Intervista a Hana Jalloul è eurodeputata spagnola del PSOE, vicepresidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, vicepresidente dell’Internazionale Socialista e per la politica internazionale e la cooperazione allo sviluppo della Commissione Esecutiva del PSOE.
*Articolo aggiornato il giorno 7 luglio 2026 alle ore 15:00
Ad aprile c’è stata la Global Progressive Mobilization a Barcellona. Cosa vi ha spinto proprio in questo momento a lanciare un’iniziativa del genere?
Viviamo una fase molto preoccupante: si parla di remigrazione al di fuori del quadro europeo concordato dagli Stati membri, assistiamo all’aumento vertiginoso delle disuguaglianze, alle guerre in Medio Oriente, alle crisi africane e all’avanzata delle destre radicali in molte parti del mondo. A questo si aggiunge il peso crescente di tecno-oligarchi che controllano enormi risorse economiche e piattaforme mediatiche.
Dobbiamo dare una risposta progressista. Negli ultimi cinque anni abbiamo lavorato a questo obiettivo. Il governo spagnolo, insieme a Paesi come Brasile, Cile e Colombia, ha promosso iniziative in difesa della democrazia. Attraverso l’Internazionale Socialista, una unione progressista che riunisce partiti socialisti, democratici, laburisti di tutto il mondo, abbiamo avviato un dialogo per creare una piattaforma politica internazionale capace di affrontare le sfide globali.
La Global Progressive Mobilization nasce esattamente da questa esigenza: costruire un’alleanza internazionale contro le disuguaglianze e in difesa dei diritti dei lavoratori, del multilateralismo e del diritto internazionale. Le sfide sono globali e non possono essere affrontate soltanto a livello nazionale. Vogliamo dimostrare che siamo tanti, che siamo uniti e che presidiamo quello che sta accadendo globalmente.
Perché la Global Progressive Mobilization è stata così importante?
Per due ragioni convergenti. La prima è la sua dimensione realmente globale: siamo riusciti a riunire leader politici, partiti e movimenti progressisti provenienti da tutti i continenti. La seconda è il ruolo centrale tra questi del Sud Globale.
Erano presenti figure come il presidente spagnolo Sanchez, Lula da Silva (il presidente del Brasile, ndr) e Cyril Ramaphosa (il presidente del Sudafrica, ndr). E ancora, il primo ministro delle Barbados Mia Mottley e alti esponenti del Partito Democratico degli Stati Uniti, come Chris Murphy, Tim Walz e Bernie Sanders. Inoltre, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha voluto partecipare all’incontro tramite un video. Erano presenti anche rappresentanti africani, latinoamericani, europei e asiatici. Per la prima volta abbiamo creato uno spazio in cui il Sud Globale non fosse soltanto invitato, ma protagonista del confronto.
Questo vertice si è svolto, inoltre, in parallelo all’iniziativa “In difesa della democrazia”, promossa da Pedro Sánchez, Lula da Silva, Gabriel Boric (ex presidente della Repubblica del Cile, ndr) e Yamandú Orsi (Presidente dell’Uruguay, ndr). A questo incontro hanno partecipato tutti loro, accompagnati da Claudia Sheinbaum (Presidente del Messico, ndr), che ha preso parte per la prima volta, nonché da altri alti rappresentanti istituzionali dei governi africani.
Vogliamo davvero lasciare il segno e vogliamo davvero farlo in modo diverso da come è stato fatto finora. Non crediamo più a iniziative limitate all’Europa o al cosiddetto Nord Globale. Il mondo di oggi è interdipendente e il futuro delle politiche progressiste passa da un rapporto realmente paritario tra Nord e Sud del mondo.
È un concetto semplice: da pari a pari. In tutto, nella riforma del quadro economico globale, delle istituzioni, del multilateralismo. Pari in tutti questi ambiti.
E se guardiamo avanti di cinque anni, quale sarebbe per lei il successo più grande della Global Progressive Mobilization?
Il successo sarebbe riuscire a mantenere unita questa rete globale di forze progressiste, continuando a confrontarci e a costruire risposte comuni alle grandi sfide del nostro tempo.
Per farlo dobbiamo coinvolgere soprattutto le nuove generazioni, dotarci di una strategia concreta e trasformare le idee in azione politica. Una delle sfide più urgenti sarà difendere e rafforzare il diritto internazionale. Oggi appare sempre più indebolito, ma è una strada che dobbiamo continuare a percorrere.
E a proposito di nuove generazioni, vede i giovani europei coinvolti?
Sì, ma dico di più. Come ho già detto, occorre guardare alla realtà globale: a chi ci stiamo rivolgendo? In Africa e in America Latina la popolazione è molto più giovane rispetto all’Europa, e questo influenzerà profondamente gli equilibri futuri. Sono questi i continenti che determineranno il futuro del mondo. Coerentemente con quanto prima detto, è ai giovani europei ma anche a quelli che vivono in altri paesi, in particolare nel Sud del mondo, che dobbiamo rivolgerci.
I giovani chiedono una transizione ecologica credibile, energie rinnovabili, regole per l’intelligenza artificiale e le piattaforme digitali, ma anche il rispetto del diritto internazionale e del multilateralismo. Stanno vivendo un mondo in cui l’intero sistema sta fallendo. L’Unione Europea è nata per evitare le guerre, eppure i giovani di oggi assistono a genocidi. Per questo è fondamentale coinvolgerli, trasmettendo loro il valore della cooperazione, della pace e dei diritti umani.
Alcuni critici sostengono che il “Global Gateway” rischi di essere percepito principalmente come una risposta europea alla Cina. Lei che ne pensa?
Il Global Gateway è prima di tutto uno strumento di cooperazione e sviluppo che consente all’Europa di rafforzare le proprie relazioni con altre regioni del mondo, in particolare con l’Africa. Non credo debba essere interpretato come una risposta alla Cina. L’Europa deve sviluppare una propria autonomia strategica, investendo nelle infrastrutture, nelle materie prime critiche e nelle alleanze internazionali. Questo non significa entrare in una logica di contrapposizione permanente con Pechino, ma costruire una politica estera indipendente, capace di collaborare quando possibile e di difendere i propri valori quando necessario. È vero che abbiamo le nostre divergenze con la Cina, sia sul piano dei valori che su determinate questioni politiche e ideologiche. Tuttavia, ciò non significa che dobbiamo rinunciare a una visione strategica delle nostre relazioni né smettere di collaborare con la Cina in quei settori in cui esistono interessi comuni.
L’obiettivo, in ogni caso, non è bloccare gli investimenti cinesi, ma offrire un’alternativa che favorisca lo sviluppo locale, l’industrializzazione e il miglioramento delle condizioni di vita delle comunità coinvolte. Questo per me è il messaggio più importante: agire per portare benefici alle comunità locali.
C’è ancora un punto importante che non possiamo trascurare: la riduzione dei finanziamenti. Stiamo per avviare i negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e già è in ballo una riduzione del 35% degli stanziamenti destinati agli aiuti allo sviluppo: è una direzione terribile. Penso sia importante parlarne.
Come vicepresidente della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo, quali sono le questioni oggi più sottovalutate nel dibattito europeo?
Dovremmo parlare molto di più del Libano, dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche dell’impatto che le destre estreme stanno avendo sul dibattito pubblico e sulla percezione dei conflitti internazionali.
È fondamentale continuare a discutere di Palestina, diritti umani, multilateralismo e pace. Dobbiamo essere in grado di criticare le scelte del governo israeliano quando violano il diritto internazionale, senza confondere questa critica con un giudizio sugli israeliani o su Israele nel suo complesso.
Dovremmo anche parlare molto di più delle materie prime critiche, un pilastro essenziale della strategia e dell’autonomia dell’Europa.
Sono temi che non possono scomparire dall’agenda pubblica, perché il rischio più grande è l’assuefazione.
Un’ultima questione: come si concilia secondo Lei politica interna e politica estera dell’Unione?
In realtà sono strettamente collegate. È logico che l’Europa si preoccupi della propria competitività economica e del sostegno alle proprie imprese, ma queste politiche hanno inevitabilmente effetti anche sul resto del mondo. E viceversa.
Per questo l’Unione europea deve rafforzare la propria dimensione globale e superare ogni residuo approccio colonialista. Viviamo in un mondo sempre più interdipendente e polarizzato, in cui fenomeni come le migrazioni, le disuguaglianze e i conflitti richiedono risposte condivise.
L’Europa resta uno strumento fondamentale per affrontare queste sfide, ma c’è ancora molto lavoro da fare per renderla all’altezza del ruolo che può svolgere nel mondo.
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