Politiche pubbliche di welfare e di innovazione a livello europeo: così si combattono le disuguaglianze

I partiti progressisti europei, convinti che “la marea potesse sollevare tutte le barche” hanno perso molto terreno negli ultimi decenni, un’opportunità storica era all’orizzonte e non se ne sono neanche accorti. Adesso la sfida è creare una dimensione europea della ricerca, dell’innovazione e del welfare, rompendo con un assetto sociale fondato sul privilegio.

 

Intervista a Emanuele Felice*

“Le disuguaglianze non sono l’effetto di cambiamenti fuori dal nostro controllo” è il titolo di questa #parolaperpensare. E’ d’accordo con questa lettura che nega l’inevitabilità delle disuguaglianze bensì la attribuisce a tre cause precise quali l’inversione a U delle politiche pubbliche, la perdita di potere negoziale del lavoro e il cambiamento nel senso comune?

In linea di massima sì, sono d’accordo. Mi sembra importante capire perché si è verificata l’inversione a U delle politiche, è questo il problema. Con l’espansione dell’economia globale, fare politiche di redistribuzione a livello nazionale è diventato sempre più difficile, perché le politiche andrebbero realizzate a livello sovranazionale. Perché la sinistra ha abbracciato negli anni ‘80 e ‘90 le idee neoliberiste? La mia risposta è che questa era la cosa più facile, in fondo, molto più che costruire un nuovo ordine economico internazionale che affrontasse le disuguaglianze su scala globale, cioè ad esempio controllasse i movimenti speculativi del capitale e contrastasse i paradisi fiscali a livello internazionale. Questo è più difficile da fare, perché le strutture di rappresentanza politica e di interesse sono tutte nazionali e quindi non ci sono forti incentivi in questo senso. Inoltre anche la sinistra riformista ha creduto che la marea potesse sollevare tutte le barche, ha preferito abbracciare la narrazione ottimista cercando di gestirla in qualche modo. Era di fatto la via più semplice date le condizioni esistenti.

In un suo recente articolo su “L’Espresso”, lei scrive che per combattere le disuguaglianze un primo passo sarebbe “tornare a valorizzare come alternativa al mercato proprio il ruolo dello Stato”. Su quali macro-temi e con quali modalità le politiche pubbliche possono fare la differenza?

Ci sono due aspetti fondamentali da considerare. Il primo è legato alle politiche di welfare, per ridurre la disuguaglianza. Queste però vanno impostate a livello europeo, per due ragioni: intanto perché l’Italia ha un debito pubblico molto elevato e secondo, soprattutto, perché l’Europa rischia di sfasciarsi, altrimenti. Per esempio le politiche di coesione per le regioni meno sviluppate si fanno già, quindi un aspetto delle politiche di welfare che auspico è già in campo. Le politiche di welfare sono invece completamente assenti. Se ne parla nel dibattito politico, ad esempio in una proposta presentata dal gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo per la riforma dell’Unione, e non sarebbe affatto fuori dal mondo portare questo tema al centro della discussione pubblica in Italia. Ad esempio l’Europa continua a destinare circa il 40% dei fondi alla Politica Agricola Comune, un sussidio al settore primario che non si capisce cosa c’entri con il rafforzamento dell’Unione: potrebbe essere tolto dal budget comune ed erogato a livello nazionale, per i governi interessati a farlo. Perché invece è così importante un welfare europeo? Anche per creare consenso attorno al progetto dell’Unione, in questo senso quasi trascende la dimensione della disuguaglianza.

 

Il secondo aspetto è l’innovazione, che è cruciale per la crescita. Lo Stato qui può svolgere una doppia azione, oltre ai suoi compiti tradizionali. Da un lato vi è un’azione di contrasto dei monopoli e delle rendite che in un sistema capitalistico si creano, si sono sempre creati e si possono creare (contrariamente a quel che taluni credono). Dall’altro vi è la possibilità di aprire la strada a settori in cui i privati non hanno interesse a intervenire o hanno bisogno di incentivi. Possono essere settori strategici come ad esempio l’aereospaziale, o settori legati all’approvvigionamento energetico, può essere la cura dell’Aids dove siamo molto vicini alla meta ma dove le case farmaceutiche in una logica di profitto hanno pochissimo interesse a investire, stante l’attuale situazione (vendono farmaci a vita che funzionano piuttosto bene). Occorre dunque valutare bene i settori e puntare su quelli. Naturalmente ci vuole anche una classe politica all’altezza di queste sfide, e sono consapevole dei rischi. Da noi, ad esempio, l’idea di rinazionalizzare Alitalia è quanto di più lontano vi sia da quello che ho in mente. Nondimeno, la storia economica ci insegna che se lo Stato si ritaglia dei settori strategici può ricoprire un ruolo importante, di guida nell’innovazione. In passato si pensi a internet, o al nucleare, nati da investimenti originariamente proprio dello Stato: gli Usa, non per nulla i più potenti in termini di risorse. Non è un paragone scelto a caso. Oggi penso a quello che potrebbe svolgere in questo senso l’Unione Europea, l’unica paragonabile per risorse e capacità agli altri giganti economici mondiali, specie in prospettiva.

 

In sostanza: i partiti progressisti europei hanno perso molto terreno negli ultimi decenni, un’opportunità storica era all’orizzonte e non se ne sono neanche accorti. Dovrebbero porsi il problema di creare una dimensione europea della ricerca, dell’innovazione e del welfare.

Sempre nel suo articolo lei individua la forza di cui godevano le forze progressiste e riformiste dal dopoguerra fino agli anni ‘70 nella “capacità di trasformare le condizioni di vita dei cittadini e di offrire loro una prospettiva di riscatto”. Adesso quella prospettiva di riscatto è incarnata in Italia e in Europa da forze di tutt’altro segno, che spesso cavalcano la dinamica autoritaria. Come è avvenuto questo passaggio?

Il passaggio è avvenuto per due motivi: a causa dei problemi dell’immigrazione, più percepiti che reali, e a causa delle disuguaglianze crescenti che la sinistra non ha saputo interpretare. Però bisogna anche capire perché le forze progressiste, nella cosiddetta età dell’oro (anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), hanno invece saputo creare il welfare state. Intanto vi era un contesto internazionale dove, accanto alla liberalizzazione del commercio, era stata predisposta una regolamentazione dei movimenti di capitale a breve termine, atta a contrastare i movimenti speculativi. Questo faceva sì che fosse possibile seguire autonome politiche di bilancio, su scala nazionale. Vi era un contesto di stabilità macroeconomica internazionale (nel campo occidentale), nel cui ambito i singoli paesi potevano fare politiche di welfare state; se per qualche anno si discostavano dai fondamentali macroeconomici, non diventavano per questo oggetto di attacchi speculativi. Esisteva un controllo della finanza internazionale per orientarla verso investimenti produttivi, anziché speculativi a breve termine. Questo assetto è stato deliberatamente smantellato con la fine di Bretton Woods e poi da Reagan e dalla Thatcher. Quando negli anni Novanta la sinistra è tornata al governo, negli USA e in molti paesi europei, non si è posta il problema di ripristinare quell’ordine. Sul piano economico, il sistema attuale di totale liberalizzazione dei movimenti di capitale va a favore della rendita speculativa e a sfavore del lavoro. Di conseguenza negli ultimi decenni si è prodotto un significativo aumento delle disuguaglianze all’interno dei paesi ricchi. Quest’aumento, che fino a non molto tempo fa le forze di sinistra nemmeno riconoscevano e in parte ancora oggi non riconoscono, è assieme all’immigrazione il motivo fondamentale per cui i ceti popolari, nelle economie avanzate, sono oggi critici verso la globalizzazione.

 

Va detto che il contesto è molto difficile, perché nella globalizzazione si registra l’ascesa dei grandi paesi emergenti, che comporta una redistribuzione del reddito a svantaggio dei ceti medi dei paesi ricchi. In questo quadro, la sinistra invece di fare quello che andava fatto e che più avrebbe dovuto essere nelle sue corde, ovvero investire nell’innovazione e nell’economia ad alta conoscenza, si è anch’essa adagiata sul mito della liberalizzazione della finanza, con connesso indebolimento del lavoro. Fra l’altro l’aumento della disuguaglianza si avverte particolarmente in Italia. Difatti, nello scenario attuale o si diventa più competitivi, oppure si torna indietro sulla strada della globalizzazione: tornare indietro però sarebbe una sconfitta della sinistra, la quale è per natura internazionalista (altrimenti si chiama destra sociale); ed è una sconfitta anche perché aumenterebbe di molto il rischio nel mondo di conflitti e di vere e proprie guerre. Per coniugare la globalizzazione con una disuguaglianza bassa occorre quindi investire nell’innovazione e nella conoscenza. Non c’è altra strada.

 

In questo quadro, va osservato che l’Italia versa in una situazione particolarmente critica perché è il paese che è cresciuto meno dagli anni Novanta ed è anche il paese che investe meno nella ricerca e sviluppo. Coincidenza, ma forse no, fra le grandi economie avanzate è anche quella in cui le forze populiste sono più forti. Si pensi che anche Trump, negli Stati Uniti, ha vinto con meno del 50% dei voti, mentre in Italia tutte le forze populiste e nazionaliste superano ormai ampiamente questa soglia.

Lei definisce in un’intervista sul suo ultimo libro “Storia economica della felicità” questa globalizzazione come monca. Qual è la gamba mancante a cui fa riferimento?

In quel caso, facevo riferimento alla globalizzazione del lavoro. Abbiamo una grande mobilità di merci e capitali, mentre i movimenti di lavoratori sono frenati da pastoie e timori. Se guardiamo indietro alla prima globalizzazione, avvenuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, vediamo che alle merci venivano applicati dazi piuttosto consistenti, ma in cambio il lavoro era molto libero e le persone potevano muoversi per migliorare le loro condizioni di vita. Oggi non è così, e questo in parte è dovuto anche al fatto che i divari di reddito sono diventati enormi: tra chi vive in Africa e chi in Europa vi è una disuguaglianza di reddito dell’ordine di 13-14 volte, a parità di potere d’acquisto. Quando emigravano noi negli Stati Uniti, il reddito di un nord-americano era solo il triplo di quello di un italiano, o anche meno. Qui non possiamo non porci un problema etico. Se è vero che dall’Illuminismo in poi la tesi fondante e il caposaldo dell’umanesimo liberale è che tutte le persone sono uguali e hanno gli stessi diritti, in un mondo in cui ci sono enormi differenze di reddito che prima non esistevano, il fatto che chi nasce in un paese povero non possa emigrare liberamente per via di vincoli giuridici, a differenza di noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un paese ricco (e che poniamo quei vincoli), è una contraddizione fondamentale nel nostro sistema di valori: non per merito, ma solo per nascita, il mondo si divide in chi è ricco e chi è povero, in chi può essere libero e in chi non potrà mai esserlo. Possiamo anche fingere di ignorarla, come spesso facciamo, ma prima o poi dovremo farci i conti. Credo che questa sia la grande contraddizione del nostro tempo, nonché un’ingiustizia di non facile soluzione. Ma ciò non vuol dire che non bisogna porsi il problema, specie dalla prospettiva propria della sinistra.

Un’ultima domanda nello specifico sul cambiamento del senso comune. Tra le persone, in particolare quelle che avevano minori mezzi per far fronte ai grandi cambiamenti degli ultimi anni, si è diffusa l’idea che il nemico è da ricercare nel diverso, sia il migrante, sia le politiche europee percepite come ingiuste. Come recuperare una dimensione collettiva della felicità in questa epoca?

Io credo che per recuperare una dimensione etica legata a quella che gli illuministi chiamavano «felicità pubblica», risulta fondamentale ridurre le disuguaglianze. Per tre ragioni. Un primo aspetto è legato proprio a cosa significa felicità nell’epoca moderna: al centro vi è l’idea, che condivido, di poter decidere liberamente quale senso dare alla propria vita. Nella situazione attuale le persone molto povere non possono decidere della propria vita, non hanno il diritto a perseguire la felicità, per riprendere le parole di Thomas Jefferson nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (del resto non è un caso che nel Settecento quella del Nuovo Mondo fosse una società straordinariamente egalitaria, per gli standard dell’epoca, almeno fra le persone di razza bianca; molto più di quella europea). In secondo luogo, una disuguaglianza bassa è necessaria per la tenuta della società che meno è diseguale, più risulta coesa nonché (importante e non scontato) orientata al cambiamento fondato sul merito. Faccio un esempio concreto. Perfino nel discorso politico della Lega non vi è, secondo me, un’impostazione esplicitamente razzista (come era quella ad esempio dei nazisti negli anni Trenta): piuttosto gli immigrati vengono criminalizzati in quanto molto poveri e quindi più inclini a delinquere, oltre che per ragioni culturali (ma mai genetiche). È quindi la sperequazione dei redditi (globale in questo caso, ma poi inevitabilmente importata in Italia con l’immigrazione) a rendere la società meno coesa e pertanto, attenzione, anche più chiusa (al contrario, come accennato spesso le società più coese perché più eque sono anche più aperte all’innovazione: si pensi di nuovo alla Filadelfia del Settecento, patria elettiva di Benjamin Franklin). Terzo problema, la disuguaglianza può minare il funzionamento della democrazia liberale. Un personaggio come Trump è paradigmatico: un ultra-miliardario che vince le elezioni facendosi portatore della rabbia del ceto medio americano. Questo è avvenuto perché nel discorso populista c’è sia la rabbia verso l’alto, sia l’ostilità e la paura verso gli ultimi, cioè gli immigrati. Epperò poi, nella pratica, i partiti verso cui si orienta questa rabbia in termini di voti, una volta al governo, mentre colpiscono i più poveri, fanno politiche a favore dei più ricchi. Vale per la Russia di Putin, per l’Italia di Salvini, per l’America di Trump: in Italia, la flat-tax non è altro che una misura a favore dei più ricchi e che danneggia i meno abbienti. Il discorso populista alimenta quindi la disuguaglianza e se ne alimenta, rischiando di mettere in crisi l’assetto democratico-liberale come l’abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo.

 

Ma va detto che questo è avvenuto anche perché il pensiero liberale ha progressivamente deviato dalla sua matrice originaria. Il fondatore del liberalismo, John Locke, sosteneva che la proprietà privata è sacra e che tassarla equivale a privare le persone della loro libertà. Ma per quale ragione? Perché la proprietà si ottiene con il lavoro. Locke per spiegarsi meglio ricorre a un esempio ipotetico, nello «stato di natura», prima della civiltà stanziale: una qualunque persona può dire che una mela colta dall’albero è sua, in virtù del lavoro che ha impiegato per cogliere quella mela. Dal lavoro discende la rivendicazione della proprietà: ed è per questo che privare una persona della sua proprietà equivale a renderla schiava, perché significa appropriarsi del suo lavoro. Sappiamo bene però che non tutte le proprietà si ottengono con il lavoro. L’eredità per esempio, più in generale la rendita non sono (per definizione) proprietà fondate sul lavoro. I liberali oggi si ricordano solo della parte finale del ragionamento di Locke, non dei suoi fondamenti «lavoristi» (che non stanno lì per caso: quello di Locke era il pensiero dei nuovi ceti produttivi contro l’aristocrazia della rendita). Di recente anche una parte della sinistra ha fatto propri questi assunti, travisando quindi i fondamenti del liberalismo che pure (giustamente) voleva abbracciare. Non stupisce che questa visione sia diventata del tutto dominante, anche perché fa comodo alle nuove classi dominanti, che si fondano anche oggi sulla rendita (la nuova rendita, quella finanziaria), e ai rapporti di potere esistenti. Le società scandinave, che sono liberaldemocratiche e social-democratiche e tendenzialmente più egalitarie, ad esempio, hanno uno sguardo maggiormente critico rispetto a questo problema. Noi invece siamo portati a giustificare la ricchezza, ma questo è un qualcosa che può rivelarsi profondamente iniquo, e contradditorio. Abolire le tasse sulla successione, ad esempio, una misura dei governi di centro-destra e mantenuta poi dal centro-sinistra, che cosa c’entra con la difesa della meritocrazia? È il suo contrario. E in un certo senso (quello originario di cui dicevo prima, ma si guardi anche a quello che scrive John Stuart Mill in proposito) è anche una misura anti-liberale. Come accennato, il liberalismo è nato criticando i privilegi dell’aristocrazia; ma quando i ceti borghesi hanno preso il posto dei vecchi rentiers, hanno via via adattato il pensiero liberale al nuovo assetto, torcendolo in modo da finire col giustificare la rendita. Compito storico della sinistra è invece quello di rompere con un assetto sociale fondato sul privilegio.

Emanuele Felice (1977) è professore associato di Economia presso l’Università di Chieti-Pescara ed editorialista di Repubblica L’Espresso (già per La Stampa); in passato è stato professore di Storia Economica presso l’Università Autonoma di Barcellona e l’Universidad Pablo de Olavide di Siviglia, visiting scholar presso la London School of Economics, l’Universitat Pompeu Fabra e l’Università di Harvard. Nel 2013 è stato premiato dall’Associazione Spagnola di Storia Economica per il migliore saggio pubblicato su riviste internazionali. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Fontamara Ignazio Silone con il libro Perché il Sud è rimasto indietro (il Mulino, 2013), il Premio nazionale di cultura Benedetto Croce e il Premio dell’Associazione per il Progresso Economico con il libro Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (il Mulino, 2015). Il suo ultimo libro, Storia economica della felicità (il Mulino, 2017), è finalista al Premio Biella. Ha preso parte come relatore oltre un centinaio di cento conferenze e seminari a invito, in quattro continenti e in alcune delle più prestigiose università al mondo. Vive a Bologna.
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