Se è successo una volta, può succedere ancora: per una nuova generazione di idee

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  1. Mi ritrovo tra quelli che interpretano la congiuntura presente come un’epoca di tardo capitalismo; nel senso di un progressivo mostrarsi della insostenibilità, ambientale, sociale e anche politica, del sistema socio-economico dominante alla scala globale. Congiuntura, per Stuart Hall e Dorey Massey, è un momento in cui le contraddizioni diventano palesi ed evidenti, aprendo possibilità di trasformazione o di regresso.

 

2.Ora, in questa congiuntura, è facile considerare alcune delle idee che dominano lo spazio sociale e politico come “naturali”, come se fossero sempre esistite. Mi riferisco, in particolare, all’idea che gli esseri umani siano naturalmente orientati alla competizione; che gli incentivi economici siano strumenti efficaci per orientare l’azione individuale; che è compito dello stato limitarsi a ridurre gli impatti nocivi della naturale tendenza alla competizione degli individui. È facile dimenticare che, in realtà, queste idee sono state prodotte e propagate in precisi momenti storici: prima, con pensatori come Stuart Mill e Adam Smith e l’emergenza del pensiero liberale nel secoli XVIII e XIX; e poi, negli anni ’70 e ’80 del secolo appena passato, con la svolta ideologica neoliberale, per mano principalmente di un gruppo di professori dell’Università di Chicago, come Milton Friedman, Frierich Hayek e Gary Becker.

 

3. Sebbene non fosse formalmente tale, la Chicago School of Economics ha funzionato, negli ultimi quarant’anni, come un potentissimo think tank, il cui successo è stato trasformare una serie di idee “politiche” in senso comune: idee politiche, nel senso che il loro obiettivo era, molto semplicemente, creare le condizioni per rilanciare la corsa dell’accumulazione capitalista dopo il periodo keynesiano del dopo guerra e la sua crisi negli anni ’70; e il risultato è stato che abbiamo tutti, più o meno, incorporato come “naturali” quella serie di idee.

 

4. E ci ritroviamo, quindi, in questo 2019, a dieci anni dalla grande crisi economica del nuovo millennio, con circa dieci anni di tempo per arginare le conseguenze più catastrofiche del cambiamento climatico, ancora collettivamente guidati da quella serie di idee che ci ha portati dove siamo: verso l’esplosione delle diseguaglianze che ha infiammato il conflitto sociale; verso la dominazione di un capitalismo cieco ai segnali di sofferenza degli ecosistemi naturali; verso una disgregazione e polverizzazione sociale che fanno buon gioco a una nuova onda di populismi, estremismi e fascismi.

 

5. Davanti al senso di urgenza che questa congiuntura ci ispira, chiedersi del ruolo, concreto e potenziale, dei think tank di sinistra può sembrare futile, in un certo senso. Ma non credo che lo sia. E credo che ci siano due grandi lezioni che possiamo apprendere.

 

6. Primo. Se è già successo una volta che un gruppo ben organizzato di pensatori sia riuscito a creare le condizioni per rendere una serie di idee politiche senso comune, può succedere ancora. Anzi, mi sembra che il tempo sia maturo perché emerga una nuova generazione di idee e una nuova generazione in grado di portarle avanti – no, non è un caso che siano i più giovani a guidare la lotta al cambiamento climatico.

 

7. Secondo. Serve però riconoscere che la sfida è ben diversa da quella che si ponevano i professori di Chicago. Che è facile spingere verso l’individualismo, molto più facile che spingere verso il bene comune; che la nuova generazione di idee che ci serve per navigare il futuro prossimo è anche una riflessione profonda su cosa significhi essere felici. Perché se serve riconoscere che i modelli di vita occidentali sono, senza appello, insostenibili, serve anche capire come possiamo diventare più felici con meno: io sono sinceramente convinto che si possa, ma è una sfida enorme rendere questa semplice idea politica senso comune.

 

8. E allora, ben venga una nuova generazione di think tank di sinistra, ma solo se è capace di comprendere che non è esattamente di think tank che parliamo: non è forza bruta (tank, carrarmato) di idee prodotte da specifici intellettuali che abbiamo bisogno, ma della capacità di creare spazi di dibattito, conflitto e incontro per costruire collettivamente quella nuova generazione di idee.

 

Sono grato a mia sorella, Eleonora Tulumello, che mi ha fatto recentemente ripensare al ruolo della Chicago School of Economics nello scavare il buco nero nel quale ci troviamo e dal quale è ora di uscire.

* Simone Tulumello è ricercatore in geografia e pianificazione presso l’Istituto di Scienze Sociali dell’Università di Lisbona, e professore presso il dottorato in Studi dello Sviluppo nella stessa università. È autore di Fear, Space and Urban Planning: A Critical Perspective from Southern Europe (Springer, 2017).
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