Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
La Commissione europea l’aveva preannunciato e la proposta sul nuovo bilancio conferma quanto molti si aspettavano: le priorità del nuovo ciclo si allontanano dall’enfasi su “verde” e “transizione” per concentrarsi maggiormente su competitività, difesa e industria. Non è soltanto un cambio di lessico, ma un cambiamento che prende forma nelle scelte di spesa e che solleva interrogativi importanti sul ruolo che avranno, nei prossimi anni, gli obiettivi sociali e ambientali dell’Unione.
Il bilancio europeo, o Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), dura sette anni ed è lo strumento che definisce le priorità di spesa dell’UE e le risorse per realizzarle. Il 16 luglio 2025 la Commissione ha presentato la sua proposta per il settennio 2028-2034, che diventerà operativa solo dopo il negoziato con le altre istituzioni europee attualmente in corso. La proposta prevede un totale di quasi 2.000 miliardi di euro, ma, soprattutto, viene ridisegnata in modo radicale l’architettura stessa del bilancio. Come abbiamo già raccontato, il nuovo QFP ruota attorno a tre grandi pilastri (i piani nazionali e regionali di partenariato, il Fondo europeo per la competitività e lo strumento Europa Globale), e riduce drasticamente il numero di fondi e programmi rispetto ai cicli precedenti.
La parola d’ordine è semplificazione: l’obiettivo è rendere più rapida e accessibile una spesa giudicata troppo lenta e frammentata. Le linee di programma passano quindi da 52 a 16, e gli oltre 500 strumenti regionali lasciano il posto ai 27 Piani nazionali e regionali.
Quali conseguenze per la transizione verde e giusta?
Studiando da vicino, la proposta di bilancio conserva comunque alcune tutele per la transizione verde e giusta, ma ne indebolisce altre. In positivo, alcune garanzie restano. Continua a esserci un obiettivo climatico orizzontale, cioè una quota minima di spesa da destinare a obiettivi climatici e ambientali: per l’intero bilancio il traguardo è di almeno il 35% degli investimenti (calcolato però escludendo difesa e sicurezza), mentre nei Piani nazionali e regionali di partenariato la percentuale è pari al 43%. In più, viene estesa l’applicazione del principio del ‘non arrecare danno significativo’ (DNSH) a tutti i fondi europei. Se applicato nel modo giusto, questo esclude dai finanziamenti i progetti capaci di danneggiare in modo rilevante l’ambiente.
Ci sono però diversi punti critici.
Innanzitutto, scompare il Fondo per una transizione giusta, lo strumento avviato nel 2021 per accompagnare i territori e i lavoratori più esposti all’uscita dal carbone e dalle fonti fossili: le aree minerarie, poli industriali da riconvertire, comunità che dalla transizione rischiano di perdere occupazione. In Italia finanzia le aree di Taranto e del Sulcis Iglesiente, sostenendole verso la neutralità climatica al 2050. Nella nuova architettura non esiste più come Fondo a sé, ma il sostegno a questi territori finisce nei piani di partenariato e diventa facoltativo: agli Stati membri si chiede di “prestare particolare attenzione” alle aree interessate, ma le regioni della transizione non sono più una categoria specifica, e mancano garanzie che le risorse arrivino davvero. Da impegno vincolato si passa a possibilità, lasciata alla discrezionalità di ogni governo.
La proposta elimina anche il programma LIFE come strumento autonomo. Da trent’anni il LIFE è il principale canale europeo dedicato alla tutela della natura, alla biodiversità e all’azione per il clima. Con la nuova architettura confluisce nel Fondo per la competitività e smette di essere un programma a sé: assorbito in un fondo molto più grande e orientato alla competitività, rischia di perdere la sua identità ambientale e di vedersi ridurre le risorse destinate al verde.
Più in generale, anche dove il verde resta, cambia il modo di guardarlo e quindi tutelarlo. Nel Fondo per la competitività l’energia e l’industria pulita ci sono, ma non è un caso che il fondo si chiami proprio così: “competitività” la parola-chiave del nuovo bilancio, mutuata dai rapporti Draghi e Letta. Competitività ingloba anche la transizione verde: la decarbonizzazione resta finanziata, ma non più come obiettivo climatico e sociale in sé, bensì come leva per la produttività dell’industria europea. Lo conferma il riparto interno del Fondo europeo per la competitività: alla difesa, sicurezza e spazio vanno circa 131 miliardi, quasi il doppio dei 67 destinati all’industria pulita e alla decarbonizzazione.
Dove la società civile può intervenire
La Commissione punta a chiudere il negoziato entro la fine del 2026, lasciando agli Stati il tempo di preparare i propri piani di partenariato. Finché le trattative sono in corso, però, c’è spazio perché la società civile, a Bruxelles e nei singoli paesi, faccia sentire la propria voce. In Italia una coalizione promossa da MIRA Network ed ECCO think tank sottoscritta da dieci tra reti e organizzazioni (incluso Forum Disuguaglianze Diversità) ha elaborato una serie di raccomandazioni per il bilancio 2028-2034, condivise con decisori politici italiani e a Bruxelles già questa primavera.
Ripristinare gli strumenti dedicati alla transizione giusta, blindare i target ambientali e sociali invece di renderli discrezionali, vincolare i fondi a obiettivi di lavoro e inclusione e garantire che regioni, enti locali e cittadini abbiano voce su come quelle risorse vengono spese. Più che un elenco di richieste tecniche, queste nostre raccomandazioni sono l’indicazione della direzione che il bilancio dovrebbe seguire per non perdere di vista l’obiettivo della transizione verde e giusta.
I prossimi mesi saranno determinanti perché dalle decisioni che verranno assunte dipenderanno non soltanto la distribuzione delle risorse europee, ma anche il peso che gli obiettivi ambientali, sociali e territoriali avranno nelle priorità dell’Europa dei prossimi anni.
Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash










