Un approfondimento dal settimo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato il 13 Ottobre 2026
Sono stata quattro giorni, dal 25 al 28 agosto,a Odessa, con il MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta) promosso da 35 realtà associative al momento dello scoppio della guerra in Ucraina nel 2022. L’idea del progetto è quella di preservare il potere trasformativo della nonviolenza all’interno degli scenari di conflitto, attraverso una mobilitazione massiccia della popolazione civile, in vista di un futuro che escluda l’uso della guerra nella risoluzione dei conflitti tra Stati. La missione mi interessava molto perché sto lavorando come esperta al Comitato Economico e Sociale Europeo al rilancio dell’idea dei Corpi Civili di Pace, promossi all’inizio degli anni ’90 da Alexander Langer nel quadro atroce delle guerre nella ex Jugoslavia, con l’intento di creare dialogo e cooperazione fra le popolazioni colpite.
Sono stati quattro giorni molto intensi, a tratti drammatici, perché l’escalation in corso era appena iniziata: abbiamo passato una notte complicata nei rifugi antiaerei. Abbiamo lavorato fianco a fianco alla società civile di Odessa in piccoli gruppi, certamente per ragioni di sicurezza, ma anche e soprattutto per moltiplicare le occasioni di dialogo faccia a faccia. Abbiamo svolto attività per i bambini traumatizzati (il diabete infantile da stress è quasi raddoppiato), per gli sfollati e le persone senza dimora; aiutato la ricostruzione di scuole e centri comunitari danneggiati, cucito reti anti-droni, cucinato per i pompieri stremati. I dirigenti delle associazioni locali, che contano su un numero altissimo di volontari, hanno spiegato come i cittadini si siano inizialmente rivolti loro allo scoppio della guerra per cercare conforto contro la paura, la solitudine, l’impotenza, e siano diventati insieme comunità attiva e solidale.
Anche nella mia Genova è accaduto qualche cosa di simile quando file lunghissime di cittadini si sono radunate davanti a Music for Peace per contribuire alla raccolta di aiuti in favore della Flotilla per Gaza. “Vedere ciò che accade alla TV e non riuscire a fare niente è insopportabile”, dicevano. “Fateci fare qualcosa, anche venire qui con le buste della spesa, portare quello che possiamo, è un modo per sentirci partecipi, per fare almeno qualcosa di concreto.”
È stato davvero illuminante vedere come una comunità, che si costruisce nell’avversità, possa diventare essa stessa un motore della democrazia in Ucraina. Senza dimenticare che proprio la partecipazione ha impedito che il governo allentasse le regole e i meccanismi di lotta alla corruzione. È la società civile a vigilare e intervenire, come hanno raccontato i giovani universitari agli incontri con gli omologhi italiani. Accade anche quando improvvisati posti di blocco vengono utilizzati per reclutare illegalmente e con la forza giovani da mandare al fronte.
Gli incontri con i cittadini, ma anche con il Nunzio Apostolico e un cappellano militare, hanno fornito testimonianze concrete e strazianti. Per guardare avanti bisogna disarmare il dolore, cominciare col metterlo in comune affinché la guerra non si ripeta.
A Odessa ho conosciuto persone fantastiche, italiane e ucraine. Fra queste c’era Michele Piccini, che ha avuto la gentilezza di regalarmi un suo libro, La pace possibile, per una soluzione al conflitto fra Russia e Ucraina. È un libro nel quale ho ritrovato tutto il mio vissuto durante la missione, e che consiglio fortemente di leggere. Anche chi si sta genuinamente adoperando affinché si trovi una via d’uscita negoziale alla guerra, non sta facendo abbastanza i conti con il dolore prodotto da entrambe le parti, con la Storia che rischia di separare ancora di più e sedimentare altro odio, incomprensione, in poche parole produrre solo fragili tregue. Piccini ha una proposta basata su un assunto tanto semplice quanto rivoluzionario: dare ad entrambe le parti, a entrambe le popolazioni, l’occasione di non sacrificare più i propri figli, attraverso un piano molto dettagliato fatto di Memoria comune, di educazione all’ascolto di costruzione di territori condivisi, addirittura vantaggiosi dal punto di vista economico. Un piano minuzioso, con strutture precise, verifiche accurate e periodiche supervisioni internazionali. E che, come dice lui stesso, pone l’Europa davanti allo specchio: giocarsi il proprio stesso fondamento, la pace, inseguendo il riarmo e rinunciando così a finanziare ciò che ci tiene davvero assieme, oppure essere il motore e il custode del Piano per la Memoria Comune che ci riguarda molto più di quanto ci siamo abituati e credere.
Foto di Daniele Franchi su Unsplash










