In pochi controllano sempre di più. La disuguaglianza mina la dignità umana

Le disuguaglianze e la mancanza di consapevolezza dei processi ci espongono al rischio di un crescente indurimento dei rapporti sociali. Cruciale il ruolo dell’informazione e il rilancio del progetto europeo come spazio pacifico di convivenza e incontro. 

 

Intervista a Marco Tarquinio*

Direttore, se in un suo editoriale dovesse raccontare attraverso tre immagini la disuguaglianza quali sceglierebbe? 

Darei due numeri e sceglierei due volti. I numeri sono quelli di due rapporti Oxfam: nel 2010 erano 388 i super ricchi che avevano un patrimonio che equivaleva a quello della metà più povera dell’umanità. Nel 2017 Oxfam diede un altro numero: si era passati da 388 a 8 super ricchi. Questi dicono in sintesi la velocità con cui sta accentuando la distanza tra quelli che hanno moltissimo e quelli che hanno poco. La prima immagine, invece, è quella di Hamal Hussein. Una bimba di sette anni che io – forzandomi – ho messo in prima pagina per “spiegare” la guerra dello Yemen, per dire che cosa sono le guerre non viste e che alimentiamo con le nostre armi. Avvenire conduce da anni una campagna di informazione sulle bombe che vengono prodotte in Italia da una ditta tedesca e che vengono vendute a paesi belligeranti come quelli che combattono in Yemen. La disuguaglianza è frutto di guerre che “si vedono” e soprattutto di guerre che “non si vedono”, condotte con le armi tradizionali o con le armi dell’economia attuale. La seconda immagine è quella di Francesco, il Papa, perché al momento è l’unica grande personalità a livello mondiale, tra coloro che hanno una “cattedra morale” e sono in grado di farsi ascoltare, che ha il coraggio di dire a chiare note che “questa economia uccide”. E’ l’unico che ha questa temerarietà e questa saggezza in un momento in cui molti ormai si sono arresi al trend dominante.

Nella visione del Forum scriviamo: “Ogni persona è diversa, nelle proprie preferenze e aspirazioni e nelle proprie circostanze, e il concetto di uguaglianza non va inteso come uguaglianza pregiudiziale dei “risultati finali” (es.: reddito, ricchezza, salute, istruzione, ecc.) ma in termini di libertà sostanziale sostenibile, cioè di possibilità sostanziale di raggiungere risultati uguali”. Quali sono, a suo avviso, le cause per cui oggi in Italia, come in altri paesi dell’Occidente, non è data a molti questa possibilità sostanziale?

Ci sono diverse cause, probabilmente. Io da uomo di comunicazione mi concentro in maniera molto preoccupata sulla povertà di informazioni circa quello che accade realmente nei percorsi decisionali del mondo e nei rapporti di forza. C’è un deficit di informazione terribile. Sono soprattutto le classi che una volta avremmo definito proletarie, quelle medio-basse, che restano vaste a causa delle disuguaglianze crescenti, che vivono nell’illusione di sapere tutto ma in realtà non sanno l’essenziale dei processi in corso. C’è bisogno di un’informazione diversa, e grazie a Dio qualcuno prova a farla anche nel nostro paese, un’informazione che metta le persone in condizione di capire come stanno davvero le cose. Non a tutti sembra un dato strutturale rispetto ad altri, ma io so che è la consapevolezza che cambia la realtà delle cose, quando capiamo come funzionano le cose lì cominciano i veri cambiamenti. E l’altra cosa gravissima è l’illusione di sapere tutto. Siamo circondati da armi di distrazione di massa. Su tante questioni ci riempiono la testa e non ci danno verità. Questo riguarda le questioni dell’economia, della politica, le questioni che vengono confinate nel campo della morale, come se fosse un campo avulso, ma senza un principio di giustizia forte, senza un’idea di bene e di male radicate dentro di noi, nel trionfo dei pensieri deboli, abbiamo lo straripare dei poteri forti. Questo è il dramma a cui assistiamo in questo tempo e questo crea la base della disuguaglianza e umilia le persone. La persona è completa quando ha piena consapevolezza di sé, del mondo che ha intorno e quando capisce quali sono i processi in corso. Ci sono delle questioni che per me sono determinanti. So che tocco un tema sensibile su cui ci sono opinioni diverse ma credo che un altro emblema della disuguaglianza e che tocca proprio la dignità della persona, è la questione delle gravidanze surrogate, della colonizzazione dei corpi delle donne, che sta avvenendo in tante parti del mondo nelle società più povere e dentro le società ricche tra le persone marginalizzate, messe in condizione di mettersi sul mercato con il loro stesso corpo per soddisfare i desideri di altri che hanno mezzi o consapevolezze per immaginare questi percorsi di nuovo schiavismo. Poi c’è la questione enorme dell’educazione e della formazione, sia come consegna della memoria e delle cose grandi del passato, sia come acquisizione degli strumenti che contribuiscono a cambiare la propria vita e il futuro comune. E accanto c’è la sterilizzazione, per tanti, per troppi, degli esiti di un lavoro di formazione di se stessi. Quando diciamo che si è rotto l’ascensore sociale, ci riferiamo al fatto che le persone anche nel nostro paese per quanto si formino finiscono comunque ai margini del mercato del lavoro, non hanno spazio, sono costretti a cercare altrove il proprio futuro. Questo perché non stiamo costruendo una società, per dirla con un’immagine di Luigino Bruni, un’economista che scrive su Avvenire, nella quale si capisca che una persona può completarsi dal punto culturale e umano con gli studi che preferisce e, poi, per vivere magari “fare altro”, usando un’ulteriore abilità. Faccio un esempio: mio nonno materno era un falegname ebanista ed era anche, a suo modo, un musicologo. Per vivere si possono fare diverse cose, ma deve esserci il pieno diritto a completarsi come persona secondo la propria elezione di fondo. E’ una questione di libertà e di riconoscimento del valore di ogni lavoro “dentro” la comunità umana. Un altro dei punti chiave è la rivalutazione del lavoro che definiamo “di cura”. Un nodo davvero cruciale, soprattutto in questo nostro tempo in cui le macchine produrranno sempre di più al posto degli esseri umani e in cui constatiamo che non si sta avverando una liberazione delle persone, ma al contrario uomini e donne vengono spinti al margine del sistema, privati della ricchezza e della dignità che vengono dal lavoro. Bisogna dare una reputazione sociale al lavoro di cura in tutti i suoi aspetti: dall’educazione all’assistenza delle persone malate o disabili, passando per la tutela dell’ambiente, la valorizzazione dei lasciti della nostra storia e della nostra arte. E’ il grande lavoro dell’umanità, è un grande lavoro di umanità. Ed è urgente ricostruire una consapevolezza su questo. Se non colmiamo questo vuoto, continueremo a correre sull’altro versante, dove sembra ineluttabile la distanza tra quelli che controllano i mezzi di produzione e quelli che non li controllano e perciò paiono non possedere nulla. In realtà, tutti noi abbiamo un’arma decisiva in mano, la capacità di relazioni “buone” con gli altri, con ogni altro essere e con la Terra: è questo che rende la vita degna di essere vissuta.

Nella nostra società si parla molto e in questi ultimi mesi prepotentemente associato ai migranti. La narrazione che sembra prevalere nel senso comune è quella che attribuisce alla presenza dei migranti il peggioramento delle condizioni socio-economiche degli italiani, soprattutto di ultimi e penultimi e della sicurezza anche quando i dati smentiscono queste percezioni. Sembrano invece non destare la stessa preoccupazione gli allarmanti cambiamenti climatici e la crescente concentrazione della ricchezza. Quali danni permanenti può subire una società in cui la diversità, in particolare quella di ultimi e penultimi, è un problema da eliminare? 

Il danno più permanente è l’incattivimento, l’indurimento di tutti i rapporti sociali. La vera ideologia del nostro tempo è questo ri-sentimento. Da una parte il cattivismo, dall’altra il perfettismo. C’è posto solo per quelli che rispondono ai canoni del successo sia dal punto di vista biologico che psicologico e c’è posto solo per gli omologhi. La questione della ritornante xenofobia, che sta già sfociando purtroppo in razzismo aperto, è il frutto di questo tipo di predicazione e di questa convinzione. E’ giusto citare il dato della distanza tra la realtà e la percezione nella vita delle persone, ma spesso quello che in essa conta nella vita è la condizione nella quale ci si sente e rispetto a questo c’è, lo dico anche da “addetto ai lavori”, una grande responsabilità dei comunicatori. In tutte le occasioni di incontro che abbiamo, dialogo coi colleghi sul fatto che dobbiamo smettere di ripetere, nel nome di una falsa par condicio, le parole di odio che vengono messe in circolazione. E’ vero che tutti hanno il diritto di dire la propria, certo. Ma ci sono parole che non possono essere ripetute acriticamente e supinamente. Perché sono parole-coltello, parole-mazza, parole-fucile, che, se non vengono domate e quando necessario contraddette mettendo sul piatto con tutta la chiarezza e la forza necessaria i dati che le svuotano, sono pericolosissime: tagliano, sbriciolano, ammazzano. Faccio un esempio: rimango sbalordito quando vedo e ascolto un’intervista a un Ministro della Repubblica, trasmessa dal servizio pubblico radiotelevisivo, dove si sostiene che l’aver ridotto l’arrivo via mare dei migranti sta garantendo più sicurezza agli italiani. Questo cozza con un dato di realtà, ovvero che negli anni di maggiore minaccia terroristica e di maggiore immigrazione irregolare via mare, l’Italia non ha subito nessun attentato. Non c’è stata correlazione tra il rischio e la realtà che è stata vissuta. Ecco: non si può raccontare l’esatto contrario del reale o lasciare che questo venga fatto, perché questo “incista” sempre di più nei pensieri della gente semplice l’idea che il migrante sia un potenziale assalitore. E questo è un capovolgimento drammatico del senso del tempo che viviamo. Che è duro, ma anche bello. Nella storia le migrazioni di massa sono state condotte con le armi in pugno: popoli che si trasferivano perché cacciati da altri o per una spinta imperialista a conquistare migliori terre di altri. Qui siamo di fronte a un fenomeno in cui la gente si muove disarmata e chiede aiuto e chiede di partecipare alla costruzione di altre società. Se non sappiamo cogliere questo, nella sua verità e nella sua forza, e nella drammaticità anche di certi processi, come un segno positivo di rottura rispetto ad altre fasi storiche che abbiamo vissuto, siamo gente senza sguardo, gente senza coscienza e senza il senso della storia. Quello che rimprovero alla classe politica è di non accompagnare una consapevolezza piena di quello che sta accadendo, e di enfatizzare gli aspetti negativi che umiliano le persone coinvolte ma anche il senso della stagione che stiamo vivendo, rendendola peggiore di quello che è. Mi sono sempre battuto contro la falsa retorica del multiculturalismo che è la strada per la creazione di ghetti giustapposti. I processi che ci devono interessare sono quelli interculturali, che mettono in comunicazione le culture perché queste crescono assumendosi e rispettandosi le une con le altre. Noi italiani siamo l’esempio più evidente nella nostra condizione di paese ponte tra nord e sud, est e ovest. Abbiamo creato una cultura straordinaria, capace di bellezza e profondità, capace di sommare tutte le differenze – anche somatiche – del Mediterraneo con le nostre, di convertire in forza le nostre debolezze e di realizzare nel corso del tempo una straordinaria unità in una terra inesorabilmente plurale. E questo grazie a un processo interculturale, e non perché abbiamo difeso orgogliosamente una cultura originaria, murata in se stessa e non comunicante con niente e con nessuno. Mi fa male vedere che si torna a raccontare e proporre l’opposto, illudendo la nostra gente che il modo per far sopravvivere un popolo, renderlo più sicuro e lanciarlo verso il futuro sia quello di chiudersi in un cantuccio. Quello invece è l’unico modo per morire e per perdersi, smarrendo peraltro il senso della propria cultura.

Ovviamente la realtà non è tutta nera. Esistono nel paese esperienze di accoglienza e resilienza e una moltitudine di pratiche messe in atto dalle organizzazioni di cittadinanza attiva. Dai dati e dalle storie che tutti i giorni si trova a scoprire e commentare, chi secondo lei oggi in Italia lavora sul campo con l’intento di valorizzare le diversità e promuovere l’uguaglianza di opportunità tra le persone?

E’ chiaro che ci sono dei soggetti principalmente impegnati, però a me e ai miei colleghi piace raccontare tanti pezzi della realtà italiana che sono pezzi istituzionali, delle associazioni, della cooperazione, dell’impresa tradizionale. La realtà vera di questo paese è quella di un paese in cui tanta gente spinge verso la direzione giusta. Ognuno per la parte di responsabilità che ha e per il ruolo che esercita sia nello Stato sia nella società civile. E’ chiaro che ci sono le grandi agenzie. Il ruolo che gioca la chiesa cattolica e le chiese in generale, ad esempio. Penso con grande orgoglio al segno ecumenico dei corridoi umanitari che vengono gestiti dai cristiani di diverse denominazioni d’intesa con i governi che si sono succeduti, indicando all’Europa un modello. C’è anche tutto quello che si muove nella vita delle città: a Roma penso alla rete Baobab, in Lombardia a un’infinità di reti diffuse. Ricordo sempre che nel momento del massimo afflusso di siriani in fuga dalla guerra Milano è stata capace di mettere in campo con le sue realtà associative ma anche con singoli e singole famiglie, degli atti di solidarietà e di vicinanza belli e d’incredibile semplicità. La cosa che mi ha ferito è che queste persone in fuga sono state lasciate andare altrove senza pensare a quello che portavano come ricchezza e non solo come sofferenza. Tutti quelli che riescono a concepire le persone non come un problema ma come una risorsa, sono quelli che stanno dimostrando che esiste un altro modo di vivere, di prendere la vita, se volete di accoglierla. E’ un altro modo, che non è buonista, è la cosa buona che accade davvero nella realtà italiana. Ci sono 5 milioni di “stranieri residenti”, come li definirebbe anche filosoficamente Donatella De Cesare, e io sento, vedo e – da cronista – testimonio che sono nuovi italiani. Penso alla battaglia che abbiamo fatto sulla cittadinanza per gli 800.000 ragazzi che sono compagni di scuola e di giochi dei nostri figli e delle nostre figlie. La gente che dice “no”, se la vedesse così, capirebbe più facilmente di cosa parliamo, capirebbe che non sono estranei tra di noi, ma sono parte della nostra vita, che anche loro sono già figli nostri. Io sono relativamente ottimista, anche se so che esiste la “predicazione” di cui abbiamo detto prima, che ha accentuato i sospetti e messo esclamativi feroci alle condizioni critiche che si sperimentano in tante periferie e in alcune realtà urbane. Aggiungo infine, tra i soggetti attivi anche tanti imprenditori straordinari, pezzi di impresa tradizionale che sono assolutamente dentro la logica della valorizzazione delle persone che “lavorano con” te… Questo, tra l’altro, è da sempre un bel modo di fare degli italiani.

Tra pochi mesi ci saranno le elezioni europee e mai come in questi ultimi mesi l’Unione è stata messa in crisi. Da tempo è infatti percepita come la terra dei tecnocrati lontani dalla vita e quindi dai temi che toccano le persone e questo ha causato in diversi paesi, complice la lunga crisi economica, una crescente dinamica autoritaria. Se dovesse fare una previsione, come pensa che sarà composto il prossimo Parlamento?

Non ho la sfera di cristallo, ma è chiaro che non sarà più un Parlamento che si regge sui due grandi pilastri, europopolari ed eurosocialisti, che hanno rappresentato i punti fermi nella costruzione della casa europea fino ad oggi (con l’aggiunta, negli ultimi anni, del terzo e assai più esile pilastro dell’ALDE). Quei due pilastri principali si sfineranno. Per un verso questo crea un problema e per l’altro offre un’opportunità. La costruzione europea è andata avanti per crisi successive: a ogni crisi un passo in avanti. Da vent’anni a questa parte i passi in avanti sono diventati molto piccoli, e sempre accompagnati da passi di lato e da passi indietro. Penso alle figure del Presidente del Consiglio Europeo e all’introduzione della Responsabile della politica estera e della sicurezza comune che non sono stati interpretati come dovevano e potevano essere interpretati con sincera convinzione e partecipazione. Il cambiamento di quadro politico e l’aumento delle forze antisistema spero serviranno a dare uno scossone e a indurre a un salto di qualità nell’azione politica per l’Europa e dentro l’Europa. O avverrà questo, oppure l’Europa è destinata a saltare, secondo le strategie di quelli che vogliono picconarla e ridurla a una confederazione ancora più labile, lasciando solo elementi di mercato e di sostegno alle economie dei singoli stati e poi ognuno fa per sé. Chi crede ancora in una prospettiva federalista sa che questo è il momento chiave: per una svolta servirà coraggio perché salteranno le autosufficienze delle vecchie alleanze un po’ conflittuali tra socialisti e popolari, e ci sarà bisogno di idee nuove. Sono molto speranzoso che, nonostante le previsioni dell’avanzata dei nazional-sovranisti, ci siano forze che portano idee nuove, nuove perché allo stesso tempo originarie e originali. Non so cosa accadrà in Italia, ma lo temo. Vedo cosa sta accadendo in Germania con il movimento verde che è sempre stato molto interessante. Qualcuno ricorderà un passaggio sulla qualità dell’ambientalismo tedesco in un grande discorso sulla giustizia e la pace che Benedetto XVI pronunciò durante la sua visita al Reichstag. Forse è stato poco compreso, ma spiega molto circa l’attenzione di un’opinione pubblica cristianamente orientata verso quella proposta. Io mi auguro, sogno, che dallo scossone che sta arrivando e che arriverà non si apra il processo dell’euro-disunione, all’insegna dell’ognuno fa quel che gli pare, ma accadrà l’avvio di un processo diverso. Servono idee diverse per farlo, e ci sono. Su Avvenire, in questi anni abbiamo contribuito a far circolare manifesti per una nuova Bretton Woods e per lo sviluppo sostenibile. Questa non è accademia, è concreta determinazione. E l’Europa è un laboratorio straordinario, l’unico laboratorio di integrazione tra differenze statali – e in parte etniche – assolutamente pacifico, che procede da decenni nel mondo ed è un esempio per altri. Non possiamo solo limitarci a preservarlo, ma dobbiamo dimostrare che è vivo e che serve soprattutto in questo tempo nel quale tutto sembra orientato a riportarci dentro i confini dello stato nazionale e nelle guerre di prestigio, di potere e di interesse.

* Marco Tarquinio nato il 16 marzo 1958, è il direttore responsabile di Avvenire. Umbro, di Assisi, vive ormai da molti anni tra Milano e Roma. Esperto di politica interna e internazionale, inizia la sua attività di cronista a “La Voce”, settimanale cattolico dove lavora tra il 1981 e il 1984. Nel 1983 comincia a collaborare col “Corriere dell’Umbria”, quotidiano dove diventa giornalista professionista. Nel 1988 si trasferisce a Roma, a “La Gazzetta” diretta da Giuseppe Crescimbeni, che lo pone a capo del servizio politico. Nel 1990 viene chiamato da Franco Cangini a “Il Tempo”, qui si occupa prima di politica estera, poi di nuovo di cronache politico-parlamentari e, infine, è capo della redazione politica ed editorialista. Nel 1994 lascia “Il Tempo” per “Avvenire”, accettando l’offerta del neo-direttore Dino Boffo.
Photocredits: Giorgio Boato
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