Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Se nell’articolo precedente abbiamo visto come il lessico della cooperazione europea sia cambiato più velocemente della sostanza, qui guardiamo da vicino cosa sta succedendo dentro lo strumento che più di ogni altro incarna questa trasformazione: il Global Gateway.
Il nuovo ciclo della politica estera europea si giocherà attorno a uno strumento ormai centrale, di cui abbiamo già fatto menzione: il Global Gateway. La Commissione europea intende rafforzarne ulteriormente il ruolo, inserendolo nel nuovo programma Global Europe e destinando all’azione esterna risorse sensibilmente superiori rispetto al periodo precedente. Non si tratta semplicemente di un aumento di budget. La vera novità riguarda il modo in cui Bruxelles immagina la cooperazione internazionale.
Per oltre due decenni la politica europea di cooperazione allo sviluppo è stata formalmente fondata su un principio chiaro: la riduzione della povertà, affiancata dalla promozione dello sviluppo sostenibile, dei diritti umani, della buona governance e del multilateralismo, come previsto dai Trattati europei e dal Consenso europeo sullo sviluppo. Nella pratica, tuttavia, tali obiettivi hanno sempre convissuto con interessi politici ed economici dell’Unione, il cui peso sembra oggi aumentare. Pur mantenendo formalmente gli stessi obiettivi, la cooperazione europea sta progressivamente ampliando il proprio raggio d’azione. Accanto alla tradizionale finalità di promuovere lo sviluppo sostenibile, assume un peso crescente la capacità degli strumenti di cooperazione di contribuire anche agli interessi strategici dell’Unione. Il Global Gateway rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questa evoluzione.
È qui che emerge il vero cambio di paradigma. Il dibattito pubblico continua spesso a concentrarsi sulle risorse disponibili, ma la questione decisiva è un’altra: non stanno cambiando tanto i soldi, quanto la natura della cooperazione europea. L’aiuto allo sviluppo tende progressivamente a diventare uno degli strumenti attraverso cui l’Unione realizza la propria strategia geopolitica e geoeconomica.
Questa trasformazione trova riscontro anche nelle evidenze empiriche. Un recente studio del think tank Bruegel, basato sull’analisi degli aiuti europei tra il 2005 e il 2024, mostra che la lotta alla povertà continua a rappresentare il principale criterio di allocazione delle risorse. Tuttavia, accanto a questo obiettivo acquistano un peso crescente elementi quali la gestione dei flussi migratori, l’allineamento geopolitico e l’accesso alle materie prime critiche, mentre diminuisce l’importanza attribuita alla qualità democratica dei Paesi beneficiari. La cooperazione europea rimane quindi orientata allo sviluppo, ma è sempre più attraversata da considerazioni strategiche.
Questo dato aiuta anche a rivedere criticamente una delle narrazioni più diffuse attorno al Global Gateway: quella che lo descrive come la risposta europea alla Belt and Road Initiative, la strategia cinese per finanziare e costruire infrastrutture e reti commerciali internazionali, rafforzando connessioni economiche e influenza lungo corridoi terrestri e marittimi. L’idea di una competizione diretta tra Bruxelles e Pechino è ormai entrata nel linguaggio politico e mediatico. Eppure, la realtà appare più complessa.
Lo stesso studio di Bruegel evidenzia come la presenza cinese non rappresenti, almeno fino agli anni più recenti, un fattore determinante nella distribuzione degli aiuti europei. In altre parole, l’Unione non sembra destinare maggiori risorse semplicemente per contrastare l’influenza cinese nei Paesi partner. Piuttosto, utilizza la cooperazione per perseguire proprie priorità strategiche, che solo in parte si sovrappongono alla competizione con Pechino.
Questa precisazione è importante perché sposta il dibattito su un piano più utile. Global Gateway e Belt and Road non sono due strumenti destinati a escludersi a vicenda. Hanno modelli finanziari, governance e finalità differenti e possono persino convivere negli stessi contesti geografici. Continuare a leggerli esclusivamente come strumenti in competizione rischia di semplificare eccessivamente una realtà molto più articolata. È un tema che riprenderemo anche nell’intervista alla vicepresidente della Commissione Affari Esteri, Hana Jalloul, nella convinzione che il vero interrogativo non sia tanto come competere con la Cina, quanto quale modello di partenariato internazionale l’Europa intenda costruire.
Sarebbe ingenuo, certo, immaginare una politica di cooperazione completamente separata dagli interessi dell’Unione. In un contesto segnato dalla frammentazione geopolitica, dalla competizione tecnologica e dalla crescente domanda di materie prime critiche, è inevitabile che la politica estera europea tenga conto della propria sicurezza economica e della propria autonomia strategica. Il punto, però, è un altro. Fino a che punto la cooperazione allo sviluppo può essere orientata dagli interessi europei senza perdere la propria funzione originaria?
La domanda non è solo teorica. Se gli strumenti di cooperazione vengono progressivamente modellati sulla base delle priorità strategiche dell’Unione, il rischio è che le esigenze delle comunità locali, il rafforzamento delle istituzioni e la logica multilaterale passino in secondo piano. Non vengono abbandonati, ma cessano di costituire il criterio prevalente di allocazione delle risorse.
Per questo motivo appare sbagliato giudicare il Global Gateway come “buono” o “cattivo”. Il Global Gateway è uno strumento. E, come ogni strumento, non possiede un’identità autonoma. Saranno le scelte politiche dei prossimi anni a definirne il contenuto. Se diventerà prevalentemente il braccio finanziario della strategia geoeconomica europea oppure se riuscirà a mantenere quell’equilibrio tra interessi e valori che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dell’Unione.
È questa, più della competizione con la Cina o della dimensione del bilancio, la questione destinata a segnare il futuro della politica estera europea. Ed è anche, in fondo, la stessa domanda da cui siamo partiti: se il rischio è che gli interessi europei diventino il criterio prevalente, la risposta non può essere solo lessicale. Una governance del Global Gateway realmente condivisa con i paesi del Sud — come proposto nel pezzo precedente — è forse il banco di prova più concreto su cui misurare se l’equilibrio tra interessi e valori regge ancora, o se è già stato silenziosamente abbandonato.










