Un approfondimento dal settimo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato al 13 Ottobre 2026.
Sono trascorse solo poche settimane dallo sconfinamento di massa di fine luglio a Ceuta, ripreso in tempo reale dai media di tutta Europa (e non solo), che è già stato oggetto in più occasioni di prese di posizione sia del Parlamento europeo (vedi risoluzione del 17 settembre), che della Commissione (vedi il piano in 5 punti per prevenire il ripetersi di questi “incidenti”). Per contribuire infine, insieme ad altri fatti, alla fine anticipata della legislatura in Spagna.
Cosa trarre da questo accavallarsi di testi?
Che, nonostante la forte riduzione dell’immigrazione irregolare e persino delle domande di asilo, come certificato dalle agenzie europee, l’UE continua a considerare i flussi migratori come una minaccia esistenziale e le regolarizzazioni come un “pull” factor che impedirebbe una politica migratoria “regolare”. Politiche che a 17 anni dal trattato Lisbona l’UE continua a rifiutarsi di inquadrare legislativamente ai sensi dell’art. 79 del TFUE.
Ceuta è stata vista come un attacco “ibrido” alla UE (anche se non si sa ancora da parte di chi) che giustificherebbe misure eccezionali di difesa tra le quali non solo l’estensione dei termini per l’esame di eventuali domande di asilo (come previsto dal Regolamento UE in materia di Crisi e situazioni di forza maggiore) ma, anche la chiusura delle frontiere e la sospensione dell’esame delle domande di asilo.
Dato e non concesso che l’UE e la Spagna in particolare siano state vittima di un attacco ibrido la risposta dovrebbe essere quella di farsi rispettare dagli autori della minaccia e non infierire sui migranti.Evidentemente le nostre autorità europee preferiscono essere forti con i deboli e deboli coi forti (USA e Israele docent).
Da notare che, confrontata alle proteste di diversi Stati membri, la Commissione non ha preso chiaramente posizione salvo ribadire l’impegno prioritario a proteggere le frontiere da una “invasione” prontamente controllata dal Governo spagnolo. Come già avvenuto in precedenza, la Commissione ha posto l’enfasi su un rafforzamento del ruolo delle agenzie europee quasi che queste dovessero prendere decisioni che spettavano invece alle autorità politiche e giungendo a prefigurare anche funzioni che ben poco hanno a che fare con il mandato istitutivo di FRONTEX e di EUROPOL (mentre l’Agenzia per l’Asilo già poco efficiente viene praticamente ignorata).
Tanto attivismo fa però sorgere il sospetto che il problema non sia tanto legislativo, organizzativo e finanziario quanto, soprattutto, politico e che si volesse rimettere al suo posto il primo ministro spagnolo Sanchez, rimasto praticamente solo nel resistere alle minacce di Trump o nel denunciare le malefatte del governo israeliano.
Non si spiegherebbe diversamente il fatto che ben 22 capi di stato e di governo del Consiglio europeo già il giorno dopo l’emergere della crisi abbiano scritto una lettera nella quale si faceva riferimento all’iniziativa spagnola dei mesi precedenti di regolarizzare molti dei migranti presenti sul territorio. A questa iniziativa si aggiunga anche quella piuttosto grottesca e vessatoria del governo italiano di ripristinare i controlli alle frontiere interne dello spazio Schengen nei confronti della Spagna (nonostante Ceuta non faccia parte dello spazio Schengen).
Opportunamente, a mio parere, la Spagna ha considerato queste iniziative come ingiustificate e ha reagito con una sorta di ritorsione nei confronti dell’Italia. Ora la strada più corretta sarebbe stata di attivare la Commissione come “guardiana dei trattati” (e, tra l’altro, del buon funzionamento del Codice Schengen) come ha denunciato recentemente una nutrita serie di politici, accademici e membri della società civile (vedi il testo della più che argomentata denuncia :#DontTouchMySchengen).
Di più, la Spagna avrebbe potuto impugnare direttamente davanti alla Corte i provvedimenti del governo italiano richiamando la giurisprudenza della Corte secondo la quale “..il principio di solidarietà comporta dei diritti e degli obblighi sia per l’Unione che per gli Stati membri, tenendo presente che sull’Unione grava un obbligo di solidarietà nei confronti degli Stati membri e che questi ultimi hanno un obbligo di solidarietà tra di essi e nei confronti dell’interesse comune dell’Unione e delle politiche condotte da quest’ultima”.
Secondo il Trattato il principio di solidarietà non è quindi astratto ma giuridico vincolante che si impone alle istituzioni e agli Stati membri. Ora questi dichiarano un giorno sì e l’altro pure che il rispetto della rule of law è fra le condizioni da rispettare non solo quando si è candidati, ma non anche da Stati membri. Il fatto è che se ne dimenticano quando è in gioco la messa in opera di una politica migratoria che dovrebbe essere fair con i cittadini dei paesi terzi, oppure che tentano di ridurre i propri obblighi e la stessa autonomia dei giudici come affermato nella dichiarazione di Chișinău del 15 maggio 2026, che ha provato a “mettere in riga” i giudici di Strasburgo con la non troppo velata accusa di limitare l’autonomia politica dei governi.
Mi sbaglierò, ma dopo i fatti di Ceuta e l’approvazione del regolamento sulle espulsioni, simili messaggi verranno inviati anche ai giudici di Lussemburgo che, spero, sapranno resistervi.
Foto di Krzysztof Hepner su Unsplash










