L’intervento di Elena Granaglia al Festival del Presente di Pandora Rivista co-organizzato con il Forum Disuguaglianze e Diversità a Bologna il 12 ottobre scorso dal titolo “L’Europa di fronte al disordine”
L’Unione che osserviamo oggi appare profondamente distante dagli ideali di giustizia sociale affermati nelle sue stesse carte fondamentali e nella sua storia. Il Trattato di Lisbona del 2007 stabilisce, infatti, che “l’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore” (art. 2). Inoltre, attribuisce alla Carta dei diritti fondamentali, inclusi i diritti di solidarietà (art. 6), lo stesso valore vincolante dei trattati. Il progetto europeo nasce, del resto, come progetto di pace, fondato sulla volontà di superare le tragedie, i lutti e le devastazioni delle due guerre mondiali.
Oggi, invece, diversi segnali mostrano una crescente distanza tra quei principi e l’orientamento effettivo dell’Unione. Sul piano economico, si impone un’ossessione per la competitività fine a sé stessa. Aumentare il tasso di crescita economica rappresenta l’obiettivo dominante, da perseguire attraverso lo sviluppo delle grandi imprese, modello americano, della privatizzazione della conoscenza e di una “semplificazione” che, in realtà, si traduce in deregolamentazione. L’unico vincolo affermato, seppure nei fatti, spesso attaccato, riguarda la decarbonizzazione.
Ciò rivela una sottovalutazione di un punto cruciale: la giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, come sottolinea il filosofo John Rawls, e l’economia stessa è una di queste istituzioni. La crescita deve avvenire entro un quadro di regolazione dei mercati e delle imprese esso stesso retto da principi di giustizia sociale. In termini più specifici, la giustizia sociale non riguarda solo la dimensione ex post, vale a dire il raddrizzamento/la compensazione delle disuguaglianze che la crescita può comportare, qualsiasi esse siano. Al contrario, deve essere perseguita anche ex ante, nella definizione stessa delle regole economiche che presiedono alla distribuzione dei poteri, dei benefici e dei costi della cooperazione sociale, così come sulle direttive che orientano l’allocazione delle risorse e l’innovazione.
A sostegno della sottovalutazione, oggi nell’Unione, del ruolo della giustizia nell’economia, ricordo il rinvio e l’indebolimento delle direttive europee sulla responsabilità sociale d’impresa – ora limitate alle società con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato –; il ritiro della Direttiva “Green Claims”, che avrebbe imposto trasparenza sulla compatibilità ambientale dei prodotti, contrastando il greenwashing; l’abbandono della proposta di direttiva sulla responsabilità civile per l’intelligenza artificiale; la riduzione di obblighi ambientali nella Politica agricola comune; il trasferimento delle competenze sull’economia sociale dalla Direzione “Growth” a quella “Social Affairs”, mentre aumenta il peso della produzione di armi; e, infine, le pressioni per riaprire il Regolamento generale sulla protezione dei dati e quello sui servizi digitali, con l’obiettivo implicito di indebolire la tutela degli utenti. Proprio per opporsi a questi arretramenti il Forum Disuguaglianze Diversità ha firmato una petizione inviata alla Presidente von der Leyen che ha raccolto l’adesione di 470 organizzazioni della società civile, sindacati e gruppi di interesse pubblico.
Sul piano del welfare, la situazione non è più incoraggiante. Il welfare non appare fra le priorità della Commissione, come abbiamo rilevato nella prima newsletter Europa del Forum. Quando invocato, le azioni tendono a oscillare fra la stanca reiterazione di obiettivi che già da tempo avrebbero dovuto essere realizzati e la piegatura a finalità extra-sociali.
Rispetto alla mera reiterazione, si consideri il recente l’annuncio della prima strategia contro la povertà. Sembra quasi che questo annuncio dimentica che la riduzione della povertà è nell’agenda europea da almeno un quarto di secolo. Addirittura, abbiamo in essere target numerici da raggiungere entro il 2030: dovremmo ridurre la povertà di almeno 15 milioni di persone rispetto al 2020 – di cui 5 milioni di bambini – e siamo ancora assai lontani. Abbiamo diversi pacchetti di azioni già in essere, attivate dal Pilastro europeo dei diritti sociali e dalla raccomandazione europea del 2023 su un reddito minimo adeguato. Anziché affidarci alla retorica del nuovo, dovremmo impegnarci a realizzare quanto non realizzato. Considerazioni simili valgono per i ripetuti richiami a “buoni lavori”.
Rispetto alla piegatura a finalità extra-sociali, basti pensare alle politiche di coesione. Pensate per ridurre le disuguaglianze territoriali (in aumento nei paesi della Ue a 15 e stabili nella UE a 27), le politiche di coesione sono state piegate, esse stesse, alle logiche della competitività e della difesa.
Anche sul piano dei diritti civili si registrano arretramenti significativi, come il ritiro della direttiva orizzontale antidiscriminazione. Sul piano delle relazioni internazionali, l’Unione appare poi afona: tardiva nella presa di posizione sulla crisi di Gaza, incline a un linguaggio di riarmo più che a una visione di difesa comune, e sempre più orientata a esternalizzare le proprie frontiere. I rifugiati vengono trattati come questione di sicurezza, in aperto contrasto con il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra. Intanto, i governi sovranisti alzano la voce, sostenuti da un Partito Popolare Europeo che, quando lo ritiene opportuno, non esita a schierarsi con le destre più radicali.
A ciò si aggiunge una crescente sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e il rischio, con il nuovo Quadro finanziario pluriennale, di una rinazionalizzazione delle politiche pubbliche: i fondi europei verrebbero gestiti tramite Piani di partenariato sul modello dei PNRR, con scarsa trasparenza, partecipazione dei territori, e perdita della dimensione realmente europea. Nel frattempo, l’Unione rimane bloccata da una struttura finanziaria limitata (entrate proprie attorno all’1% del bilancio complessivo) e dall’assenza di un debito comune, salvo che per le spese militari.
Eppure, se crediamo nella giustizia sociale, l’Europa resta uno spazio imprescindibile. I singoli paesi membri non hanno la scala necessaria per affrontare la transizione ambientale, per sfruttare appieno i vantaggi della ricerca, per governare la digitalizzazione. L’energia rinnovabile richiede reti, la decarbonizzazione ha effetti sul mercato del lavoro e sul potere d’acquisto che vanno sostenuti con interventi comuni in materia di investimenti e integrazione dei sistemi nazionali di ammortizzatori sociali. La ricerca scientifica e farmaceutica beneficia di strutture pubbliche europee, che possano contrastare la privatizzazione operata dai brevetti fruendo delle economie di scala indisponibili sul piano nazionale. Nel digitale, una vera sovranità europea è essenziale per affrancarci dal duopolio USA-Cina, considerando che solo il 4% dei servizi cloud è oggi di proprietà europea. Infine, il progetto di pace all’origine del progetto europeo ha ancora molto da offrirci per l’oggi.
Certo, la strada è difficile. Dominano la scena, da un lato, i nazionalismi e gli autoritarismi e, dall’altro, un neoliberismo che continua a privilegiare i mercati, la competitività e la deregolamentazione. Talvolta, le due forze addirittura si saldano, trovando un terreno comune di conservazione e potere. A ciò si aggiungono i vincoli risalenti di una governance politica dell’Unione che, nelle questioni fondamentali, continua a richiedere l’unanimità, paralizzando ogni riforma. E tutto ciò avviene in un contesto di disordine globale, che favorisce la nascita di nuovi “mostri” politici e sociali.
Ma proprio per prevenire i mostri, risuona la lezione di Albert Hirschman: il punto non è prevedere una fine, ma trovare un modo diverso di argomentare e, aggiungerei, di agire. Anche in tempi di incertezza, spazi di iniziativa restano aperti: il compito del Forum è proprio quello di mantenerli vivi, elaborando proposte, vigilando sulle politiche europee, alimentando un dibattito pubblico informato e costruttivo. Non con la pretesa di dire tutto su tutto, ma con l’impegno di intervenire con competenza e responsabilità nei campi in cui più si può incidere.










