Un approfondimento dal settimo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato il 13 Ottobre 2026
L’art. 11 del Trattato sull’Unione consente ai cittadini e alle cittadine di “prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei Trattati”. Al momento della sua introduzione, lo strumento dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) fu accolto con grande favore dalla società civile e dal mondo delle ONG, che vi riconobbero un promettente e originale strumento di democrazia partecipativa, capace di favorire l’ascolto dei cittadini al di là dei limiti degli ancora imperfetti meccanismi di rappresentanza legati al Parlamento europeo. Le aspettative iniziali si sono tuttavia presto confrontate con i vincoli necessari per rendere effettiva l’iniziativa. La soglia del milione di firme, accompagnata da un numero di consensi in almeno 7 Stati membri, è poi sembrata raggiungibile solo da soggetti dotati di una struttura organizzativa transnazionale, come i sindacati, lasciando ai margini proprio quelle voci di protesta “spontanea” che i legislatori europei pensavano di poter indirizzare verso un confronto diretto con l’Unione. Oggi, la possibilità di firmare online ha contribuito in parte a ridurre queste difficoltà, aumentando la capacità di mobilitazione intorno a temi di forte interesse pubblico. Ne è un esempio l’ICE “My voice my choice” che ha raccolto oltre 1,1 milioni di firme a sostegno di una proposta volta a garantire l’accesso all’aborto sicuro e legale in Europa. La Commissione, tuttavia, ha ritenuto di non dover proporre nuovi atti legislativi, nonostante il sostegno espresso dal Parlamento europeo.
Ma è la Commissione che ha l’ultima parola
Il caso mostra anche un elemento decisivo del funzionamento dell’ICE: la raccolta delle firme non obbliga la Commissione a trasformare la richiesta dei cittadini in una proposta legislativa. È la Commissione, infatti, a decidere se e come dare seguito all’iniziativa, valutandone l’opportunità e la possibilità di tradurla in un intervento europeo; solo nel caso in cui scelga di proporre una misura legislativa entrano in gioco gli Stati membri attraverso il processo di approvazione previsto dai Trattati. L’ICE è dunque, più che uno strumento di iniziativa legislativa diretta, uno strumento attraverso cui i cittadini possono sollecitare la Commissione ad agire. Nel caso di “My voice my choice” la scelta è stata quella di valorizzare gli strumenti già disponibili, in particolare quelli del Fondo sociale europeo, anziché avanzare una nuova proposta legislativa.
Un’Europa sociale in cerca di una nuova spinta
In questa fase dormiente del processo politico europeo su temi sociali, e mentre resta poco chiaro[1] il percorso di implementazione del Social Pillar dell’Unione, dopo la stagione del Recovery Plan l’ICE torna così a essere utilizzata come strumento per sollecitare l’azione dell’Unione su questioni sociali emergenti. Tra le iniziative più recenti si segnalano quelle dedicate al diritto all’abitare, all’accesso a un “cibo sano e sostenibile” e, soprattutto, quella per l’introduzione di un “reddito di base incondizionato” (RBI), per la quale la raccolta delle firme partirà il 4 gennaio 2027 e durerà un anno.
La necessità di questa iniziativa, che ha l’obiettivo di realizzare una società più equa e giusta, è sinteticamente spiegata in connessione con l’impetuoso impatto dell’AI e della robotica che comprimono la disponibilità di posti di lavoro e la sopravvivenza di lavori sottopagati e indecenti. L’RBI è definito sulla base di 4 principi fissati dalla scuola internazionale del Basic income network: l’universalità, applicabile a tutti i cittadini e le cittadine indipendentemente dalle loro condizioni sociali; l’individualità,in difesa dell’autonomia decisionale dei soggetti;, l’incondizionatezza, quindi senza obblighi di carattere lavorativo o formativo; la sufficienza, ovvero che il reddito deve essere idoneo a contrastare il rischio di povertà e consentire una equa partecipazione alla vita sociale, politica e culturale.
Si tratta, tuttavia di un obiettivo che va oltre le attuali competenze dell’Unione. In materia di reddito minimo garantito l’UE ha, infatti, competenze di coordinamento e promozione attraverso la cosiddetta soft law, strumenti che sono ben lontani dal consentire questa radicale espansione universalistica del “diritto di esistenza”. Per questo si chiede una mera Raccomandazione (per natura non vincolante) della Commissione europea agli stati con criteri stabiliti dall’Unione (la ICE è stata registrata e quindi giudicata non contraria ai Trattati).
Una riapertura del dibattito paneuropeo sui “minimi vitali”, nel confronto con le conseguenze sociali della rivoluzione tecnologica, non può che essere necessaria e promettente, soprattutto se prenderà di mira il problema di come reperire le risorse che servono a istituire forme di garanzia più ampie ed inclusive di quelle esistenti.
Due strade, una sola battaglia: un’Europa che non arretri sul sociale
L’obiettivo dell’Unione di ridurre di almeno 15 milioni entro il 2030 il numero delle persone a rischio di povertà appare difficilmente raggiungibile e le politiche di Reddito minimo garantito mostrano significative differenze tra gli Stati membri. Il caso italiano è emblematico: con il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione sono stati estromessi dai benefici il 42% delle persone assistite senza subire conseguenze significative, escluso qualche rimbrotto in sede di semestre europeo.
Occorre, quindi, un serio confronto su come sradicare il fenomeno della povertà in UE, raccogliendo il messaggio del Manifesto di Ventotene nel quale, nel 1941, ci si augurava che il simbolo di un’Europa democratica e sociale unita potesse essere proprio un reddito minimo a garanzia di una vita libera e dignitosa. Mi chiedo, in questo quadro, se non sia opportuno anche sostenere la richiesta, già avanzata dal Parlamento Europeo, di approvare una direttiva che renda i parametri già definiti dall’Unione (soprattutto sulla sufficienza della misura e sul divieto di mortificare le persone assistite con l’imposizione di lavori sottopagati e precari) vincolanti in modo da realizzare una convergenza nei trattamenti e impedire forme di vergognoso regresso, come nell’esperienza italiana. Le due ipotesi, una rivolta al futuro (ICE) e l’altra a fortificare le misure esistenti per i più bisognosi, sembrano poter remare nella stessa direzione.
[1] Cfr. la divagante Comunicazione della Commissione del 22.7.2026 sul decennale dell’European social Pillar Com(2026) 650 final.
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