Un approfondimento dal quinto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
In un contesto europeo altalenante — in cui la Direttiva sulle Case Green sembrava delineare prospettive di edilizia accessibile e sostenibile, alimentando forti aspettative poi in parte disattese dalla recente risoluzione — si ripropone la consueta dinamica del passo avanti e dei due indietro. Tuttavia, alcuni meccanismi di funzionamento restano attivi: la Commissione europea ha infatti avviato una procedura di infrazione contro l’Italia (insieme ad altri 18 Paesi membri) per non aver presentato, entro la scadenza del 31 dicembre 2025, il piano nazionale di ristrutturazione degli edifici previsto dalla direttiva. La procedura d’infrazione non è solo una sanzione burocratica: è il grido d’allarme di un Paese che sta perdendo l’appuntamento con la modernità sociale, l’Italia rischia di restare intrappolata in un patrimonio edilizio vecchio, costoso e inefficiente, con circa metà degli edifici energeticamente scadenti e una quota molto alta costruita prima delle normative attuali riguardanti l’efficientamento energetico. Più dell’84% degli edifici è stato costruito prima del 1990 e circa il 70% prima degli anni ’80, cioè prima dell’introduzione di standard energetici significativi; di conseguenza, quasi l’80% degli immobili si colloca sotto la classe D e circa la metà rientra ancora nelle classi energetiche più basse. Questo agisce come un moltiplicatore di disuguaglianze.
Dobbiamo dircelo con chiarezza: l’efficienza energetica non è un tecnicismo urbanistico, ma una forma concreta di giustizia sociale. Oggi il disagio abitativo si manifesta con il volto nuovo della povertà energetica. Milioni di persone sono costrette a vivere in edifici che sono veri e propri “colabrodo” termici: gelidi d’inverno e surriscaldati d’estate, privi di resilienza climatica. Chi non può permettersi di climatizzare la propria casa non subisce solo un danno economico, ma vede compromessa la propria salute, la propria dignità e la propria libertà. In questo contesto, ogni euro investito nella riqualificazione è un euro investito in salute pubblica e sicurezza ambientale.
La sfida della rigenerazione urbana deve quindi andare oltre il semplice “cappotto termico”. Rigenerare significa immaginare città dove la sostenibilità non è un lusso per pochi, ma un diritto di cittadinanza. In questa visione, le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e il Terzo Settore diventano le leve più potenti per la trasformazione. Trasformare un condominio o un intero quartiere in un polo di produzione e condivisione di energia pulita significa abbattere le bollette, ma anche “ricucire” il tessuto sociale. Le città rigenerate non servono solo a risparmiare CO2; servono a ridare vita alle comunità, creando spazi di solidarietà dove gli anziani non siano isolati e i giovani non siano costretti a fuggire verso periferie impoverite.
L’Italia ha una necessità impellente di un Piano Nazionale sull’Abitare che unisca rigenerazione urbana e politiche sociali. Penso in particolare agli anziani: l’abitare sicuro e relazionale è la prima infrastruttura del “prendersi cura”. La proposta fatta dall’associazione Abitare Anziani di un programma per 200 mila nuovi alloggi assistiti e cohousing in dieci anni non è solo un atto di solidarietà, ma un investimento ad alto rendimento sociale: un euro destinato all’abitare assistito consente di risparmiarne due nella spesa sanitaria. Il diritto alla casa è il termometro della nostra democrazia. Se l’esclusione abitativa cresce, si spezza il patto sociale. L’Italia deve smettere di rincorrere le emergenze e iniziare a costruire il futuro, trasformando l’obbligo europeo delle “case green” in una grande operazione nazionale di dignità, bellezza e coesione sociale.










