Da Roma a Londra ora si combattono le disuguaglianze e la retorica “patrimonialista”

In Italia nasce il Forum Disuguaglianze Diversità e si registra, anche altrove, l’interesse montante per il contrasto alle disuguaglianze e alla retorica del capitalismo patrimoniale. L’equità intergenerazionale e il futuro della tassazione della ricchezza e dei trasferimenti ereditari saranno sempre di più sul tavolo di discussione.

Londra: “A fronte di disuguaglianze crescenti nella nostra società, i possedimenti di ricchezza patrimoniale sono sotto-tassati e le imposte sulle imprese sono ai minimi storici. Inoltre, il sistema fiscale non è sufficientemente progressivo tenendo conto della miriade di esenzioni e di regimi fiscali che tassano i redditi da capitale in maniera differente, favorendo i più abbienti”. A parlare è Ed Milliband, ex leader del Labour Party inglese, ad un evento organizzato dalla London School of Economics (LSE) il 16 Febbraio 2018 (visualizza il VIDEO)* per commemorare Sir Tony Atkinson, uno dei maggiori economisti del XX secolo ed il padre fondatore degli studi moderni della disuguaglianza.

 

Roma: Lo stesso giorno in Italia veniva lanciato, dopo un lungo percorso di lavoro iniziato nell’Ottobre 2015, il volto pubblico del Forum Disuguaglianze Diversità che intende “disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze e favoriscano il pieno sviluppo di ogni persona (diversità)”. Si tratta di una bella coincidenza. Il lavoro del Forum, così come la discussione (tecnica e politica) organizzata dalla LSE, è esplicitamente ispirato alle analisi e alle 15 proposte di Tony Atkinson per affrontare le disuguaglianze contenute nel suo ultimo libro “Disuguaglianze: che cosa si può fare” e descritto da un suo storico collaboratore Andrea Brandolini, come il suo “testamento intellettuale”.

 

L’analisi di Atkinson sull’aumento delle disuguaglianze degli ultimi decenni sottolinea con forza come essa non sia frutto dell’ineluttabilità di eventi esterni. “È piuttosto l’effetto composto di scelte politiche, culturali ed economiche che hanno accompagnato queste tendenze: un’inversione a U delle politiche pubbliche; una perdita di potere negoziale del lavoro; un cambiamento del “senso comune” si sottolinea nella visione del Forum. In altre parole, lavorare sulle politiche di contrasto alle disuguaglianze appare limitante se al contempo non si investe nel cambiamento culturale e del “senso comune” dove si è radicata una “cultura patrimonialista” la quale, continuando con la visione del Forum, “riconosce il merito di possedere o controllare il capitale a chi già lo possiede o controlla”; “proclama il merito” dell’accumulazione di ingenti ricchezze trascurandone la “verifica” dell’“utilità sociale” (ad es. la ricchezza è stata accumulata a danno di altri? È anche merito di altri? Chi controlla la ricchezza ha davvero “la capacità capitalistica di farlo?”).

Londra: È interessante notare come questo punto sia stato sottolineato con enfasi dall’intervento di Milliband, che ha richiamato l’attenzione sulla “retorica del capitalismo patrimoniale” la quale “tende ad assumere che i creatori di ricchezza siano unicamente gli imprenditori e non anche i lavoratori che concorrono all’attività di produzione”. Egli si chiede, infine, che fine abbiano fatto gli imprenditori progressisti, dando per inteso che senza di loro la lotta culturale si fa più ardua. Questo punto e’ stato ben compreso anche negli Stati Uniti d’America dove un gruppo chiamato Patriotic Billionaires, composto da più di 200 fra imprenditori ed investitori con un patrimonio di almeno 5 milioni di $, supporta attivamente l’implementazione di politiche pubbliche inclusive, dal salario minimo ad un sistema fiscale più progressivo.
Il richiamo all’aspetto culturale suggerisce che Milliband ha ben chiaro come i classici interventi distributivi, realizzati attraverso il sistema fiscale, non possano essere l’unica soluzione al problema montante delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Difatti, si spinge, seppur brevemente, a menzionare l’importanza di eventuali misure pre-distributive. Ma cosa sono esattamente queste misure? A questa domanda, posta dal pubblico, Ed Milliband sfugge abilmente fornendo però un esempio interessante e calzante. In particolare, menziona la possibilità di una misura di iscrizione automatica ai sindacati (chiaramente con opzione di “opting out” se non si è soddisfatti) riconoscendo l’importanza della psicologia comportamentale e delle opzioni pre-selezionate (di “default”) nell’influenzare le scelte degli individui, tematica molto cara ai cosiddetti economisti comportamentali. Ciò dovrebbe automaticamente creare una base più ampia di lavoratori che siano protetti dalle contrattazioni sindacali salariali e pertanto ristabilire una minore dispersione dei redditi da lavoro.

 

Roma: La visione del Forum Disuguaglianze Diversità restituisce un quadro molto più esaustivo di quali siano le politiche pre-distributive, ovvero “ politiche che non intervengano a valle della formazione della ricchezza, bensì sui meccanismi di mercato, nel momento della formazione della ricchezza, o distribuzione primaria.” In altre parole si intendono politiche pre-distributive “la regolazione dei mercati; la tutela della concorrenza; la normativa sul governo societario, che modifica gli equilibri di potere e le regole del gioco fra finanziatori e imprenditori, o anche fra lavoro e impresa; la normativa del lavoro, che influenza in svariati modi il potere negoziale del lavoro; i criteri per assegnare fondi di ricerca, che possono influenzare l’indirizzo del cambiamento tecnologico; i criteri e metodi per i bandi degli acquisti pubblici, con lo stesso effetto; la normativa che regola le relazioni fra banche e depositanti o clienti in genere; le politiche di sviluppo rivolte ai territori; ecc.”.

Chi sono i perdenti? Alla ricerca di alleanze…

 

Londra: Per finire, Ed Milliband sottolinea l’importanza di riconoscere che il problema delle disuguaglianze non può più essere inquadrato come una questione fra ricchi e poveri, in senso classico. Questo è un aspetto, a suo dire, che ormai “riguarda i super ricchi da una parte e tutti gli altri dall’altra”! C’è dunque la possibilità di costituire una vasta compagine elettorale che supporti politiche di intervento (un approccio “maggioritario” appare dunque cruciale ai suoi occhi). Anche le voci progressiste della classe imprenditoriale, Milliband suggerisce, dovrebbero far parte di questa coalizione politica.

 

Roma: Questa possibile convergenza è riconosciuta anche dal Forum Disuguaglianze Diversità che sottolinea come esista in Italia, “una vitalità diffusa, associativa, imprenditoriale e pubblica, che produce una moltitudine di pratiche innovative di contrasto delle disuguaglianze. Da questa moltitudine possono essere tratte le conoscenze e i sentimenti necessari per mettere in ordine gli obiettivi attorno ad una lettura dell’origine delle disuguaglianze, per costruire proposte con cui contrastarle e per tentare su di essi convergenze o accordi fra parti diverse della società. A questo fine servono Alleanze fra organizzazioni di cittadinanza attiva e del lavoro assieme al mondo della ricerca.”
Di converso, la visione dicotomica fra “ricchi e tutto il resto” ci appare eccessivamente semplicistica e, almeno nel contesto Italiano, meno utile ad affrontare il nodo sociale delle disuguaglianze. La visione del Forum rappresenta la società composta da cinque gruppi: ultimi, penultimi, vulnerabili, resilienti e primi. In altre parole, è la categoria dei non ricchi a non essere riconducibile a un unico raggruppamento, che negherebbe un riconoscimento delle diversità che è invece un caposaldo dell’agire del Forum.

Il problema intergenerazionale e la tassazione della ricchezza

 

Londra: Il tema della necessità politica di individuare alleanze fra varie parti della società è stato anche al centro dell’intervento dell’ex parlamentare conservatore David Willets, ora Executive Chair della Resolution Foundation, think tank che sta rivoluzionando il dibattito sulle disuguaglianze nel Regno Unito.
Lord Willets, spiazzando le aspettative del pubblico rispetto alle posizioni di un conservatore, sottolinea con convinzione che il dibattito sulla tassazione progressiva della ricchezza sarà al centro del dibattito politico futuro. Ricorda, poi, come ci sia oggigiorno una sensibilità maggiore all’aumento delle disuguaglianze nel Regno Unito. Il motivo principale risiede nello scenario economico post-crisi di bassa crescita reddituale per tutti. A tal proposito ricorda come negli anni 80 fosse diverso perché, a fronte dell’enorme aumento delle disuguaglianze, i tassi di crescita del reddito erano alti anche per le classi meno ricche. In altre parole, la dimensione assoluta delle disuguaglianze assumerebbe una sostanziale rilevanza per il dibattito politico e la fattibilità delle proposte di policy perché sarebbe la posizione nella scala del reddito, in termini assoluti, ad influenzare la percezione che le persone hanno del proprio benessere.
Willetts ci ricorda in particolare come sia stato il reddito dei giovani inglesi a soffrire più di tutti negli ultimi decenni, vista anche la bassa rappresentatività dei sindacati per questo gruppo demografico. Per rispondere dunque alla richiesta della definizione di una base di supporto maggioritaria sollevata da Ed Milliband diventa chiave, secondo la Resolution Foudation che Willetts rappresenta, il dibattito intergenerazionale.

Willetts suggerisce di affrontare il tema delle disuguaglianze da un angolo che politicamente, secondo la sua opinione, sarebbe molto più accettabile del mero discorso legato all’equità redistributiva. L’approccio proposto da Willetts metterebbe al centro la sostenibilità dei servizi di welfare correnti (ad es. in particolar modo il servizio sanitario e quello educativo) anche per le nuove generazioni. Come possiamo preservare questi servizi anche per le nuove generazioni? Qual è il modo giusto e politicamente accettabile per ottenere le ingenti risorse necessarie? La risposta di Willets, tutt’altro che scontata, è sorprendente per chi non ha seguito l’attività della Resolution Foundation nei mesi scorsi. Tassare l’enorme valore della ricchezza detenuta (e non necessariamente accumulata per via della creazione di valore semplicemente dovuto all’andamento dei prezzi delle abitazioni) dalle fasce di età più avanzata della popolazione potrebbe essere una soluzione. Questo, egli lascia intendere, sarebbe un modo equo (in chiave di redistribuzione intergenerazionale) di garantire i fondi strutturali necessari per il finanziamento de servizi essenziali (educazione, salute etc.) di cui tanto hanno beneficiato buona parte di coloro che ora sono ricchi e che hanno avuto opportunità che sono dimostrabilmente uniche nella storia del paese.

 

Roma: Il problema intergenerazionale è chiaramente calzante anche per l’Italia dove i giovani hanno sofferto in modo particolarmente acuto gli effetti della crisi sull’occupazione. Ad inizio 2018 la disoccupazione giovanile è in calo ma si attesta intorno al 33%, tra le più alte in Europa. A questa tragica statistica, se ne somma un’altra ancora più tragica: circa un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni, non ha un lavoro, non lo cerca, non è impegnato in un percorso di studi o di formazione. Negli altri paesi europei il tasso dei cosiddetti NEET (giovani inattivi) si aggira intorno al 10% in media, circa la metà del tasso italiano. Ha senso dunque chiedersi anche in Italia, come accade in Inghilterra seppur con un quadro molto meno negativo per i giovani, se tassare la ricchezza detenuta dalle fasce di età più avanzata della popolazione non sia un modo equo di garantire i fondi strutturali necessari per il finanziamento dei servizi essenziali (educazione, salute etc.) anche alle generazioni future?

 

Londra: Qualcuno dovrà pur pagare, asserisce Lord Willets, e questo tipo di argomentazione (la necessità di garantire il welfare dei propri figli e dei propri nipoti) potrebbe forse trovare più facilmente le simpatie anche delle famiglie stesse che verrebbero tassate. In questo modo, suggerisce l’ex parlamentare conservatore, si raggiungerebbero obiettivi di equità per vie oblique e meno esplicite.

 

Roma: Il Forum approfondirà queste ed altre questioni anche dal punto di vista tecnico sottoponendole agli esperti ed al pubblico dibattito verificandone la rilevanza ed il grado di realizzabilità per l’Italia. Nel farlo, partirà dalle disuguaglianze di ricchezza e dalla giustizia intergenerazionale, temi che saranno al centro del primo anno di attività del Forum. Forti e crescenti divari nella distribuzione di ricchezza non possono che generare crescenti divari di opportunità producendo disuguaglianze ingiustificate e persino allocazioni inefficienti ed improduttive del controllo delle imprese. In Italia l’imposta di successione è stata prima abolita dal 2001 al 2006 e poi reintrodotta in forma drasticamente depotenziata. L’azione pubblica invece, può come ha sempre fatto e fa in tutti i paesi di tradizione capitalistica, riequilibrare la distribuzione di ricchezza nel trasferimento generazionale al fine di garantire una ripartizione più equa delle opportunità alla nascita, garantire una maggiore vitalità e dinamismo dell’economia, ed evitare l’insorgere di dinastie patrimoniali.

 

* Sul sito di LSE adesso è possibile leggere e scaricare i materiali della giornata in ricordo di Anthony Atkinson che si è tenuta lo scorso 16 febbraio a Londra.

Redazione

Non ci sono commenti

Invia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi