verso i detentori del capitale è controbilanciato da doveri fiduciari e responsabilità eque verso altre categorie di stakeholder.

 

Al tempo stesso, il capitalismo ha nella concorrenza uno strumento di verifica del merito effettivo nel controllo della ricchezza. Ma soprattutto, nella storia, sotto la pressione di  movimenti sociali e conflitti e del rafforzamento del potere del lavoro, il capitalismo ha saputo adattarsi e convivere con strumenti che esercitano una verifica continua sulla convenienza sociale dell’allocazione del controllo: la pressione del mercato per la riallocazione del controllo; regolamentazioni rigorose anti-monopolistiche o di separazione fra impresa e finanza; fino a sistemi fiscali che prevedano imposte di successione e patrimoniali significative che rimettono in gioco proprietà e controllo della ricchezza. Politiche che appaiono e sono state a lungo riconosciute come “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo. L’inversione a U delle politiche, la perdita del potere negoziale del lavoro e il cambiamento del senso comune hanno fortemente indebolito questo controllo effettivo sul merito. Accrescendo le disuguaglianze e contemporaneamente con presumibili effetti negativi sulla crescita della produttività e sul benessere generale.

 

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