Uno studio analizza vent’anni di mercato del lavoro: occupazione in ripresa, ma qualità inferiore rispetto ai primi anni 2000. Italia in ritardo rispetto a Germania, Francia e Paesi Bassi.
In Italia, l’inserimento delle persone giovani nel mercato del lavoro continua a presentare criticità rispetto ai principali paesi UE: minore partecipazione, quota di NEET ancora elevata, tassi di occupazione più bassi e transizioni al lavoro più lente. Risultano inoltre più marcate la sensibilità al ciclo economico e le differenze di genere, soprattutto tra i meno istruiti.
Anche dopo l’ingresso nel mercato del lavoro, la condizione occupazionale appare peggiorata rispetto ai primi anni Duemila. È aumentata l’incidenza dei contratti atipici, soprattutto nella componente involontaria. Nel settore pubblico la presenza giovanile resta contenuta e le condizioni contrattuali risultano peggiori rispetto a quelle dei più anziani. Si ampliano inoltre i divari retributivi tra classi di età, mentre cresce la quota di lavoratori e lavoratrici a bassa retribuzione. Aumentano anche i rischi di bassa accumulazione di settimane lavorate e di montante contributivo nell’arco della carriera per le coorti più giovani.
È questo il quadro delineato dalla ricerca “Le condizioni lavorative delle giovani generazioni: l’Italia in prospettiva comparata”, realizzata da Francesco D’Angelo e Michele Raitano della Sapienza Università di Roma.
Lo studio, attraverso dati Eurostat (EU-SILC, EU-LFS) e INPS, si propone di offrire un’analisi descrittiva volta a fare il punto sull’evoluzione della condizione occupazionale giovanile in Italia, anche in una prospettiva comparata con altri paesi (Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi). Segue una analisi circa il deterioramento della mobilità infragenerazionale in Italia, intesa come la possibilità per gli individui di migliorare la propria posizione lavorativa ed economica nel corso della vita lavorativa, e sul ruolo degli ammortizzatori sociali.
In Europa, negli ultimi venti anni, il peso delle persone sulla popolazione totale si è progressivamente ridotto, registrando un calo di circa 5 punti percentuali della popolazione nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni. Tale dinamica demografica si accompagna ad una trasformazione significativa nella composizione per livello di istruzione: seppure in Italia la quota di giovani con istruzione terziaria sia più che raddoppiata nel periodo considerato, il livello raggiunto a fine periodo rimane il più basso nel confronto tra i paesi considerati.
Tuttavia, in Italia un più elevato livello di istruzione non facilita l’ingresso nel mercato del lavoro quanto negli altri paesi: il vantaggio occupazionale dei laureati nelle prime fasi della carriera resta limitato e l’istruzione terziaria sembra agire soprattutto come forma di protezione nelle fasi avverse del ciclo economico.
La transizione tra scuola e lavoro in Italia è lunga e discontinua. Il Paese registra una delle quote più elevate di NEET (Not in Education, Employment or Training) nell’UE, con un’incidenza più elevata tra le donne e persone giovani meno istruite, sebbene dal 2020 si osservi una significativa riduzione. La partecipazione al mercato del lavoro resta strutturalmente debole, circa 10 punti percentuali inferiore rispetto agli altri paesi, mentre il tasso di disoccupazione si mantiene su livelli elevati nel confronto europeo.
Superata la fase di ingresso, emergono criticità anche nella qualità del lavoro offerto nelle prime fasi della carriera. Una persona giovane su due tra i 15 e i 24 anni ha un contratto a termine, quota che resta superiore al 20% tra i 25 e i 34 anni. Inoltre, mentre in molti paesi diminuisce l’incidenza dei contratti a termine involontari, in Italia questa aumenta o rimane stabile a seconda della fascia di età considerata, e dinamiche simili si osservano anche per il part-time involontario.
Le differenze retributive tra senior e giovani in Italia risultano spesso più marcate rispetto agli altri paesi UE e si sono ampliate tra il 2007 e il 2023. Rispetto alla fascia 15–24 anni, guardando alle retribuzioni lorde annue, i lavoratori della fascia 25–34 anni percepiscono, in media, oltre il 30% in più; il divario supera il 60% tra i 35–49 anni e si avvicina al 90% nella fascia 50–64 anni nel 2023. Ne deriva anche un aumento dell’incidenza del lavoro a bassa retribuzione (inferiore al 60% della mediana nazionale) tra i giovani e le giovani, che è cresciuta in Italia in modo più marcato rispetto agli altri paesi considerati (+8 p.p.).
Lo studio evidenzia inoltre che la precarietà non è concentrata solo nella fase iniziale della carriera, ma tende a consolidarsi nel tempo. L’analisi dei dati INPS – basata sui risultati di una ricerca VisitINPS in corso da parte di Michele Raitano e Francesca Subioli – mostra come i rischi di carriere non lineari e con limitata accumulazione contributiva, più elevati tra le donne, peggiorano sensibilmente per le coorti più giovani e risultano più marcati per chi ha iniziato a lavorare negli anni della Grande Recessione. Tra chi è entrato nel mercato nel 1996, oltre il 25% degli uomini e il 35% delle donne ha lavorato per meno del 60% del tempo potenziale nei dieci anni successivi all’ingresso, e tali quote risultano ancora più alte per la coorte del 2011, attestandosi intorno al 40% per gli uomini e al 50% per le donne.
Le condizioni di lavoro precarie, accompagnate da un sistema di ammortizzatori sociali inadeguato, si traduce in precarietà esistenziale che si evidenzia anche nell’impossibilità di pianificare il futuro. La famiglia di origine svolge un ruolo di welfare sostitutivo, salari bassi e discontinuità lavorativa non consentono l’autonomia abitativa ed economica, prolungando la dipendenza dal proprio contesto di origine. La precarietà materiale si traduce così anche in riduzione della partecipazione pubblica e politica, rafforzando dinamiche di individualismo e adattamento passivo.
Il problema per i giovani e le giovani in Italia non riguarda solo il trovare un lavoro, ma trovare un lavoro di qualità. Nonostante alcuni segnali di miglioramento negli ultimi anni, il quadro complessivo mostra condizioni lavorative peggiori rispetto sia ai coetanei europei sia ai coetanei italiani di generazioni precedenti. La combinazione di precarietà, basse retribuzioni, scarsa mobilità e limitata valorizzazione delle competenze rischia di compromettere non solo le traiettorie individuali, ma anche la crescita economica e sociale del Paese.
Investire sulla qualità del lavoro giovanile significa investire nel futuro dell’Italia.
Foto di Nicolas Lobos su Unsplash










