Il sapere dei think tank

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Per costruire un’operazione “controegemonica”, sostiene il contributo di Mattia Diletti pubblicato su questo sito, serve una nuova comunità del sapere, capace di generare un nuovo senso comune [1]. Tale operazione “controegemonica”, però, deve fare i conti con il potere e l’inerzia: la produzione di nuova conoscenza può creare un nuovo senso comune solo se trova una coerenza con interessi solidi. Per questo il lavoro dei think-tank non può essere solo orientato alla produzione di conoscenza, ma deve caratterizzarsi per una definizione più chiara degli interessi e degli equilibri di potere in gioco. Non solo a favore di chi, ma anche contro chi. Chiediamoci, poi, se è sufficiente lavorare a livello nazionale, quando molte decisioni di indirizzo sono prese a livello comunitario e dove, per inciso, ci sono forze di sinistra più attente a queste problematiche e che potrebbero aiutare a “fare sintesi”.

 

Al netto di questi aspetti, va detto che il lavoro del Forum Diseguaglianze e Diversità accende una luce nuova in un panorama altrimenti piuttosto buio. Effettivamente, se escludiamo alcune esperienze come la proposta “neokeynesiana” e quella dell’economia fondamentale, vi sono ben pochi esempi di elaborazione intellettuale “alta”, politicamente orientate e capaci di fornire suggerimenti e strumenti alle forze politiche di sinistra.

 

Quale tipo di “sapere” e “conoscenza”, dunque, devono fornire i think tank? Anzitutto, occorre dire con forza che il pensiero critico moralmente orientato, non è oggi più sufficiente. Indignarsi non basta, come scrisse Pietro Ingrao a 96 anni: col moralismo non si va da nessuna parte, serve riprendere a fare politica. E il sapere “critico” prodotto dagli intellettuali à la Bauman, spesso, è ricco di contenuti moralistici, ha toni indignati, ma lo fa con una postura “salottiera”, buona per una discussione colta o per sollecitare editoriali dai toni predicatori, ma del tutto inutile per costruire una vera “controegemonia”. Del resto, anche la produzione di una conoscenza solidissima dal punto di vista del metodo, teoricamente orientata e ben fondata sui dati, da sola, non è ciò che un think tank all’altezza dei tempi dovrebbe fare. L’elaborazione intellettuale orientata dai criteri della scienza e della ricerca della verità è una base indispensabile per la riflessione, ma, da sola, non è sufficiente. E neppure è sufficiente la produzione di conoscenza utile per il disegno e la valutazione delle politiche pubbliche, ma debole rispetto alle premesse e conseguenze di politics. Anche in Italia, infatti, esistono molti centri e istituti che fanno un’ottima ricerca di policy, ma non è questo il “nuovo sapere” di cui abbiamo urgente bisogno.

 

In sintesi, oggi, qui e ora in Italia, la sinistra ha non solo bisogno di nuovi centri di elaborazione intellettuale, ma di un nuovo modo di produrre conoscenza e sapere per l’azione politica. In che modo? Certamente, per riprendere gli argomenti di Mattia Diletti, a partire da nuove forme organizzative, per esempio costruendo intenzionalmente assetti e contesti dove chi fa ricerca dialoga e si confronta con attori della società civile ed economica, modello seguito dal Forum e dal gruppo dell’economia fondamentale. Think tank, potremmo dire, eterarchici, dove interessi, progettualità, linguaggi e priorità si confrontano all’insegna della reciproca differenza. Contesti dove la diversità organizzata è la regola fondativa del riconoscimento tra i partecipanti, la cifra di inclusione e di membership, per un confronto a tutto tondo tra ricerca scientifica, priorità politiche, rigore metodologico e applicazione sperimentale. Un sapere, quindi, non solo applicabile in linea di principio, ma applicato per costruzione organizzativa. Un sapere, cioè, che trae la sua legittimazione (“credo a quello che state dicendo”) dalla capacità di generare un cambiamento visibile nel mondo e nei suoi meccanismi di funzionamento. La costruzione di think tank eterarchici, del resto, non deve sacrificare nulla sul piano dell’efficacia: ricordiamoci che i think tank di destra non hanno nulla di orizzontale, assegnando risorse e obiettivi sulla base di progetti e outcome attesi molto chiari. Ciò che, del resto, hanno fatto i think tank pro-market emersi dopo la crisi degli assetti welfaristi-keynesiani: hanno costruito un sapere performativo ed efficace, hanno prodotto conoscenza utile che ha incontrato interessi solidi. Basta riprendere quel modello organizzativo, solo in una direzione (ostinata) e contraria.

 

[1] Sono grato a Nicola Melloni e Nicola Negri per commenti a una precedente versione del pezzo.

* Filippo Barbera è docente di Sociologia Economica presso il Dipartimento CPS dell’Università di Torino e affiliate presso il Collegio Carlo Alberto. Si occupa di innovazione sociale, economia fondamentale e sviluppo delle aree marginali. Tra le sue recenti pubblicazioni, ricordiamo: Innovatori sociali, Bologna, Il Mulino, 2019 (con Tania Parisi) e Economia Fondamentale, Torino, Einaudi, 2019 (come “Collettivo per l’economia fondamentale”). Ha partecipato al progetto collettivo “Riabitare l’Italia”, pubblicato  da Donzelli, 2018 (a cura di Antonio De Rossi). E’ Presidente dell’Accademia delle Alte Terre, intesa programmatica tra attori pubblici e privati per lo sviluppo locale delle Terre Alte piemontesi.
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I contributi

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