Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Dopo anni di relativo immobilismo, l’Unione europea ha impresso una forte accelerazione alla propria politica migratoria. Il 12 giugno è diventato pienamente applicabile il nuovo Patto UE su migrazione e asilo; il 17, il Parlamento europeo ha approvato la Return Regulation; lo stesso giorno, la Presidente della Commissione ha inviato ai capi di Stato e di governo dell’UE una lettera sullo stato della politica migratoria. Mentre scrivo (19 giugno), diciannove leader europei chiedono di accelerare ulteriormente l’esternalizzazione della gestione migratoria. Conviene procedere con ordine.
Il Return Regulation
Approvato con 418 voti a favore, il Return Regulation (Regolamento europeo sui rimpatri) sostituisce la Direttiva Rimpatri del 2008. Nella presentazione ufficiale della riforma, si sostiene che “le nuove norme intendono accelerare le procedure di rimpatrio, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non-refoulement” (European Parliament, 2026). Indubbiamente, l’introduzione di un ordine europeo di rimpatrio destinato a facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni tra Stati membri può contribuire a rendere i rimpatri più rapidi ed efficaci. Altrettanto innegabilmente, molti altri aspetti della riforma appaiono difficilmente conciliabili con i principi di umanità e solidarietà che ispirano il diritto internazionale ed il progetto europeo.
Tra gli aspetti più controversi spicca il significativo ampliamento dei Paesi verso cui una persona può essere rimpatriata, che ora includono Paesi di transito, Paesi considerati sicuri e Paesi terzi con i quali l’Unione europea o i singoli Stati membri abbiano concluso specifici accordi, per i quali non esiste attualmente una lista pubblica. Per comprendere la portata di questa novità, il 23 giugno funzionari europei e di quindici Stati membri hanno incontrato in maniera riservata a Bruxelles una delegazione talebana, nell’ambito di colloqui tecnici finalizzati ad accelerare i rimpatri verso l’Afghanistan, suscitando la dura reazione delle principali organizzazioni per i diritti umani. Giova inoltre ribadire che la lista dei Paesi considerati sicuri è stata recentemente ampliata a Paesi nei quali organizzazioni internazionali indipendenti continuano a documentare criticità significative in materia di diritti umani. Il regolamento prevede inoltre la possibilità di istituire i cosiddetti return hubs in Paesi terzi, destinati ad accogliere le persone in attesa del rimpatrio definitivo, nonostante i fondati timori che tali strutture non siano in grado di assicurare garanzie fondamentali, a partire dal rispetto del principio di non-refoulement. Significativamente, non sono stati accolti gli emendamenti volti a escludere i nuclei familiari con figli minorenni dall’ambito di applicazione di molte di queste misure.
Il nuovo regolamento prevede inoltre l’estensione della detenzione amministrativa fino a 24 mesi, con possibili ulteriori proroghe; la limitazione dell’effetto sospensivo automatico dei ricorsi; il rafforzamento degli obblighi di cooperazione imposti ai migranti, formulati in termini piuttosto generici.
La lettera della presidente della Commissione europea
La lettera che Ursula von der Leyen, ha inviato ai leader europei, rappresenta un chiaro sostegno all’impianto generale del nuovo Patto e della Return Regulation. Lo scritto meriterebbe un’analisi approfondita. Mi limito pochi punti.
La lettera si apre citando pressoché testualmente i dati diffusi da Frontex in concomitanza con l’entrata in applicazione del Patto, che registrano una riduzione di quasi il 40% degli ingressi irregolari nei primi cinque mesi del 2026. Tuttavia, viene omesso il passaggio altrettanto significativo del rapporto Frontex: “il numero complessivo degli arrivi irregolari continua a diminuire, ma il costo umano resta elevato. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio dell’anno quasi 1.300 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo”.
Tra gli esempi di cooperazione esterna valorizzati nella lettera figura la Libia, un Paese da anni al centro di documentate denunce per gravi violazioni dei diritti umani dei migranti. Il riferimento alla Libia offre un esempio concreto delle criticità che possono accompagnare la crescente centralità attribuita agli accordi con Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori.
Si legge che la Commissione intende prorogare la protezione temporanea accordata ai cittadini ucraini costretti a lasciare il proprio Paese a causa dell’invasione russa, una misura che considero senz’altro meritoria. Colpisce tuttavia che, nell’esprimere “profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto in Libano e per le sue pesanti conseguenze sulla popolazione civile”, il testo eviti qualsiasi riferimento alle responsabilità che ne sono all’origine e non lasci intravedere disponibilità ad analoghe forme di protezione per le popolazioni coinvolte.
Pur consapevole che questi temi esulano dalle mie specifiche competenze, non posso non rilevare il profondo disagio suscitato dall’intreccio sempre più evidente tra politiche di accoglienza e considerazioni di natura geopolitica.
La lettera dei diciannove leader europei
Ancora più esplicita è la lettera indirizzata ai vertici dell’Unione. Il documento rivendica la necessità di imprimere una forte accelerazione alle politiche di esternalizzazione della gestione migratoria, facendo pieno uso delle nuove possibilità offerte dal Patto e dalla Return Regulation. I firmatari indicano l’accordo Italia-Albania come un esempio da replicare e sostengono la creazione di centri e hub in Paesi terzi, ritenuti strumenti essenziali per aumentare i rimpatri e ridurre gli ingressi irregolari. La lettera rappresenta probabilmente la più chiara manifestazione politica, ad oggi, di una maggioranza di governi europei favorevole a spostare una parte crescente della gestione dei flussi migratori al di fuori del territorio dell’Unione.
Sull’efficacia e l’efficienza del nuovo impianto normativo mi riservo di tornare in futuro. Per ora, appare chiara la distanza di questa traiettoria dal progetto europeo originario, fondato sulla solidarietà, sulla tutela della persona e sulla cooperazione tra i popoli: un progetto nato per superare le frontiere, non per proiettarle oltre i propri confini.
Foto di Julie Ricard su Unsplash










