Intervista a Benedetta Scuderi, eurodeputata italiana di Alleanza Verdi e Sinistra, parte del gruppo dei Verdi/ALE. E’ membro effettivo delle commissioni ITRE (Industria, Ricerca ed Energia) e FEMM (Diritti delle Donne e Parità di Genere), oltre a essere membro supplente delle commissioni EMPL (Occupazione e Affari Sociali) e CULT (Cultura e Istruzione). È entrata a far parte di Europa Verde nel 2019 e ha co-fondato Giovani Europeisti Verdi, il movimento giovanile dei Verdi italiani. Ha ricoperto il ruolo di co-portavoce della Federazione dei Giovani Verdi Europei dal 2022 al 2024.
Come si affronta la tensione fra le urgenze della guerra e della pace e l’attività quotidiana dei parlamentari di un’Unione incapace, in tante istanze, di difendere il diritto internazionale?
Ci si sente abbastanza impotenti. Come Europarlamentare e quindi come parte di questa istituzione, sono in una posizione di grande privilegio perché abbiamo la possibilità di portare avanti delle battaglie in cui crediamo e fa male vedere che non si riesce pienamente a spingere l’azione nella direzione giusta. Diversi esempi di quanto sta facendo oggi l’Unione non vanno come auspichiamo. Basta guardare alle normative ambientali, l’Unione sta perdendo l’occasione di agire come un grande player globale per favorire la giustizia sociale e ambientale, dando, invece, priorità alla spesa per difesa.
C’è, poi, il tema dello standing esterno di questa Unione, in cui il Parlamento ha di fatto poco impatto, visto che la politica estera è di competenza quasi esclusiva del Consiglio e della Commissione. Peraltro, il Parlamento stesso ha delle difficoltà a tutelare con forza il diritto internazionale di non perseverazione di doppio standard e di anche opposizione e condanna di alcuni comportamenti. Faccio un esempio, la Palestina. In parlamento è stato difficile, quasi impossibile poter parlare di Gaza, fino al settembre 2025 neppure siamo riusciti a produrre una risoluzione parlamentare, che è un atto non vincolante. Ci sono degli argomenti che diventano dei veri e propri tabù, su cui non si riesce a sviluppare il dibattito in plenaria.
Lo stesso ora sta accadendo con gli Stati Uniti. Non siamo riusciti, ad esempio, a posticipare il voto sugli accordi commerciali tra USA e Europa, nonostante le minacce continue di Trump all’Unione che avrebbero dovuto darci la spinta a adottare una via decisa di azione. L’altra grande criticità è l’accentramento nelle mani del Consiglio di una larga parte di temi: la politica estera, la politica sui dazi, per fare degli esempi. Il mio sentimento prevalente, in questo momento, è che questa struttura, asimmetrica nelle forze e nei poteri, non funziona più e siamo noi a doverla cambiare. La struttura democratica, cioè il processo democratico e decisionale che c’è all’interno dell’Unione Europea, va riformato per poter agire.
Qualche indicazione su come agire per cambiare? Cosa cambiare e come?
Cosa cambiare è molto chiaro: bisogna, come appena detto, riformare la struttura e per farlo bisogna andare verso un’Europa federale; quindi, abbandonare l’idea di un’Europa come somma di 27 Stati, dove la Commissione ha un ruolo di governo, viene eletta effettivamente dal Parlamento, che a sua volta ha una forte funzione legislativa e reali possibilità di impatto sulla Commissione. Il Parlamento dovrebbe avere più forza, anche pensando ad una ristrutturazione del sistema elettorale e far sì che i rappresentanti abbiano poi dei poteri effettivi. Il Consiglio, in questo quadro istituzionale ideale, dovrebbe avere una funzione più mitigata, bisognerebbe superare il potere di veto ed eliminare la dicotomia Parlamento – Consiglio, in cui ci sono due legislatori ma con poteri fortemente differenti.
Come si fa ad arrivare a questo grande cambiamento? Centrale è la riforma del fisco. Serve una fiscalità che parta da un’unione fiscale, certamente prevedendo anche una sussidiarietà nei diversi territori, ma una fiscalità dell’Unione. Certo, so bene che questo è davvero sfidante, in un’Europa dei nazionalismi e dei sovranismi, tuttavia, è sempre vero che dalle crisi nascono delle grandi opportunità, quindi, magari da questa crisi riusciamo a far uscire qualcosa di buono.
Visto il suo impegno più istituzionale, come relatrice ombra sul fondo per la competitività del prossimo Quadro Finanziario Pluriennaale, quali sono secondo lei i cambiamenti da fare per rendere questo piano più consono e più in linea con le finalità di giustizia sociale?
Ci sarebbero una marea di cose, ne scelgo tre.
La prima cosa da cambiare è la definizione di competitività: la competitività esiste solo all’interno di un quadro di giustizia sociale ed ambientale. Nel definire la competitività europea non si può, allora, non parlare di lavoro di qualità, di benessere, di salute, di ambiente e clima. L’unico investimento possibile in competitività è quello che fa bene a noi e al pianeta. La competitività deve essere il mezzo per arrivare ad una giustizia sociale e ambientale, non è un fine in sé.
Inoltre, l’Europa ha sempre giocato all’interno di una dimensione eurocentrica, oggi quel tempo è finito. Siamo parte di una globalità, e quindi quando parliamo di competitività intesa dentro un quadro che miri alla giustizia sociale e ambientale non è che lo facciamo per promuovere l’Europa alle spese degli altri; piuttosto per l‘Europa e per gli altri perché la giustizia deve essere considerata in termini globali.
Il secondo punto attiene alla governance del Fondo per la competitività. La governance deve essere partecipata, non può essere agita top down da Bruxelles verso i territori. Serve una governance che ascolta e permetta la partecipazione di tutti gli attori interessati, enti locali e regioni, che in primis sanno di cosa ha bisogno il territorio. Occorre, altresì, dare spazio alla ricerca e alla società civile. La governance partecipata ha bisogno che la struttura del Fondo sia chiara, cosa che oggi non è. Ad esempio, per come è strutturato il Fondo oggi, la Commissione potrebbe decidere autonomamente di destinare i soldi del Fondo, che sono sempre soldi pubblici, agli armamenti, senza che ci sia il vaglio democratico del Parlamento e del Consiglio, gli organi eletti appunto dai contribuenti.
Il terzo cambiamento riguarda l’impatto dell’investimento, dunque la scalabilità regionale ed ecosistemica. Spiego meglio. Il tipo di investimenti da promuovere deve avere un impatto su un intero ecosistema, non sul singolo, deve quindi coinvolgere dei cluster regionali industriali, ricerca, università e imprese, andando sempre verso obiettivi di giustizia sociale e ambientale.
Sappiamo che lei è stata sulla Flotilla, ma a livello istituzionale oggi sembra molto difficile che l’Unione muova dei passi concreti verso la pace. Lei vede dei semi di speranza?
Ad oggi di passi verso la pace non se ne riescono a vedere, ma certamente, questo non significa che sarà così per sempre. Sicuramente l’Unione ha una struttura piuttosto rigida, ma è assolutamente possibile cambiare direzione. Faccio due esempi, il primo di un cambiamento in negativo. All’inizio dello scorso mandato, quello del 2019-2024, la Commissione era molto orientata verso la transizione verde, le rinnovabili, orientamento dettato dalle forti mobilitazioni per il clima che cittadine e cittadini facevano in tutta Europa e che avevano indirizzato il Parlamento verso quelle scelte. Poi la situazione è mutata dopo il Covid, con le crisi energetiche che hanno portato ad un aumento del costo della vita. In Parlamento c’erano esattamente le stesse persone, gli stessi partiti, perfino la Presidente era la stessa, eppure c’è stato un forte cambiamento di registro e la normativa verde si è completamente bloccata.
Il secondo esempio, invece positivo, concerne il mandato odierno della Commissione. Solo dopo le mobilitazioni per la Palestina da parte di cittadine e cittadini si riesce ad arrivare ad una risoluzione del Parlamento sulla questione della Palestina. Addirittura, la Presidente von der Leyen in persona, cosa mai accaduta nella storia, presenta una sospensione parziale dell’accordo di associazione Israele-UE. Oggi è di nuovo cambiato tutto, viviamo uno stallo assoluto sul ruolo che l’Europa deve avere nella costruzione della pace e nella de-escalation dei conflitti, anzi le nostre priorità di investimento stanno andando tutte in una direzione opposta della promozione della pace.
Questi due esempi ci mostrano che le mobilitazioni dal basso fanno davvero la differenza, le cose possono cambiare anche se non cambiano le persone dentro le istituzioni.
Come Europarlamentare lei è stata molto impegnata nell’iniziativa My Voice My Choice, iniziativa che non ha portato tutti i risultati sperati. Alla luce delle difficoltà incontrate, ci sono delle indicazioni su come potersi muovere meglio in futuro per altre mobilitazioni?
Seppure My Voice My Choice non abbia raggiunto tutto il risultato auspicato, ossia la creazione di un fondo sociale ad hoc per l’aborto, ha comunque portato un enorme risultato politico. Affatto scontato. L’Iniziativa è stata votata a larghissima maggioranza, sia nella commissione FEEM (Diritti delle donne e uguaglianza di genere) che in plenaria, e poi la Commissione ha affermato che l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto che deve essere garantito in tutta Europa. Purtroppo, poi l’affermazione è rimasta sul piano dei principi. Il che ha a che vedere con l’incoerenza, e la mancanza di concretezza di questa Commissione.
È comunque da valutare come una vittoria politica, soprattutto in un momento in cui l’estrema destra è così forte. Il gruppo dei Conservatori e Riformisti, il quarto gruppo del Parlamento Europeo di cui fa parte il partito di Meloni, ad esempio, continua a fare molti eventi in Parlamento contro il diritto all’aborto, indicando nell’aborto un omicidio. Questo risultato ci deve ricordare che sia la mobilitazione, sia anche e soprattutto l’accountability fanno la differenza. Non dobbiamo lasciare le istituzioni sole. Se non conosciamo quello che succede dentro le istituzioni, molti faranno delle azioni nell’interesse non del popolo ma di piccoli gruppi. Se, invece se i cittadini e cittadine osservano quello che succede nelle istituzioni le istituzioni devono rispondere.
Qual è secondo lei la priorità politica che l’Unione Europea non può più rimandare se vuole affrontare in modo credibile le sfide che abbiamo discusso?
In questo preciso momento storico, si deve puntare tutto sull’energia. Ovviamente, le priorità sono tante, ma la sfida energetica è quella che abilita anche tutto il resto. Se non abbiamo un’autonomia energetica non possiamo costruire la pace, non possiamo costruire un nostro piano industriale, non possiamo aspirare ad un mondo del lavoro giusto. Senza energia pulita, rinnovabile e a basso costo l’Europa rimarrà immobile. È evidente che quello che sta mettendo in ginocchio ora l’Europa è la dipendenza dal fossile, e quindi correggere questa dipendenza sarà la priorità su cui focalizzarci nei prossimi anni.
*Benedetta Scuderi è eurodeputata italiana di Alleanza Verdi e Sinistra, parte del gruppo dei Verdi/ALE. Ha conseguito un master in Sostenibilità ed Energia e un master in Politiche Pubbliche. Nella sua carriera professionale, è consulente per la sostenibilità delle imprese. Al Parlamento Europeo, è membro effettivo delle commissioni ITRE (Industria, Ricerca ed Energia) e FEMM (Diritti delle Donne e Parità di Genere), oltre a essere membro supplente delle commissioni EMPL (Occupazione e Affari Sociali) e CULT (Cultura e Istruzione). È entrata a far parte di Europa Verde nel 2019 e ha co-fondato Giovani Europeisti Verdi, il movimento giovanile dei Verdi italiani. Ha ricoperto il ruolo di co-portavoce della Federazione dei Giovani Verdi Europei dal 2022 al 2024.
Foto di Priscilla Gyamfi su Unsplash










