Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
L’Europa opera in un mondo che è mutato in profondità. Se reagisce al cambiamento solo richiudendosi e concentrandosi esclusivamente su difesa e competitività interna, e se trascura le proprie molteplici interdipendenze con il resto del mondo non è destinata a diventare più forte, ma più vulnerabile e meno rilevante. Nessuna delle sfide che deve affrontare – per esempio in tema di materie prime critiche e sicurezza delle catene industriali, cambiamento climatico, governance dell’intelligenza artificiale, gestione delle migrazioni, pace e stabilità finanziaria globale – è gestibile senza alleanze. Il problema è che, da un lato, le alleanze costruite dopo il 1945 si dissolvono progressivamente; dall’altro, il Sud globale diviene sempre più centrale in questa equazione, ma la sua alleanza all’Europa non può essere data per scontata.
I paesi di Africa, America Latina e Asia non aspettano di essere integrati in un ordine disegnato da altri: chiedono un ruolo attivo nel ridisegnarlo, diversificano le proprie alleanze, cercano di costruire meccanismi di governance regionale, rifiutano una relazione in cui le priorità europee vengono presentate come agende condivise. È l’effetto di uno spostamento strutturale che l’Europa tarda a riconoscere. Nella sua forma attuale, la cooperazione fatica ancora a superare la logica donatore-beneficiario, pur essendo stata formalmente abbandonata. Le priorità e i progetti continuano infatti a essere definiti prevalentemente in Europa, mentre il successo viene misurato più in termini di flussi finanziari erogati che di effettiva trasformazione strutturale. Mentre molti tagliano — lo smantellamento di USAID e le riduzioni di diversi paesi europei ne sono la prova più recente — il rischio non è solo che la cooperazione si restringa, ma che scompaia come progetto politico prima ancora di essersi rinnovata.
Su questo sfondo si è creata, tra maggio e giugno 2026, qualcosa che potrebbe far pensare ad una sequenza politica. Una serie di appuntamenti si sono succeduti a stretta distanza. Solo per citarne alcuni: la conferenza DAC/OCSE a Parigi, la Global Partnerships Conference di Londra, i lavori della Future Development Cooperation Coalition, l’incontro del Club de Madrid sui beni pubblici globali, le dichiarazioni del G7 sulle “mutually beneficial partnerships”. Per quanto diversi per formato e sede hanno dato almeno l’impressione di convergere su un’unica diagnosi. L’architettura tradizionale dell’aiuto è sotto pressione, le risorse pubbliche calano strutturalmente, mentre la domanda di sviluppo, clima, tecnologia, sicurezza e beni pubblici globali continua a crescere. A questa sequenza si aggiungono, sul versante europeo, la posizione del Parlamento sul Global Gateway — che ne denuncia l’approccio dall’alto verso il basso e chiede un modello più partecipativo — e il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, entrato nella sua fase più calda.
Colpisce, a guardare l’insieme, quanto la diagnosi sia ormai condivisa e quanto una sorta di nuovo “dizionario” della cooperazione si stia affermando e sia presente quasi ovunque. Partnership, sviluppo guidato dai partners, beneficio reciproco, co-governance si sostituiscono progressivamente a parole come aiuto, condizionalità, graduazione. Se questi fossero segni di cambiamento progressivo nella rappresentazione stessa della cooperazione ci si potrebbe solo rallegrare. Eppure, a fronte di un consenso diagnostico e di lessico, gli atti restano timidi. La lista dei progetti faro del Global Gateway per il 2026 non introduce nulla di nuovo, limitandosi a consolidare il portafoglio esistente. Gli emendamenti parlamentari intervengono su un impianto che resta saldamente governato da Bruxelles. Le dichiarazioni G7 enunciano principi senza vincoli operativi. È lo iato che continuiamo a registrare: tra parole sempre più simili tra loro e scelte che restano parziali, rinviate al prossimo negoziato, alla prossima conferenza. Un consenso generico non è una strategia. Se l’Europa vuole davvero trasformare i propri strumenti — a partire dal Global Gateway — in una piattaforma di partenariato solido con il Sud globale, il 2026 è il banco di prova in cui le diagnosi condivise dovranno finalmente misurarsi con le cifre di bilancio e con la governance reale della cooperazione.
Le piste non mancano. A iniziare da una decisione concreta, già suggerita qui: andare oltre la semplice consultazione con i paesi del Sud, e affidare la governance del Global Gateway ad una piattaforma a cui partecipano sia paesi europei che paesi del Sud con un ruolo forte nella definizione dell’agenda, nella governance, nelle decisioni di finanziamento e nella valutazione dei progetti. Un successo non più misurato dai flussi finanziari mobilitati o progetti realizzati, ma dall’impatto reale, concentrato su un numero limitato di esiti strategici condivisi: riduzione delle disuguaglianze, occupazione di qualità, sviluppo delle PMI, formazione di capitale umano, trasferimento tecnologico, trasformazione produttiva e sostenibilità ambientale.
Foto di Kelly Sikkema su Unsplash










