Un approfondimento dal settimo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato al 13 Ottobre 2026.
C’è un principio forse poco conosciuto, ma che ha un forte impatto sul modo in cui vengono spesi i finanziamenti provenienti dall’Unione europea: quello del “non arrecare danno significativo“, conosciuto anche con la sigla inglese Do No Significant Harm, o DNSH. Il principio alla base è abbastanza semplice: i fondi pubblici dell’UE non possono finanziare attività che danneggiano l’ambiente in modo significativo. Questa è quindi la condizione ambientale che un investimento deve rispettare per poter ricevere denaro europeo. Eppure, oggi è uno dei punti più discussi del negoziato sul nuovo bilancio, quello che partirà nel 2028 e resterà in vigore fino al 2034. A esprimersi per una revisione della sua applicazione è stata proprio l’Italia, che si è mossa quest’estate per indebolirlo.
Che cos’è il DNSH
Il principio viene introdotto nel 2020 con il regolamento europeo sulla tassonomia delle attività sostenibili e diventa vincolante nel 2021 come condizione necessaria per accedere ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Da allora si è esteso ad altri fondi europei, come il Fondo sociale per il clima e i fondi di coesione, ma con linee guida diverse tra loro, che hanno creato un sistema frammentato e difficile per chi deve applicarlo.
Per il bilancio 2028-2034 la Commissione europea ha proposto di fare del DNSH un principio orizzontale, da applicare cioè a tutti i fondi del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP). Nonostante alcune critiche rivolte alle sue modalità di applicazione, resta la principale salvaguardia ambientale dell’intero bilancio.
Per chiarire come il principio dovrà essere applicato, lo scorso 15 luglio la Commissione ha pubblicato un concept paper. La proposta prevede un unico set di criteri valido per tutti i fondi, con una novità importante: il controllo non verrà fatto su ogni spesa. La Commissione, quindi, definirà in anticipo un elenco di attività considerate potenzialmente dannose, e solo queste dovranno superare il test del DNSH per poter essere finanziate. Le attività non incluse nell’elenco saranno invece considerate automaticamente conformi e, quindi, finanziabili. Il rischio, quindi, si sposta sulla qualità di quell’elenco, che però sarà ultimato insieme alle linee guida finali all’inizio del 2027.
La critica del Governo, e la lettera della società civile
È proprio l’estensione a tutti i fondi a essere finita nel mirino del Governo italiano, che l’ha criticata sostenendo che potrebbe impedire automaticamente intere categorie di investimenti e frenare la competitività industriale, come per esempio infrastrutture energetiche o di trasporto ad alta intensità di carbonio, con riferimento esplicito al confronto con Stati Uniti e Cina.
Questo timore, però, è in buona parte ridimensionato dalla stessa proposta della Commissione. Qui serve una precisazione: il principio è “orizzontale” perché vale per tutti i fondi, ma il controllo non scatta su ogni spesa, si applica soltanto alle attività incluse nell’elenco predefinito. Il suo raggio d’azione è quindi molto più ristretto di quanto la critica lasci intendere, e un blocco generalizzato degli investimenti non trova riscontro nella proposta europea.
Indebolirlo, piuttosto, sarebbe una scorciatoia: permetterebbe di spendere più in fretta oggi, rinunciando al filtro che evita di finanziare interventi che domani andrebbero rifatti. Nonostante questo, l’Italia ne ha fatto una delle sue principali battaglie nel negoziato. Il rischio, in sostanza, sarebbe quello di privilegiare la velocità della spesa nel breve periodo.
Per rispondere a questa posizione, a luglio tredici organizzazioni della società civile, tra cui anche MIRA Network, hanno scelto di schierarsi a difesa del principio, inviando una lettera al Governo. Le ragioni principali sono due.
La prima è semplice: il DNSH, insieme al target del 35% di spesa per il clima e l’ambiente, è la principale salvaguardia ambientale trasversale a tutti i fondi del bilancio. Svuotarlo significherebbe privare il prossimo QFP del solo strumento che impedisce a risorse comuni di finanziare attività dannose per l’ambiente, proprio quando quelle garanzie andrebbero rafforzate.
La seconda riguarda la competitività, proprio la parola usata dal Governo. Decarbonizzazione e competitività non sono in contrapposizione, come ricorda lo stesso rapporto Draghi: finanziare con denaro pubblico infrastrutture ad alta intensità di carbonio espone imprese e territori italiani al rischio di ritrovarsi, tra vent’anni, con impianti obsoleti da riconvertire a proprie spese, proprio mentre i concorrenti globali accelerano sulla transizione. Il DNSH non blocca la spesa, al contrario, la indirizza meglio. Indebolirlo peggiorerebbe solo il modo in cui sono spesi i fondi europei.
Nella lettera si segnala anche un problema: la proposta della Commissione non è di per sé una garanzia. Se un’attività dannosa non compare nella lista, non viene esaminata, ma considerata conforme in automatico, senza alcuna verifica. Questo elenco unico e predefinito è una novità del prossimo bilancio, perché oggi il DNSH si applica con criteri distinti fondo per fondo. Come sopra detto, però, l’elenco finale non è ancora stato scritto: il concept paper ne fissa solo il metodo, mentre l’elenco vero e proprio arriverà con le linee guida nei prossimi mesi. Si può quindi ancora incidere sulla qualità: la presunzione di conformità è accettabile solo se la lista è costruita su basi tecniche solide, copre i settori a maggiore impatto ed è aggiornabile nel tempo. Altrimenti le attività dannose che restano fuori dall’elenco verranno finanziate comunque, senza alcun controllo.
Cosa succede nei prossimi mesi, e cosa possiamo fare
Al momento il negoziato è in una fase avanzata e dovrebbe chiudersi entro la fine dell’anno, mentre le linee guida definitive sull’applicazione del DNSH sono attese entro gennaio 2027. Quindi, nelle prossime settimane si definiscono due cpse che contano: la posizione italiana in Consiglio e la lista di attività su cui la Commissione applicherà il principio.
Chiedere al Governo di difendere il DNSH, invece di indebolirlo, e vigilare perché quella lista sia seria è il modo per non lasciare che a decidere siano solo i tavoli tecnici. Nella lettera, la società civile ha avanzato richieste concrete: mantenere il principio come clausola orizzontale; non introdurre ulteriori esenzioni; trasmettere a Bruxelles, prima della chiusura della consultazione, un contributo tecnico elaborato con Regioni e autorità di gestione, così da garantire una maggiore partecipazione. La lettera è stata inviata alla Presidenza del Consiglio, ai ministeri competenti e ai parlamentari, ma il confronto è ancora aperto: dalle scelte che verranno prese dipenderà la capacità dei fondi comuni europei di continuare a sostenere una transizione realmente verde, senza finanziare interventi che danneggiano l’ambiente.
Foto di Ella Ivanescu su Unsplash










