Ottenere che siano attuati da chi in democrazia esercita rappresentanza e potere

Il Forum come ogni altra alleanza che si va formando in questa fase per rispondere all’aumento delle disuguaglianze e alla dinamica autoritaria non ha come obiettivo ultimo lo studio o la testimonianza. Lo studio e la testimonianza, assieme alla valutazione delle azioni collettive in atto, alla raccolta di nuova informazione, all’analisi delle tendenze, alla elaborazione di proposte, sono considerati strumenti indispensabili per conseguire l’obiettivo ultimo di disegnare proposte di politiche pubbliche e azioni collettive che possano ridurre le disuguaglianze. Non basta costruire proposte di politiche pubbliche, bisogna lavorare affinché esse siano accolte e attuate. Nel programmare di rivolgersi a chi esercita il potere legislativo ed esecutivo, nell’ambire all’obiettivo di “ottenere” che le proposte avanzate siano attuate, il Forum ritiene di avere tre punti di forza: l’impianto concettuale interpretativo del Forum, riassunto nella sua missione e nella sua analisi dei fenomeni in atto, delle loro cause e della via di uscita; la possibilità di trarre dalle pratiche di cittadinanza attiva ragione e sentimenti da vagliare e sviluppare con il mondo della ricerca; la scelta di sperimentare forme innovative di confronto e deliberazione espressamente volte a modificare il senso comune.

 

Questi aspetti assumono particolare rilievo in una fase in cui, in tutto l’Occidente, non solo è profonda la difficolta dei partiti di fungere da ponte fra istituzioni e società, ma soprattutto va crescendo l’ansia e la fragilità della classe dirigente e in generale di primi e resilienti di fronte alla dinamica autoritaria. È utile richiamare a riguardo, fra i moltissimi, due indizi internazionali di questa ansia. L’editoriale e la copertina dell’Economist dell’ottobre 2017 (21-27 ottobre), dove, con un radicale cambiamento di linea, si mette al centro dell’azione pubblica l’intervento a favore di coloro che sono “lasciati indietro” (left behind) e si scrive che “se i politici non contrasteranno seriamente le disuguaglianze territoriali, la furia degli elettori [di Brexit e Trump] non potrà che aumentare”. L’articolo dell’editorialista Edward Luce sul Financial Times dell’8 febbraio dal titolo “Il panico riservato della borghesia americana” (The Discreet Terror of American Bourgeoisie), dove si argomenta che “le elites pensavano di potere avere <<capra e cavoli>>: i redditi dai capitali e la tranquillità morale. Ma c’era un punto debole nel loro ragionamento: hanno accumulato più ricchezza di quella che possono consumare” e questo riproduce e allarga le disuguaglianze che producono la dinamica politica in atto. Il tentativo di combinare quei due tratti, rivelatosi alla lunga non possibile, ha riguardato negli ultimi trenta anni i primi e soprattutto i resilienti, che sono stati di volta in volta denominati, nei diversi paesi dell’Occidente: Bobos (bohemians-bourgeois), limousine liberal, radical chic, elites metropolitana o borghesia urbana riflessiva (per quest’ultima, cfr. Mario Sai, Il Manifesto, 10 novembre 2016).

 

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