Intervista a Maria Giovanna Manieri, segretaria generale del gruppo Verts/ALE al Parlamento europeo. Avvocato specializzato in diritti umani, è stata consulente politico per gli affari esteri, concentrandosi in particolare su Medio Oriente, Turchia e Nord Africa, e precedentemente come consulente politico per le questioni relative alla migrazione e all’asilo presso la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.
Il 2026 è iniziato con l’operazione Absolute Resolve con cui gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, catturato il presidente Maduro e la moglie Flores e rivendicato il controllo sulle risorse naturali venezuelane. Ancora una volta l’Unione europea è stata sostanzialmente afona, limitandosi alla richiesta di una transizione rispettosa del diritto internazionale. L’odierno disordine globale e i rischi di conflitto connessi al nuovo scenario geopolitico, nonché le numerose violazioni dei diritti umani, non dovrebbero rafforzare le ragioni per un’Unione europea democratica, socialmente giusta e sicura, promotrice quantomeno di semi di multilateralismo? A quest’ultimo riguardo, ad esempio, esistono già alcune leve come il Global Gateway?
L’anno è iniziato in modo estremamente duro. La dichiarazione dei 27 Stati membri all’indomani dell’attacco al Venezuela e del rapimento di Maduro ha lasciato l’amaro in bocca: colpisce la totale assenza di una presa di posizione critica nei confronti del governo degli Stati Uniti e di un intervento in uno Stato terzo che viola apertamente il diritto internazionale.
Come Greens al Parlamento europeo abbiamo condannato subito questo approccio, non solo perché contrario al diritto internazionale e allo Stato di diritto, ma anche perché mina il multilateralismo. È evidente la mancanza di volontà dell’amministrazione Trump di sostenerlo: nella stessa settimana gli Stati Uniti sono usciti da numerose organizzazioni intergovernative che ne costituiscono l’ossatura. All’interno del gruppo cresce quindi la consapevolezza di trovarci di fronte a una fase nuova, che mette seriamente in discussione il multilateralismo per come lo abbiamo conosciuto.
Bas Eickhout, co-presidente del gruppo parlamentare dei Verdi/Alleanza Libera Europea, ha criticato duramente la dichiarazione dei 27 Stati membri, sottolineando la mancanza di una critica esplicita al governo Trump e, definendola un errore grave, ha espresso preoccupazione nei confronti di una linea politica che si accontenti semplicemente di avere ottenuto una dichiarazione comune senza preoccuparsi dell’ambizione del suo contenuto. Un esempio indicativo delle difficoltà attuali dell’Unione europea ad assumere posizioni più nette.
Situazione simile si è anche verificata per il caso della Groenlandia. Abbiamo chiesto quali misure l’Unione europea sarebbe disposta ad adottare in caso di un’invasione o di un cyber-attacco, che colpirebbe direttamente la vita quotidiana delle persone. La risposta è stata che si sta valutando un pacchetto di sanzioni, senza fornire dettagli. Anche questo indebolisce la capacità di deterrenza europea, soprattutto in un contesto in cui gli Stati Uniti rendono pubbliche le proprie intenzioni.
La prossima settimana a Strasburgo il Parlamento europeo voterà un rapporto sulle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti: sarà una prima occasione per esprimere formalmente preoccupazione, nei limiti degli attuali equilibri politici. Sulla Groenlandia, intanto, alla Conferenza dei presidenti è stata adottata una dichiarazione a maggioranza che condanna in modo esplicito le dichiarazioni degli Stati Uniti.
Questo clima di guerra sta davvero cambiando l’Europa e forse anche gli europei, basti pensare al ritorno del servizio militare in Germania. È evidente la corsa al riarmo messa nero su bianco nel nuovo quadro finanziario pluriennale. Qual è il ruolo di una forza politica progressista in questo contesto?
In una recente riunione, un deputato francese del gruppo dei Verdi ha usato un’espressione molto efficace: non dobbiamo cedere a ciò che Trump rivendica, cioè il diritto della forza, ma continuare a batterci per la forza dei diritti. È esattamente questo il ruolo che una forza progressista dovrebbe assumere, nel Parlamento europeo e in Europa più in generale. Tra i valori fondanti dell’Unione europea ci sono lo Stato di diritto, il diritto internazionale e i diritti umani: non sono principi astratti, ma impegni che vanno difesi e resi effettivi, a partire da una denuncia chiara di ogni loro violazione.
Un secondo elemento fondamentale è restare uniti. Le forze progressiste sono oggi sottoposte a forti pressioni, sia interne all’Unione – in primo luogo, dalle destre estreme – sia esterne, attraverso forme crescenti di interferenza straniera provenienti dagli Stati Uniti, dalla Russia e dalla Cina. In un contesto di instabilità, ogni divisione interna all’Europa rischia di rafforzare attori esterni sul piano geopolitico. Restare uniti è difficile, anche perché ci confrontiamo quotidianamente con questioni che sono umanamente, moralmente, e anche dal punto di vista del diritto, molto gravi.
Lo abbiamo toccato con mano anche durante la visita di una delegazione del gruppo dei Greens in Palestina, a dicembre. Da mesi seguivamo con grande preoccupazione quanto stava accadendo a Gaza e in Cisgiordania, ma essere sul posto ha rafforzato l’impegno, al rientro, a continuare a dare voce a chi vive una violenza quotidiana che non si è affatto interrotta, nonostante si parli di cessate il fuoco.
È anche per questo che preoccupa profondamente l’appropriazione del concetto di pace da parte delle destre. In nome di una pace proclamata, si tende a rimuovere l’esistenza stessa dei conflitti e delle violazioni in corso. La narrazione che presenta Trump come “portatore di pace”, rilanciata anche in plenaria da alcune forze politiche, è emblematica di questa distorsione e risulta francamente inquietante.
Le destre, intanto, appaiono molto compatte, anche nei comportamenti parlamentari. Le forze progressiste, al contrario, troppo spesso sono divise. Questo non è nel nostro interesse e richiede uno sforzo maggiore di alleanza e coordinamento.
Infine, non basta opporsi in astratto alla rimilitarizzazione. Occorre riaffermare in modo concreto i diritti umani e il diritto internazionale. In alcune aree d’Europa, in particolare nel Nord, una posizione puramente antimilitarista rischia di essere percepita come irrealistica: per chi vive in paesi come Finlandia o Stati baltici, l’idea di una pace completamente demilitarizzata è difficilmente comprensibile. Serve quindi maturità politica per riconoscere che il mondo sta cambiando e che pace e sicurezza non possono prescindere dal rispetto dei diritti umani e da un ordine geopolitico fondato sul diritto internazionale, che non può essere derogato.
A proposito di influenza delle destre: il Green Deal, che rappresenta uno dei pilastri della prima commissione von Der Leyen, è minato sotto molti ambiti. Siamo di fronte a una revisione finalizzata a reggere a questa nuova fase politica o a una vera e propria inversione di tendenza?
Sicuramente il Green Deal è sotto attacco. Non abbiamo ancora assistito a uno smantellamento totale, ma è evidente che una misura che ha rappresentato una vera vittoria politica abbia conosciuto, nel giro di meno di un anno, una sorta di inversione a U. In nome di una presunta semplificazione, che spesso coincide con una deregolamentazione, assistiamo a una serie di attacchi che non sembrano destinati a fermarsi. Lo abbiamo visto con i pacchetti omnibus e con le proposte di revisione, ad esempio delle direttive sulla due diligence delle imprese ai fini della sostenibilità e sulla rendicontazione societaria di sostenibilità, che come gruppo abbiamo contrastato con convinzione.
È stato doloroso vedere lo smantellamento di alcuni pezzi importanti del Green Deal. Il problema, però, è anche narrativo: il Green Deal viene sempre più spesso utilizzato come capro espiatorio. Da parte del PPE, di alcuni partiti nazionali e delle destre estreme, si è affermata l’idea che molti dei problemi sociali ed economici dell’Unione europea siano stati causati dal Green Deal. Ma questa lettura non regge: il Green Deal, così come approvato, non è nemmeno stato ancora pienamente implementato. È difficile sostenere che abbia prodotto effetti negativi così profondi quando non ha ancora dispiegato i suoi strumenti.
Allo stesso tempo, si tende a costruire una contrapposizione artificiale tra competitività e Green Deal. In realtà, si può e si deve parlare di competitività e Green Deal insieme, di una competitività verde che accompagni una transizione giusta, ecologica e digitale. È facile, però, dal punto di vista comunicativo, presentare il Green Deal come ciò che rende la vita delle persone più difficile, alimentando timori tangibili come quello della perdita del proprio lavoro, rincari o limitazioni nella vita quotidiana.
Per rispondere a questa narrazione i verdi hanno lavorato su un documento che affronta il tema della competitività proprio a partire dall’angolo del Green Deal. Il punto centrale è che priorità climatiche e priorità sociali non sono in competizione tra loro: senza giustizia climatica non può esserci progresso sociale, e viceversa. Anche in un contesto di competitività, l’Europa ha bisogno di rafforzare la propria capacità economica e digitale, ma questo non può avvenire attraverso un ritorno a un modello industriale superato. Rimodernizzarsi significa farlo in coerenza con il Green Deal, che può e deve essere migliorato anche in termini di ambizione.
È fondamentale, dunque, evitare una narrativa che opponga diritti sociali e diritti climatici. Rivedere le politiche di competitività è possibile, ma non deve mai avvenire a discapito di obiettivi sociali chiari, orientati al miglioramento delle condizioni di vita delle persone.
Infine, c’è una questione più “culturale” che riguarda anche il nostro modo di lavorare. Per troppo tempo abbiamo risposto alle preoccupazioni delle persone limitandoci a smentirle, senza ascoltarle davvero. Questo ha indebolito il dialogo con i cittadini. La trasparenza nei processi decisionali non è uno slogan: è una condizione necessaria per migliorare il canale diretto con chi vive quotidianamente l’impatto delle politiche europee. Le consultazioni formali della Commissione non sono sufficienti, e strumenti come la Commissione Petizioni arrivano spesso ex post. Esperienze come la Conferenza sul futuro dell’Europa (organizzata da Parlamento, Consiglio e Commissione UE nel 2022) hanno mostrato che uno scambio più diretto con i cittadini è possibile e andrebbe ripreso e rafforzato.
A giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto UE su migrazione e asilo. Quali sono gli effetti per le persone richiedenti asilo?
Premetto che sono avvocata e che ho lavorato per molti anni sui temi dell’asilo e della migrazione. Lo dico perché, rispetto ad altri ambiti come il Green Deal o la competitività, questa è una questione che vivo in modo molto diretto e profondo e che mi intristisce particolarmente. Quanto sta accadendo oggi sul diritto dell’immigrazione, se di diritto si può ancora parlare, è davvero devastante.
Come verdi abbiamo votato contro il Patto su migrazione e asilo non perché incapaci di pensare a un processo organizzato di migrazione, sia per chi chiede asilo sia per chi viene a lavorare o a ricongiungersi con la propria famiglia in Europa. Abbiamo votato contro perché le conseguenze saranno molto negative. Per le persone direttamente coinvolte, innanzitutto, perché il Patto prevede un aumento della detenzione e dei rimpatri forzati, anche prima che si possa accedere a un giudice, e l’assenza di un effetto sospensivo del rimpatrio in caso di ricorso. Ma anche per l’Unione europea, perché non è aumentando la detenzione o i centri di rimpatrio che si riescono a gestire in modo efficace i flussi migratori o a garantire, come ricordano le Nazioni Unite, una gestione sicura, ordinata e regolare delle migrazioni.
Questa preoccupazione era già fondata nel 2024, ma oggi la situazione è ulteriormente peggiorata. Alle misure del Patto si aggiungono nuove proposte sulla direttiva rimpatri e sulla lista dei cosiddetti paesi sicuri, con l’obiettivo di esternalizzare sempre di più la gestione delle migrazioni verso paesi terzi. È un approccio che rischia di rivelarsi illegale e che con ogni probabilità porterà a numerosi ricorsi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, come già avvenuto in passato, con il diritto internazionale e i diritti umani a smentire queste politiche.
Questo non significa ignorare le preoccupazioni reali di chi vive quotidianamente una cattiva gestione dei flussi migratori, la mancanza di integrazione, o condizioni di detenzione inumane e degradanti, come avviene in alcune isole greche o anche in Italia. Sono questioni concrete, così come lo sono le preoccupazioni legate all’impatto sul turismo o sui territori. Ma non è attraverso un ulteriore incremento della detenzione o la moltiplicazione dei centri sulle stesse isole che si risolve il problema.
Occorrerebbe invece parlare seriamente di integrazione, di ricongiungimento familiare, di canali di ingresso per il lavoro. Invece di costringere le persone a raggiungere l’Europa in modo irregolare, su gommoni o imbarcazioni che spesso affondano nel Mediterraneo, perché non costruire progetti di migrazione circolare che permettano di venire a lavorare in condizioni dignitose o di ricongiungersi con la propria famiglia, anche attraverso viaggi sicuri?
Il problema è anche politico. Oggi su questi temi la discussione è fortemente polarizzata. Se fino al 2024 era ancora possibile portare ai tavoli negoziali dati, informazioni, statistiche o riferimenti al diritto internazionale, oggi questo spazio si è praticamente chiuso. Le forze che compongono la maggioranza non vogliono nemmeno discutere. Per questo la percepiamo come una battaglia persa.
In questa fase, come forze progressiste, la strada più efficace è lavorare a stretto contatto con la società civile, con avvocati e giudici, e prepararci ai ricorsi che arriveranno nei prossimi anni, fino a quando non sarà evidente che queste regole non funzionano e dovranno essere riviste.
A un anno e mezzo dalle elezioni assistiamo, nel Parlamento, a uno sfaldarsi della maggioranza politica pro europea? Il PPE è ancora alleato dei Socialisti e progressisti o vota a seconda delle opzioni, anche con le destre? Come state vivendo, da dentro, questa situazione?
La realtà, vista da dentro il Parlamento, è che il PPE ha compiuto una scelta politica precisa: ha individuato alcune tematiche sulle quali ritiene conveniente costruire maggioranze con l’estrema destra, nella convinzione che questo possa rafforzarne la posizione, anche in vista delle prossime elezioni, intercettando una parte dell’elettorato che guarda a quelle forze.
I temi sono chiaramente il Green Deal, le migrazioni e il femminismo. Su quest’ultimo basta un esempio: nella Commissione FEMM del Parlamento europeo, oggi, non esiste una maggioranza per utilizzare la parola “femminismo” in un report. Questo dà la misura della battaglia culturale che il PPE ha scelto di condurre.
Su altri dossier, invece, il PPE rimane più disponibile a un confronto con i gruppi pro-europei, come Socialisti, Renew e i verdi. Il problema è che questa possibilità di scegliere di volta in volta con chi fare maggioranza sta creando difficoltà strutturali a una cooperazione leale tra forze pro-europee. Quando il PPE costruisce maggioranze con queste forze, rafforza un impianto europeo; quando lo fa con l’estrema destra, utilizza forze apertamente anti-europee per dare forma a politiche europee. È un gioco molto pericoloso.
Questo metodo non solo non è cambiato, ma si è intensificato nel corso della legislatura. Era evidente già dalla prima plenaria, quando sulla risoluzione sul Venezuela il PPE ha scelto immediatamente di fare maggioranza con l’estrema destra, come a segnalare che i numeri c’erano. Lo stesso schema si è ripetuto durante le audizioni dei commissari, che sono state usate come una dimostrazione di forza, in particolare contro i socialisti, arrivando a tenere in sospeso fino all’ultimo la conferma della commissaria spagnola Teresa Ribera per assicurare un cambio la conferma di Raffaele Fitto, una questione che non riguardava quindi direttamente un commissario del PPE.
Ora si apre una fase decisiva. Il termine della legislatura si avvicina e, a dicembre, all’inizio del 2027, ci saranno i negoziati sul mid-term. Molto dipenderà dalle scelte della presidente Metsola: se vorrà candidarsi e se vorrà farlo cercando una maggioranza chiaramente pro-europea o se sarà disposta a costruirla anche con l’estrema destra. Ci auguriamo la prima ipotesi, ma non possiamo escludere la seconda, soprattutto alla luce di dichiarazioni recenti in cui ha affermato di voler cercare una maggioranza “dove c’è”.
Una simile scelta segnerebbe la fine di una cooperazione pro-europea stabile e sarebbe un errore grave per l’Unione europea nel suo complesso. In un contesto geopolitico così complesso, l’Europa ha bisogno di stabilità ed ambizione politica, che solo un Parlamento pienamente pro-europeo può garantire, in chiara opposizione a gruppi di estrema destra apertamente alleati di Trump o, in alcuni casi, di Putin.










