La disuguaglianza di ricchezza è molto cresciuta negli ultimi trenta anni

La disuguaglianza di ricchezza privata è assai elevata e in forte crescita in tutto il mondo (cfr. Thomas Piketty, 2014, Capital in the Twenty-First Century, Cambridge MA, Harvard University Press; e Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Gabriel Zucman (ed.)  World Inequality Report 2018). L’1% più ricco concentra oggi circa il 50% della ricchezza mondiale (cfr. B. Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016, tav. 1.1). Negli Stati Uniti tra il 1980 e il 2014 la quota di ricchezza nelle mani dell’1% più ricco della popolazione è passata dal 22% al 39% (cfr. anche per altri paesi: Anthony Atkinson, Joe Hasell, Salvatore Morelli, Max Roser, 2017 ). Il fenomeno non riguarda solo l’Occidente ma si estende anche ai paesi emergenti. Secondo il World Inequality Report del 2018, in paesi come la Cina e la Russia la disuguaglianza di ricchezza è aumentata notevolmente nell’arco di un solo ventennio, tra il 1995 e il 2015, nel processo di transizione da economie pianificate a economie di mercato: la quota di ricchezza posseduta dall’1% più ricco della popolazione è raddoppiata in entrambi paesi, passando dal 15% al 30% in Cina e dal 22% al 43% in Russia.

 

Anche in Italia la disuguaglianza di ricchezza privata è aumentata in modo significativo negli ultimi 15 anni. Secondo stime basare sull’indagine dei bilanci delle famiglie della Banca d’Italia l’1% più ricco della popolazione possedeva nel 2014 circa il 15% della ricchezza totale, contro il 10% circa degli anni ’80 (cfr. Andrea Brandolini, The Big Chill. Italian Family Budgets after the Great Recession, 2014). Il 10% più ricco si avvicina a possedere la metà dell’intera ricchezza privata del paese. La concentrazione appare ancora più alta se utilizziamo dati di natura fiscale (dichiarazioni delle imposte di successione) che avrebbero il pregio di catturare meglio l’accumulazione di ricchezza tra le fasce più ricche della popolazione. Uno studio recente (Paolo Acciari, Facundo Alvaredo e Salvatore Morelli, The concentration of personal wealth in Italy, 1995 -2013, 2017, in preparazione) stima che l’1% più ricco della popolazione possedeva tra il 20% e il 24% della ricchezza personale netta totale nel 2013. Le stime preliminari aumenterebbero di circa 2 punti percentuali se dovessimo considerare l’ammontare della ricchezza totale sottratta alla contabilità nazionale (ed in buona parte al fisco) attraverso i conti off-shore. Allo stesso tempo, tra il 1985 e il 2012 sono raddoppiate le famiglie italiane con risparmio negativo. Questo fenomeno si è concentrato fra i più poveri di reddito: fra le famiglie che appartengono al quinto più povero della popolazione, circa il 60% aveva risparmi negativi nel 2012. Fra i primi anni ’90 e il 2012 la percentuale di famiglie indebitate è quasi raddoppiata: dall’8% al 15%.

 

Le evidenze sulle disuguaglianze nell’accesso e nella qualità della ricchezza comune non sono altrettanto precise. E’ tuttavia evidente che l’inversione a U delle politiche pubbliche e segnatamente il prevalere di politiche di sviluppo apparentemente cieche ai territori (space-blind), ma in realtà distorte a favore di una concentrazione della popolazione nelle aree urbane, soprattutto in mega-centri, ha concorso a impoverire i contesti rurali, utilizzati spesso come scarico dei residui delle città o compensati da sussidi che si sono tradotti spesso in infrastrutture inutilizzate e deturpanti, e a degradare le periferie, come emerge dai dati (cfr. Rapporto della Commissione Europea assieme a UN-Habitat, The State of European Cities). Un report pubblicato nel 2009 dall’OECD riportava che, nonostante il potenziale delle aree rurali italiane, la loro performance economica era ancora inferiore rispetto alla media nazionale e nel 2004 il reddito medio disponibile in queste zone era pari al 45% di quello delle aree urbane (OECD, Rural Policy Reviews – Italy, 2009). Nelle aree periferiche tendono a essere concentrate anche le popolazioni più vulnerabili. Ad esempio, un recente studio del Comune di Bologna (Periferie a Bologna: vulnerabilità e opportunità) mostra come la percentuale di anziani che vive sola tende a essere più alta nelle periferie, dove vive anche oltre il 31% degli individui in condizioni di povertà relativa.

 

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