Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato al 13 Ottobre 2026.
Il sistema di istituzioni multilaterali nato dopo la Seconda guerra mondiale è in crisi. L’aumento delle disuguaglianze e l’insicurezza sociale prodotte da decenni di trasformazioni economiche e di arretramento rispetto alle protezioni collettive hanno alimentato un diffuso malessere. In questo contesto, in assenza di alternative politiche convincenti e ben organizzate, si sono rafforzate ideologie nazionaliste e ossessioni identitarie, usate strumentalmente per nascondere le ragioni delle crescenti iniquità e indirizzare verso presunti nemici esterni il malcontento popolare.
L’Europa e la sfida della sovranità condivisa
L’Unione Europea non riesce ancora a trovare un suo ruolo, diverso da quello esercitato finora all’ombra dell’egemonia degli Stati Uniti. L’UE non appare in grado di colmare le mancanze generate dalla torsione autoritaria ed egocentrica dell’amministrazione statunitense, per proporre al resto del mondo una strada alternativa, coerente con i valori di democrazia e pace che ispirarono la nascita del progetto europeo. Si tratta in primo luogo di un problema generato dai limiti dell’integrazione realizzata finora, che ha lasciato ai governi nazionali le competenze di politica estera, senza creare nemmeno un credibile meccanismo di coordinamento. A questo si aggiungono le tendenze nazionaliste presenti in quasi tutti i paesi europei, che tarpano le ali a qualsiasi ambizione di rafforzamento delle istituzioni comuni.
D’altro canto, anche nelle classi dirigenti europee sembra emergere la consapevolezza che i problemi enormi fronteggiati dalla comunità internazionale richiedono un grado maggiore di condivisione della sovranità tra i paesi. Per questo, anche senza attendere le riforme dei trattati necessarie per completare in senso federale il progetto europeo, si deve cercare di usare tutti i margini offerti dall’attuale assetto istituzionale per perseguire un’agenda politica orientata verso la cooperazione internazionale, con particolare attenzione ai paesi del Sud globale.
Il commercio come leva della politica europea
Tra le poche aree in cui i trattati europei prevedono una competenza esclusiva delle istituzioni comuni c’è la politica commerciale esterna, definita come l’insieme di regole che influiscono sugli scambi con il resto del mondo, nel contesto del sistema multilaterale amministrato dall’Organizzazione mondiale del commercio.
L’importanza di questa politica è stata messa in grande evidenza dalla svolta protezionistica degli Stati Uniti, che hanno scatenato l’anno scorso una guerra commerciale disordinata, cercando di usare il potere derivante dalle dimensioni economiche del loro mercato interno per imporre ad altri paesi, e in particolare alla Cina, misure più favorevoli ai propri presunti interessi strategici. L’UE si è sottratta alla tentazione di rispondere immediatamente con ritorsioni commerciali che sarebbero state autolesionistiche, ma ha accettato un accordo di compromesso, che prevede anche un impegno politico – di difficile realizzazione – ad acquistare notevoli quantità di prodotti statunitensi.
In parallelo, l’UE ha rafforzato la sua rete di relazioni commerciali preferenziali con i paesi terzi. Negli ultimi due anni ha concluso (o rinnovato sostanzialmente) accordi di partenariato con Australia, Canada, Cile, India, Indonesia, Mercosur, Messico e Svizzera. In misura crescente, questi accordi combinano misure di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti reciproci con regole di tutela dell’ambiente e dei diritti del lavoro.
Con il Sud globale, oltre la logica degli aiuti
I processi politici che conducono alla firma e alla ratifica di questi accordi sono complessi, ostacolati dalle resistenze protezionistiche presenti in tutti i paesi coinvolti. Nei rapporti con il Sud globale, l’UE continua inoltre a scontare il peso del suo passato coloniale, a cui si associa in alcuni paesi partner il timore che le nuove regole previste negli accordi possano rappresentare un’indebita imposizione di standard ambientali e sociali non adeguati alle caratteristiche di tali paesi.
Tuttavia, proprio i negoziati per questi accordi di partenariato offrono invece un terreno adatto a cercare di realizzare una nuova visione della cooperazione internazionale, che superi la logica tradizionale degli “aiuti allo sviluppo”. Si tratta di costruire rapporti paritari tra i partecipanti, che consentano di definire insieme obiettivi e strumenti delle politiche per lo sviluppo. Rafforzare ulteriormente ed estendere la rete degli accordi di partenariato dell’UE potrebbe essere un modo per caratterizzare le sue relazioni esterne in una direzione diversa da quella voluta dagli Stati Uniti, costruendo un argine alle loro pretese egemoniche.
Riformare il multilateralismo commerciale
Per superare la paralisi attuale e sottrarsi al rischio dell’irrilevanza, l’UE potrebbe inoltre farsi promotrice di un insieme di accordi non preferenziali, aperti alla partecipazione di tutti i paesi interessati (i cosiddetti “accordi plurilaterali”), che prevedano un nuovo meccanismo di risoluzione delle controversie, posto al riparo dal veto di singoli paesi, e regole condivise su questioni di interesse generale, come gli scambi digitali e le relazioni tra commercio e ambiente.
È in questo dialogo con il Sud globale che l’UE può ritrovare il senso profondo del suo progetto di integrazione, cercando di contribuire a costruire un futuro di pace nel quale condividere con l’intera comunità internazionale la ricerca di soluzioni ai problemi che gravano sulle generazioni future.
Foto di Masood Aslami su Unsplash










