Merito

Nella definizione dell’Enciclopedia Treccani, merito è “il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure ad una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale)”. Assai spesso, nell’assenza o carenza di elementi oggettivi che diano prova delle “opere” e delle “qualità” che inducono a riconoscere il merito, tale riconoscimento è dettato dal senso comune. Nel trentennio post-bellico, il senso comune, legato sia alla forza dei movimenti sociali e sindacali sia a un forte apprezzamento della concorrenza, era che il merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno, potesse essere apprezzato solo dando a ogni persona la possibilità di esprimersi e cimentarsi nel modo più indipendente possibile dal proprio status economico, professionale o sociale: dando a ognuno la possibilità di realizzare la propria “meritevolezza” e di vedersela riconosciuta. Il senso comune oggi prevalente tende ad assumere che lo status economico, professionale e sociale sia l’esito, il segno, del merito di una persona, per intelligenza, virtù morali o impegno: si inferisce il merito dal risultato. Questa è spesso l’assunzione che si cela dietro l’espressione elusiva “meritocrazia”.

 

In particolare, segno di “merito” è oggi il possesso o il controllo della ricchezza privata: “la ricchezza ce l’ha chi se la merita”. Questa idea si articola in due distinte argomentazioni che giustificano il possesso di ricchezza privata. La prima guarda all’indietro, e richiama il merito personale di aver accumulato ricchezza. La seconda guarda in avanti e richiama il merito personale di fare fruttare la ricchezza in futuro. Sono queste considerazioni che inducono ad opporsi a ogni redistribuzione di ricchezza privata. L’alternativa – che caratterizzava il senso comune nel periodo del dopoguerra – non è quella di trascurare il merito che si è avuto nell’accumulare ricchezza, né quello che si avrà nel gestirla, ma è piuttosto quella di non darle per scontate, di incalzare chi possiede o controlla la ricchezza privata a “dimostrare” di meritarsi il proprio ruolo. Questa cultura alternativa tende a favorire riallocazioni di controllo, imposte di successione e patrimoniali significative e una rigorosa regolamentazione della concorrenza dei mercati. Politiche che costituiscono “strumenti liberali” di funzionamento del capitalismo, che ne accrescono l’efficienza.

 

Ovviamente, l’egemonia dell’idea che “la ricchezza ce l’ha chi se la merita” produce e amplifica nelle persone prive di ricchezza, negli ultimi, penultimi e vulnerabili , un’idea opposta e contraria: “chi è ricco è ladro”. Muovendo dall’osservazioni di casi di acquisizione o accumulazione illecita o criminale della ricchezza privata, o dall’osservazione del crescente peso dei monopoli e oligopoli economici e finanziari e dal loro peso sulle pubbliche decisioni, questa lettura induce rabbia e risentimento e concorre alla dinamica autoritaria. Ma non produce cambiamento nel senso comune prevalente né nelle politiche, e alla fine spesso si traduce, per ogni singola persona, nella mortificante aspirazione a “fare come loro”, a “diventare ladro”.

 

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