C’è bisogno di think tank capaci di far parlare di sé

Su twitter è nato un dibattito sul ruolo dei think tank come luoghi di elaborazione, di confronto e di diffusione di idee e proposte di politiche pubbliche. Il ForumDD ha deciso di ospitare alcuni approfondimenti utili al confronto. Il contributo di Martino Mazzonis*

Un articolo su The Economist segnala come in Gran Bretagna ci sia un fiorire di think-tank collegati alla sinistra. E di come quelli già esistenti nel campo progressista (chiamiamolo così per convenzione), stiano orientando le proprie ipotesi di lavoro e proposte su posizioni più radicali che non nel recente passato. Il tweet che lancia l’articolo recita più o meno: “l’inattesa vittoria di Corbyn e McDonnell (il Cancelliere dello Scacchiere ombra, il ministro dell’economia e del bilancio dell’opposizione) ha creato lo spazio per idee radicali”. L’ipotesi insomma è che i pensatoi britannici si siano spostati a sinistra a causa della ascesa al potere dell’ex deputato di seconda fila. Possibile che le dinamiche della sinistra britannica, che ha risorse e istituzioni sue, abbiano determinato le scelte dei comitati direttivi dei think-tanks: basta commissionare un po’ di ricerche su temi a cui le risposte sono radicali e la produzione di idee cambia di segno.

 

Se devo essere sincero però credo che la risposta non stia solo nel trionfo di Corbyn. Del resto proprio quella vittoria inaspettata ci dovrebbe segnalare che è l’intera società britannica a essere stanca del business as usual quando si tratta di politiche pubbliche. Nel bene e nel male, dove con male si intende un certo furore ideologico della sinistra e, soprattutto, la risposta ripiegata in se stessa e incapace di immaginare un futuro dell’ala brexiter del partito conservatore, dell’Ukip e di Brexit, il nuovo partito di Nigel Farage. Certo è che una parte dell’elettorato britannico favorevole all’uscita dall’Europa, in realtà, sta protestando contro la marginalizzazione propria e dei territori in cui abita determinata da globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia e dal decadimento dell’industria pesante.

 

Una dinamica questa molto simile a quella osservata negli Stati Uniti, dove pure la sinistra sembra avere una rinnovata capacità di influenzare le elaborazioni dei think-tanks tradizionali e di far partire pensatoi e campagne capaci di far discutere il Paese. Facciamo un elenco breve: il Green New Deal lanciato in questi mesi da Alexandria Ocasio Ortez; le diverse ipotesi di lavoro garantito pubblico avanzate dal radicale Levy Institute, ma anche dal Center for American Progress di John Podesta; la lunga campagna sul salario orario minimo e i diritti per i lavoratori dei fast-food sostenuta tra gli altri dal lavoro costante dell’Economic Policy Institute. Persino i think-tank tradizionalmente conservatori avanzano idee non convenzionali per i loro standard, come testimonia ad esempio il volume di Oren Cass, fellow del Manhattan Institute. Anche le “istituzioni” del mondo dei think-tanks come la Brookings Institution pubblicano quotidianamente materiali sull’America dimenticata, sulle minoranze, sul debito degli studenti e così via. Un titolo di post comparso in questi giorni per tutti: We need to rethink our economic assumptions, nel quale Isabel Sawhill, figura tra le più prestigiose della Brookings spiega che l’efficienza dei mercati forse non è proprio un modo corretto di guardare alle cose economiche.

 

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna c’è un rapporto tradizionalmente solido tra centri di elaborazione delle idee, politica e istituzioni. Tradizionale è anche il ruolo delle organizzazioni della società civile e delle campagne nel mobilitare attorno alle idee elaborate nei think-tanks progressisti. L’avvento delle nuove tecnologie e la lunga crisi post-2007 hanno accentuato e moltiplicato queste interazioni e mobilitazioni tra think-tanks, campagne, organizzazioni non tradizionali. Dalle campagne per il salario minimo, a quelle per i diritti delle donne delle pulizie, dei Dreamers e così via. Gli esempi sono davvero molti: talvolta è l’elaborazione del pensatoio a generare la proposta e la mobilitazione, talvolta è la mobilitazione che induce il think-tank alla riflessione.

 

In Italia tutto questo sembra assente: l’elaborazione di idee in luoghi pubblici e capaci di diffonderle sui media o tra l’opinione pubblica, così come la capacità di recepirle da parte della politica. Un buon esempio è proprio il lavoro fatto dal Forum Diseguaglianze e Diversità che fa in parte eccezione. C’è stato il lavoro, la sintesi, la presentazione e una certa attenzione. Ma non grande risposta dalla politica o di “far parlare di sé”. Nemmeno nelle settimane in cui è impegnata in campagna elettorale e potrebbe raccogliere idee almeno per farci propaganda. Un esempio positivo è forse quello di Legambiente, i cui rapporti ricevono la attenzione dovuta e hanno contribuito a formare quello scampolo di coscienza ambientale che c’è in Italia. Ma se guardiamo alle politiche ambientali in Italia, non ne ricevono granché da parte delle istituzioni elettive. Ispi e Iai i due istituti che si occupano di politica estera stanno lavorando con un certo successo per rendere il loro lavoro più visibile, ma la loro è una situazione un po’ speciale.

 

Quali sono le ragioni di questa mancanza di elaborazione e ascolto? Ci sono aspetti che riguardano la storia recente italiana e la scomparsa dei partiti storici e la loro sostituzione con formazioni dalla storia sempre precaria. C’è poi una strutturale mancanza di risorse aggravata dalla crisi. C’è l’idea della politica di costruirsi think-tank personali dediti alla tessitura di rapporti. E, infine, c’è una crisi delle strutture che per molti anni hanno in parte colmato il vuoto almeno sui temi che definiremmo sociali: il mondo del non-profit, dell’associazionismo e della cooperazione sociale è troppo dipendente economicamente dalle istituzioni per trovare il tempo e le risorse per produrre ricerca. Negli anni ’90 la spinta ideale era più forte, i legami con la politica più stretti e le risorse molte di più. Alcuni temi – vedi l’immigrazione o la tratta di delle donne – erano al centro dell’attenzione della politica e il terzo settore attingeva alla propria esperienza sul campo per elaborare ipotesi di risposta. Non era la funzione dei think-tanks nel mondo anglosassone, mancava la sistematicità della ricerca, la costanza e ciascuno si concentrava sul “suo” argomento (la droga, la prostituzione, i richiedenti asilo, ecc.). ma era una forma di elaborazione.

 

Oggi c’è invece urgente bisogno che nascano strutture di pensiero nuove, campagne tematiche capaci di durare e influenzare la politica, costringerla ad agire o a rispondere. È c’è bisogno che chi fa campagna e diffusione di dati sui temi della propria ricerca impari e si dedichi molto più e meglio alla comunicazione. Un’altra caratteristica dei think-tank anglosassoni è che sanno far parlare di quel che pubblicano.

* Martino Mazzonis è giornalista e ricercatore, già campaigner e social media manager. Si occupa e si è occupato di politica, società ed economia degli Stati Uniti e poi di migrazioni e mercato del lavoro, di welfare. Ha coordinato la campagna Sbilanciamoci per diversi anni. Con Mattia Diletti e Mattia Toaldo ha scritto Come cambia l’America (Edizioni dell’Asino, 2008) e con Giovanni Borgognone Tea Party, la rivolta della destra populista (Marsilio, 20119). A settembre un libro su lavoro e Green New Deal.
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