Ripartire dalle comunità di base e da un’Europa politica che al momento non c’è

Le disuguaglianze minano le istituzioni democratiche perché non basta delegare la propria rappresentanza per sentire di avere potere. Lo stesso vale per l’Europa: siamo tutti europei per necessità ma servono autorità politiche adeguate per rivoluzionare l’Europa senza distruggerla.

 

Intervista a Nadia Urbinati*

Se dovesse descrivere la disuguaglianza quali immagini sceglierebbe?

La prima immagine mostrerebbe persone senza denti. Averli o non averli è un fatto decisivo che condiziona i rapporti sociali, l’inclusione nel mondo del lavoro: la rappresentazione della persona agli altri è oggi un bene personale come l’educazione o la salute. La seconda è l’obesità. La dimensione del corpo segue spesso non tanto il desiderio quanto la condizione sociale; sappiamo da studi empirici ormai consolidati che è più facile che le persone più povere o con meno possibilità che incorrano in questo disturbo, a ragione considerato un vero e proprio disturbo di classe, non genericamente una questione di ignoranza alimentare. Quando si mangia sistematicamente MacDonald a un dollaro e mezzo vuol dire che mancano soldi per un’alimentazione migliore. La terza immagine è la vacanza. La vacanza è, perché la si fa o non la si fa, un segno di quel che è la nostra vita ordinaria, una vita già pesante di per sè, non solo per chi ha il lavoro, che sia precario o temporaneo; una vita di fatica e poca soddisfazione, per cui il momento della vacanza è significativo, perché è un breve momento di uscita da un tunnel qualche volta insopportabile. Andare o non andare è una distinzione importante; ma anche il dove andare: andare, per ragioni economiche essenzialmente, nei luoghi dove si riproduce quella stessa massa di povere persone che abitano gli stessi quartieri periferici è un cambiamento geografico, non prendersi una vacanza. Sono tre immagini, non le uniche: se ne potrebbero elencare molte altre. Ho scelto quelle che a me sembrano significative di una cultura visibile della povertà e della diseguaglianza nella nostra società.

Lei ha partecipato alla scrittura collettiva del Rapporto IPSP, presentato a Roma lo scorso 1° febbraio, in particolare sul capitolo sull’impatto delle disuguaglianze sulla politica e sulle istituzioni democratiche. Su cosa vertevano le analisi?

Io ho partecipato al capitolo che esamina l’impatto delle disuguaglianze sulla democrazia. Per me è stato molto importante collaborare con altri colleghi allo studio dei diversi fattori che indicano una vera difficoltà delle società democratiche di farsi carico delle promesse e dei progetti che sono condizioni dell’auto-governo democratico; condizioni che riguardano la vita sociale e quotidiana delle persone, non solo le procedure della cittadinanza politica. Abbiamo analizzato i fattori di genere e delle generazioni, quelli dell’uguaglianza/disuguaglianza di potere pubblico, e poi il populismo, di cui mi sono occupata io. Il populismo lo abbiamo inserito nel capitolo sull’analisi dei fattori di difficoltà delle democrazie contemporanee.

In un TedTalk di qualche tempo fa lei parla della democrazia come un sistema che stabilisce che siamo uguali nel diritto politico primario grazie al suffragio universale. Eppure in molte società, e la nostra non fa eccezione, le disuguaglianze di ricchezza, reddito, accesso ai servizi, partecipazione, territoriali e di genere e generazionali, che sono le chiavi che anche noi come ForumDD utilizziamo per leggere la realtà anche se abbiamo un focus su quelle di ricchezza, sono ancora alte. Quali sono i rischi per tutti noi se si passa dal concetto alto di uguaglianza all’idea di dare ,e cito sempre il suo discorso, “a ciascuno secondo il rango”. Qual è l’impatto delle asimmetrie così forti di potere politico, ricchezza e competenza?

Storicamente, le democrazie nascono come sollevamento dei poveri o dei meno abbienti contro la loro condizione di subordinazione politica a causa della loro diseguaglianza di potere sociale. Nell’antichità come nel mondo moderno la democrazia è stata identificata come regime dei poveri o dei brutti o dei rozzi: per questa ragione è stata sempre poco amata, indice di governo di e per coloro che erano poveri contro coloro che possedevano ricchezze. Governo associato all’invidia di classe e al governo senza imparzialità. In realtà, la democrazia ha mostrato in essere il governo di chi vuole vivere tranquillamente una vita normale senza essere subordinati o asserviti. Quindi la richiesta di democrazia è una richiesta di libertà, non di ricchezza; non si fonda sul risentimento e la vendetta contro chi ha; ma pretende che l’avere o il non avere non si traducano in potere di dare ordini e fare leggi. La democrazia nasce come bisogno di vivere liberamente senza essere oppressi per i debiti e dover obbedire alle decisioni di coloro che ci hanno fatto credito: è quindi richiesta di una vita di sicurezza e di libertà. Ecco perché i due aspetti, quello sociale e quello politico, anche se noi tendiamo a vederli come separati (perché i principi democratici sono essenzialmente principi politici), non sono mai separati. Quando si separano cominciamo a vedere quanto le democrazie siano insoddisfacenti. Nel nostro tempo presente, dal ’45, da quando si è affermata la traiettoria democratica, le classi sociali partivano da condizioni quasi simili anche per ragioni evidenti di distruzione provocata della guerra e quindi di energia ricostruttiva. La distruzione della guerra era stata tale e tanta, da avere in qualche modo messo in secondo piano le disuguaglianze sociali. Si ripartiva per ricostruire le società. Questa creatività ricostruttiva per un decennio o due ha messo in campo un’espansione della fiducia e dell’ottimismo, la convinzione che fosse possibile costruire una democrazia avanzata, espansa nel sociale: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle famiglie, in modo che tutti potessero vivere secondo i principi democratici nelle varie sfere di vita sociale. Questa fiducia e questo ottimismo di tenere insieme il sociale e il politico hanno iniziato a deperire ben presto, soprattutto a partire dai primi anni ’70. Una data simbolo: 1973, la guerra lampo arabo-israeliana nota come Yom Kippur War, implicò la fine dell’approvvigionamento a buon mercato del petrolio e una crisi economica e fiscale (senza precedenti dopo la Grande Depressione, e la prima nel Secondo dopoguerra) che mise in discussione le politiche sociali mentre cambiò i rapporti di forza all’interno degli Stati occidentali (ed europei in primo luogo) tra partiti liberal-liberisti e partiti socialdemocratici, scatenando (in Italia soprattutto) alti livelli di inflazione e l’esigenza di giustificare (anche con il sostegno della sinistra) “politiche di sacrifici” per contenere la spesa pubblica (il PCI lanciò la politica di “austerità” arricchendola di e giustificandola con una visione etica che delineava una società non individualistica fondata sull’anti-anticonsumismo). E siamo ai nostri giorni: una parte di popolazione sempre più larga non si sente parte dello stesso paese politico: questo significa la rivolta dei gilet gialli in Francia. Come se ci fossero due paesi: uno di coloro che rivendicano una voce che non hanno più perchè nessuno si accorge di loro e l’altro di coloro che vivono nell’affluenza o nel benessere e decidono su e per tutti. Alcuni cittadini con i gilet gialli lo hanno detto chiaramente: “abbiamo dovuto ricorrere a questi metodi di presenza pubblica a Parigi perchè nessuno si rendeva conto della nostra condizione”. Non c’è rappresentanza e non c’è voce e c’è un senso di mancanza di potere. La condizione economica e quella politica hanno divorziato e il loro divorzio genera una situazione che secondo alcuni teorici ha i caratteri della condizione pre-rivoluzionaria.

La democrazia non è dunque un modello politico che di per sé ci mette al riparo dalle possibili ingiustizie sociali. I cittadini hanno però un’arma importante: la partecipazione e la possibilità di proporre idee di contrasto alle disuguaglianze a chi ha il potere di attuarle. Come giudica la connessione tra cittadinanza attiva e classe dirigente ad oggi? Dove crede sia più probabile trovare alleanze per la lotta contro la disuguaglianza?

Ho sempre pensato fino a qualche tempo fa che fosse possibile, attraverso le attuali forme di partecipazione che abbiamo, ovvero i partiti, i sindacati, le associazioni politiche, far sentire una voce e avere un impatto nelle scelte dei nostri governi. Sono più dubbiosa sulle potenzialità della rappresentanza politica perchè mi rendo conto che gli strumenti che abbiamo, ovvero i partiti e i sindacati, non riescono a dare quello che avevano promesso e che fino a qualche anno fa riuscivano a dare per diverse ragioni che richiederebbero un libro a sé. Per molte ragioni: la destrutturazione dei partiti – con il progetto insensato di creare partiti “liquidi” o leggeri, senza organizzazione; il declino di potenza della sovranità nazionale a fare quello che i loro committenti chiedono; un sistema globale di interazione finanziaria che è assolutamente concentrato sulla ricchezza dei grandi investitori e indifferente alla produzione e al lavoro. Per molte ragioni dunque che sarebbe impossibile analizzare in due parole, occorre mettersi nell’ottica di immaginare forme nuove di intervento partecipativo: non soltanto l’andare in piazza, ma ideare procedure e istituzioni capaci di fare sentire la voce di coloro che oggi sono invisibili e inascoltati, e per fermare lo scempio del deperimento di potere della politica. Io su questo sono un po’ pessimista o semplicemente in attesa di qualcosa che nasca, perché mi sembra che l’attuale situazione sia di paralisi. Le forme plebiscitarie o populiste che vediamo in atto, sono come una medicina sbagliata, sono scorciatoie che non risolvono la questione ma la mettono in evidenza fortemente: la questione è i cittadini nelle democrazie di massa, tanto numerose e tanto popolate, non hanno più dalla loro la capacità di esercitare il loro potere politico. Il plebiscitarismo e il populista non danno potere a chi si identifica con il capopopolo: danno il potere al capo. Le nostre democrazie sono diventate un votificio, un elettoralificio più che forme di partecipazione per la formazione di progetti e la scelta e selezione di rappresentanti che aderiscono ai nostri progetti e si incarichino di far marciare le nostre scelte. Occorre trovare una soluzione a questa carenza. Si tratta di generare istanze di partecipazione diverse; forse di ricostruire partiti o gruppi politici organizzati che non raccolgono solo consensi ma siano in sintonia costante con i cittadini. Possibilità ce ne sono, anche grazie alla rete che non è una iattura ma è uno strumento come tanti altri. Penso poi a forme più locali di costruzione articolata delle rivendicazioni, che tenga insieme a buccia di cipolla le varie associazioni e che li convogli a piramide verso la decisione. Le associazioni operano secondo istanze specifiche, nelle scuole o nei quartieri; quei problemi devono però essere legati tra loro e interpretati secondo una proposta politica che li comprenda. Purtroppo, in Italia alcune riforme istituzionali dissennate, secondo me, hanno distrutto le condizioni partecipative con la scusa di razionalizzare la macchina amministrativa. Faccio un esempio. C’erano, nelle nostre normative comunali, i quartieri dove venivano eletti i consigli dei quartieri, con il loro presidente e l’assemblea: avevano la funzione di raccogliere istanze e filtrarle nel governo della città. Questi organismi sono stati depotenziati perché la nuova normativa comunale, adottata insieme all’elezione diretta del sindaco, ha preso una direzione aziendale: il sindaco è più un manager più che un sindaco, e la rete dei quartieri è stata debilitata nella sua funzione deliberativa, come pure il consiglio comunale. E’ stata una trasformazione della democrazia in senso decisionistico, elettoralistico ma non più deliberativo. La debolezza della democrazia locale è una componente del deperimento della rappresentanza democratica.

Se è vero come lei afferma in un’intervista che le persone più bisognose, e che non votano più la sinistra, sono attaccate alle comunità a cui appartengono, si può partire proprio da comunità e territori per costruire un progetto dove uguaglianza e libertà non siano valori antitetici?

Io non so da dove si partirà ma da qualche parte bisogna cominciare. Generalmente le innovazioni avvengono in due maniere: o in maniera rivoluzionaria o giacobina dall’alto verso il basso, ma non credo che siamo in questa situazione; oppure avvengono per tentativi ed errori, con esempi e sperimentazioni qui e là. Ci devono pur essere dei luoghi dove questa riforma della democrazia prenda vigore. I luoghi ai quali è più agevole pensare sono quelli vicini a noi, quelli che esprimo le comunità politiche di base. Io non voglio esaltare le comunità di base che qualche volta sono anche luoghi opprimenti, asfittici e identitari; non mi interessa questo aspetto, mi interessa un’analisi socio-politica del perché potrebbe essere opportuno riprendere il discorso locale. E poi, i partiti della sinistra che volevano cessare di essere identitari nel senso etnico e volevano essere generalisti, sono o scomparsi o sono diventati incapaci di fare il loro lavoro organizzativo e rappresentativo.Partire da quel che è più vicino a noi. Poiché le nostre società sono sempre più frammentate in base alle appartenenze, che siano di genere o di ceto o etniche, occorre pensare a quali siano i luoghi dove possiamo trovare più capacità associativa, per fare organizzazione. Abbiamo bisogno di organizzazione, perché è la condizione che ci dà forza e potere. Bisogna trovare il modo di aggregare, di unire e organizzare. Forse questi luoghi vicini a noi, vicini al nostro territorio, sono i luoghi più facili da immaginare. Io non so come ci si potrà evolvere, ma certamente queste assemblee locali, quelle che Condorcet nel Settecento aveva pensato di riorganizzare come nuclei di sovranità – egli le chiamava “assemblee primarie” — sono luoghi dove le persone pragmaticamente mettono in atto la loro esperienza, le loro conoscenze e decisioni insieme, legando la loro decisione a quella dei loro rappresentanti politici. Si tratterebbe di un arricchimento conoscitivo oltre che etico, e che potrebbe rigenerare la consapevolezza della forza che ha il potere politico democratico. Il partito una volta faceva questo e non lo fa più; ma il bisogno resta, perché senza questo aspetto organizzativo e cognitivo, di scambio, di informazioni e di unione organizzata per raggiungere uno scopo politico, per decidere, non c’è forza nella cittadinanza delle democrazie moderne.

Tra pochi giorni ci saranno le elezioni europee. Mai come in questi ultimi tempi è stata sotto attacco. L’ormai ex parlamentare europea Elly Schlein dice che serve più solidarietà, Emanuele Felice e Giuseppe Bronzini ricordano la centralità dell’Europa nelle politiche di welfare, ipotizzando un reddito minimo garantito europeo e altre misure sociali che possano rendere i cittadini più uguali tra Stati e più forti, lei che Europa prevede si delineerà? E quali sono le azioni più urgenti perché il progetto europeo riprenda slancio?

Io condivido queste posizioni che lei mi ha esplicitato. Sono stata attenta in questi ultimi mesi alle proposte che sono venute dai verdi tedeschi, dal manifesto di Piketty, da DIEM 25 e da tutte le varie associazioni. Io stessa sono dentro un’associazione internazionale che si chiama Agora Europe. Quindi ci sono tantissime attività in corso, perchè siamo consapevoli che il nostro destino come comunità politiche è legato al destino dell’Europa come spazio politico, non per le questioni nostalgiche, o estetiche o sentimentali, ma per ragioni politiche e strategiche. Se è vero che ci sono degli interessi globali fortissimi, capaci di imporre la loro forza contro le comunità politiche nazionali, queste ultime da sole sono impotenti. Lo stato-nazione, che ha avuto un ruolo fondamentale dal Cinquecento fino ad ora, si trova in questo momento ad essere in qualche modo debole, come le sovranità locali sono deboli – soprattutto quando non è ampio tanto da coprire un continente (gli stati più forti oggi sono tutti continentali). L’Europa è una necessità. Non è una questione di piacere o non, o di sentimento. Detto questo ci sono varie visioni di avere l’Europa. C’è la possibilità sovranista perché secondo me i sovranisti vogliono l’Europa, in quanto dopo Brexit si sono convinti che l’uscita sia suicida, ma la vogliono per loro e secondo la loro immagine: un’Europa cristiana, bianca e chiusa e probabilmente abbastanza militarista. C’è il problema del riarmo, non ce ne rendiamo conto ma il problema esiste. Poi c’è un’altra Europa quella dello status quo, quella che c‘è ora, che va per inerzia, come una macchina oliata che continua ad andare finchè non trova un ostacolo troppo grosso. L’Europa dei trattati, della BCE, che va per necessità perché tutti noi siamo tutti interconnessi e interrelati che siamo tutti europei per necessità. Poi c’è l’Europa politica del progetto che era di alcuni fondatori e che dovrebbe essere dei democratici intelligenti: un’Europa più politica, che vuol dire andare verso la Federazione. Parlare di solidarietà, di reddito minimo garantito europeo. Ma come si finanziano queste misure? Tramite le nostre tasse che vanno in un budget europeo. Se così è, occorre avere una rappresentanza politica. Non si può avere un budget senza un potere legittimo e democratico che controlli. Ecco perché ogni questione che abbia a che fare con l’uguaglianza o la lotta contro la disuguaglianza o per la giustizia sociale pone il problema dell’autorità politica. Quindi io ritengo che il destino dell’Europa o è quello di essere identica a se stessa come è ora, e cioè di diventare a tutti gli effetti una vera e propria oligarchia che a noi può in parte anche convenire, in parte no, ma che non ha nessuna pretesa di democrazia. E’ una forma, si diceva nel Settecento, di “dispotismo illuminato” fatto di burocrati, di una classe di persone che fanno il loro lavoro senza però essere disturbati troppo dalla politica e dal giudizio dei cittadini, che a quel punto sono simili a sudditi. Questa può essere una soluzione e può andare avanti così fino a che non lo troviamo non conveniente. Se questo a noi non basta perché riteniamo che sia non sufficientemente sicuro per le nostre democrazie (vedi il caso Grecia, Italia o Francia, e i movimenti più internazionali, come i giacchetti gialli), è evidente che un bisogno di Europa politica c’è. A questo punto, occorre capire se c’è la volontà di imbarcarsi in questo progetto costitutivo, se i cittadini vogliono fare questo passo verso un’Unione più politica. A me sembra che questa sia la via maestra se abbiamo a cuore l’interesse dei nostri paesi, la loro stabilità democratica.

Nadia Urbinati è accademica, politologa e giornalista italiana naturalizzata statunitense. Professoressa di scienze politiche alla Columbia University di New York. I suoi argomenti di studio sono il pensiero democratico e liberale contemporaneo, le teorie della sovranità e della rappresentanza politica, il populismo. Collabora per diversi quotidiani nazionali italiani.
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