Chiara Saraceno

“Servono politiche integrate per aumentare la forza economica delle donne”

Intervista a Chiara Saraceno*.

 

Tassi di occupazione ancora sotto il 50%, asili nido che non coprono il fabbisogno delle famiglie, disuguaglianze tra donne e divari tra territori. La fotografia di un paese che cambia ancora troppo lentamente.

SV: Professoressa Saraceno, i dati ISTAT del secondo trimestre 2017, registrano un tasso di occupazione delle donne tra 15 e 64 anni del 49,1%, registrando così un lieve aumento dello 0,6 in un anno. Tuttavia la situazione occupazionale delle donne nel nostro paese è tra le peggiori dell’Unione europea.

Chiara Saraceno: Difatti occorre stare attenti, questi aumenti registrati sono minimi e siamo comunque sempre sotto il 50%. E inoltre da questi dati non si capisce se ci sono nuovi lavoratori e quindi nuovi posti di lavoro, o semplicemente si registra l’aumento di ultra cinquantenni rimaste nel mondo del lavoro perché è cambiato il sistema pensionistico.

SV: Inoltre, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è molto legata ai carichi familiari. Sempre nel secondo trimestre 2017, il tasso di occupazione delle 25-49enni è l’81,1% per le donne che vivono da sole, il 70,8% per quelle che vivono in coppia senza figli, e il 56,4% per le madri. Se guardiamo ai programmi di quelli che sono considerati i due vincitori delle elezioni, rispetto al sostegno alle famiglie, i 5 stelle dichiarano di voler destinare 17 miliardi a rimborsi per asili nido, pannolini e baby sitter, e a misure come l’iva agevolata per prodotti neonatali, per l’infanzia e per la terza età. La Lega parla di sostegno alla natalità, asili nido gratuiti e assegni familiari più consistenti in proporzione al numero dei figli. Sono proposte che hanno senso?

Chiara Saraceno: La cosa positiva è che tutti i partiti in questa tornata elettorale hanno coniugato l’aiuto alla famiglia con l’aiuto all’occupazione femminile, che non è così scontato in Italia. Persino Fratelli d’Italia, il partito più di destra, focalizzato sull’incremento demografico, non dice che le donne devono stare a casa ma che bisogna aiutarle a stare nel mercato del lavoro. Questa è una cosa positiva, e menomale che nel 2018 ci siamo arrivati. Non era così ovvio che tutti fossero d’accordo sul fatto che, se vogliamo che le donne stiano nel mercato del lavoro e, se ne hanno voglia fare anche un figlio, occorre dare loro più servizi. In realtà però se si vanno a vedere bene, in tutte queste proposte si parla molto di gratuità e di bonus ma molto meno di creazione di nuovi servizi. Perché se io prendo un bonus ma non ho i servizi, al massimo prendo la baby-sitter e in quel caso il bonus deve essere consistente per poterla pagare. Questo poi non risolve l’altro problema, che nessuno dei partiti nomina, ovvero il fatto che i servizi per l’infanzia sono servizi educativi, non solo di conciliazione. Dovrebbero favorire le pari opportunità tra bambini, in particolare nelle zone dove poche donne lavorano, come al Sud per esempio. In ogni caso, trovo positivo, oltre che sorprendente che non ci sia differenza tra le forze politiche almeno su questo punto cioè sul fatto che bisogna sostenere le mamme che lavorano. Ricordiamo che una donna occupata ogni quattro continua a uscire dal mercato del lavoro per motivi famigliari: perché non ce la fa a conciliare, perché mancano i servizi, ma anche perché gli orari di lavoro sono spesso incompatibili e inflessibili, o perché al ritorno dalla maternità sono demansionate o emarginate. I dati dell’ispettorato del lavoro, del 2016, registrano che il 75% delle uscite formalmente volontarie sono di mamme. Infine, non dimentichiamo che c’è un problema di domanda di lavoro. Riguarda anche gli uomini, ma è particolarmente cruciale per le donne, soprattutto nel Mezzogiorno. Ampliare l’offerta di servizi amplierebbe anche la domanda di lavoro in questo settore. Ad esempio, se arrivassimo all’obiettivo di Barcellona (il Consiglio Europeo di Barcellona del 2002 fissò per ogni stato membro l’obiettivo di offrire, entro il 2010, servizi all’infanzia ad almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai tre anni, ndr) si creerebbero molti posti di lavoro, in particolare per le donne, che a loro volta aumenterebbero la base della fiscalità generale.**

 

Aggiungo che sono contenta che ci si preoccupi delle donne con figli piccoli. Ma i figli continuano ad avere bisogno di tempo e cura anche dopo i 3 anni. La maggioranza delle scuole elementari e medie funziona a mezza giornata. Questo non ci interessa? Non tutti i bambini hanno nonni disponibili, non tutti hanno la possibilità di svolgere altre attività dopo la scuola, quindi quando sono a casa, alcuni non hanno nulla e questo pone un problema di pari opportunità tra bambini. Per non parlare dei problemi di cura degli adulti e anziani: c’è pochissimo nei programmi politici sulle misure di sostegno per le persone non autosufficienti, che sono per lo più affidate alla cura familiare. Dovremmo avere una visione sull’intero ciclo di vita quando pensiamo alle politiche sociali.

 

Infine, avere un’occupazione decente è cruciale per l’autonomia delle donne. Ha anche un effetto protettivo dalla povertà per le loro famiglie, i loro figli. Una delle cause dell’incidenza elevata della povertà minorile nel nostro paese, e della povertà nelle famiglie in cui pure c’è un lavoratore, accanto ai bassi salari di alcune occupazioni, è l’elevata incidenza di famiglie mono-percettore di reddito, dovuta al basso tasso di occupazione femminile. Il che spiega anche in larga misura la forte concentrazione di povertà nel mezzogiorno. La maggioranza dei minori in povertà vive in famiglie in cui c’è almeno un occupato, soprattutto se hanno fratelli e sorelle: perché un solo reddito da lavoro modesto non è sufficiente a fronte della numerosità della famiglia. Viceversa, l’incidenza della povertà si dimezza (nel caso della povertà assoluta) quando gli occupati sono due. La prima protezione contro la povertà minorile è dunque avere la mamma che lavora.

Forum Disuguaglianze Diversità
Il caso di Roma: le donne costituiscono la maggior parte della popolazione laureata della capitale ma la loro partecipazione al mercato del lavoro è ancora inferiore a quella degli uomini e questa differenza è maggiormente marcata nelle zone periferiche della città. Fonte: Mapparoma

SV: Le donne del Movimento Non Una Di Meno hanno indetto per questo 8 marzo uno sciopero produttivo e riproduttivo, che guarda anche a proteste analoghe in altri paesi. Può essere funzionale un’iniziativa di questo tipo a rendere pubblicamente evidente il contributo delle donne nella società?

Chiara Saraceno: Questo tipo di sciopero ha una carica simbolica. Confesso che ho molta più simpatia per un’iniziativa di questo genere che non per l’idea della “Festa della donna”, dato che non c’è nulla da celebrare. Sono d’accordo con un’iniziativa di protesta che in qualche modo si riconnette agli albori, dato che il movimento femminista negli anni ’70 è nato con uno sciopero delle donne. Il far vedere quanto una società farebbe fatica a funzionare, mostrando l’apporto femminile sul versante domestico e nel mondo produttivo, ha un forte valore simbolico la cui forza dipenderà dal livello di adesione delle donne e solo di loro. Temo, tuttavia, che il fatto che si siano accodate a questo sciopero, per solidarietà o in modo puramente strumentale, alcune sigle sindacali proclamando lo sciopero generale farà cancellare quella carica simbolica, quella visibilità che si voleva promuovere, annegata nel blocco di servizi da parte di tutti, uomini e donne, per qualsiasi ragione.

SV: Poiché le sue idee sono state molto dibattute e hanno offerto spunti alle donne del movimento femminista, vorrei chiederle se, dal suo punto di vista, si registra tra le italiane, giovani e meno giovani, una crescente consapevolezza dei loro diritti, del loro posto nella società.

Chiara Saraceno: C’è carsicamente questo movimento che ogni tanto viene fuori, ma ahimè spesso ci si divide ancora prima di unirsi, e prevale la voglia di prendere le distanze tra le posizioni. La critica maggiore che io faccio al movimento in Italia è il fatto che negli ultimi anni ci si è mobilitate moltissimo attorno ai temi della violenza, che è un fatto gravissimo che non sottovaluto affatto. Molto meno attorno ad altri temi. Rilevo positivamente che Non Una di Meno parli della forza economica delle donne, perché questo manca in un contesto come quello italiano, dove negli ultimi anni si sono fatti anche passi indietro, con l’illusione da parte delle più giovani che bastasse il merito, che in realtà non basta neanche per gli uomini. Bisogna rompere alcuni meccanismi: dalla divisione del lavoro in famiglia al modo in cui è organizzato il lavoro. Aggiungo un altro fenomeno di cui si parla troppo poco, che è il fatto che la disuguaglianza tra donne sta crescendo e quindi riuscire a fare un’agenda che componga interessi molto diversi è importante, altrimenti rischiamo di adagiarci o di rafforzare i meccanismi che vogliamo rompere. Non siamo mai state tutte uguagli, tuttavia in larga misura prima la disuguaglianza era prevalentemente legata alla famiglia da cui provenivamo e agli uomini che sposavamo. Oggi che più donne studiano, più donne stanno nel mercato del lavoro, l’istruzione sta facendo una grandissima differenza tra donne. Una donna più istruita si accompagna a qualcuno con le sue stesse caratteristiche e lo stesso vale per chi ha poco lavoro e poco reddito: questo significa appartenere a mondi diversissimi e avere anche strumenti diversi di conciliazione. Se si tagliano i servizi è dura per tutti, ma c’è che riesce a cavarsela e chi no. A questa disuguaglianza si sovrappone anche quella di collocazione geografica, dei diversi mercati del lavoro e welfare territoriali.

SV: Quanto impattano sull’occupazione femminile i bassi numeri di studentesse iscritte ai corsi di laurea di area scientifica e quanto c’entrano gli stereotipi culturali?

Chiara Saraceno: E’ un problema, perchè è ancora vero che c’è una segregazione nelle qualifiche che si ottengono, legata al persistere di modelli di genere. Non dico che tutti devono diventare ingegneri né che l’istruzione sia fatta soltanto per accedere al mercato del lavoro, ma le percentuali di immatricolati nelle varie facoltà denotano un problema. Dunque o pensiamo che le donne non sono fatte per la matematica, oppure forse i modelli di socializzazione, di rinforzo o di mancato rinforzo in famiglia o a scuola fanno sì che le ragazze non sviluppino la curiosità e le competenze in quegli ambiti. Viene fuori anche dai dati PISA sulle competenze cognitive che mostrano come le ragazze abbiano punteggi più alti dei loro coetanei nelle competenze linguistiche di comprensione dei testi, e più basse nelle competenze logiche-matematiche. Può essere che insegnanti e genitori non se ne preoccupano, perché pensano che certe professioni comunque non sono adatte alle donne. Bisogna in ogni caso impegnarsi a contrastare questo fenomeno, nel modo in cui si insegna, negli incoraggiamenti e scoraggiamenti che si mettono in atto. Alcuni atenei e facoltà scientifiche hanno anche sviluppato azioni positive, incentivando le ragazze ad iscriversi. Ma i dati sullo sviluppo delle competenze suggeriscono che forse è già tardi a quell’età e occorre iniziare prima.

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“L’Italia è risultata il terzo paese con le differenze di genere più elevate dopo Libano e Austria. I ragazzi hanno superato le ragazze di 20 punti (500 vs 480) – a livello internazionale la differenza è di 8 punti a favore dei ragazzi L’Italia è inoltre, la variazione di punteggio nel gruppo dei maschi è risultata maggiore rispetto al gruppo delle femmine. Confrontando l’andamento della distribuzione dei punteggi tra i due gruppi di studenti, è emerso che, ad esclusione della fascia più bassa di punteggio (5° percentile), i ragazzi hanno superato le ragazze in tutte le altre fasce, con una differenza minima di 14 punti al 10° percentile e una differenza massima di 27 punti al 95° percentile.”
Fonte: Indagine Ocse Pisa 2015 “I Risultati Degli Studenti Italiani In Scienze, Matematica E Lettura”

SV: Anche la politica sembra un terreno difficile per le donne. Ancora una volta i due leader dei partiti che hanno ricevuto più consensi tra gli elettori, Di Maio e Salvini, sono due uomini. Non c’è ancora spazio per una leadership politica femminile?

Chiara Saraceno: Intanto questa volta, a causa della pessima legge elettorale, i partiti hanno fatto i furbetti con l’alternanza uomo-donna. Hanno candidato meno donne nei collegi uninominali e spesso in quelli meno sicuri. Allo stesso tempo, le poche donne che hanno candidato nell’uninominale le hanno candidate come capolista anche in più di un collegio nel proporzionale, in modo che, in nome del principio dell’alternanza, se venivano elette nell’uninominale, automaticamente facevano posto all’uomo che veniva dopo di loro nel proporzionale. Una norma fatta per riequilibrare è stata utilizzata per favorire gli uomini. Se ne sono accorte le donne del PD di Reggio Emilia che hanno protestato e poi si è visto che lo avevano fatto tutti i partiti, forse meno i 5 stelle perché, essendo più nuovi, hanno meno persone da tutelare. Tornando alla leadership, ahimè l’unica donna capo politico è Giorgia Meloni di Fratelli di Italia. Nella Lega parlano di uguaglianza di genere solo in funzione anti-immigrati, i 5 stelle, non sono né pro né contro, non hanno un’idea secondo me. E anche lì, nonostante siano entrati abbastanza paritariamente, ed erano tutti nuovi e nonostante abbiano alcune donne, che possono piacere o meno, ma che sono in prima linea, alla fine chi sono i quattro veri leader? Anche un movimento nuovo è fortemente maschilista di fatto. Pur nascendo nel secondo decennio del 2000, non riesce a permettere non dico una leadership femminile ma almeno una co-leadership. Credo che nei prossimi mesi si parlerà tanto di mamme, di fare più bambini, di famiglia e non di donne come individui.

SV: Restando sulla politica, Lega e i 5 Stelle hanno in programma di abolire la riforma Fornero o quantomeno di superarla. E’ realistico pensare di farlo? E cosa succederebbe in particolare alle donne?

Chiara Saraceno: Forse le donne sarebbero contente per le ragioni sbagliate, poiché ad essere colpite sono state maggiormente loro visto che l’età è salita di colpo. Cosa potrebbe avvenire? Di tutto di più. Cosa sarebbe opportuno che avvenisse? Penso che qualcosa su quella riforma dovranno fare, dato che hanno fatto campagna elettorale prevalentemente su quello. Allargheranno un pochino i criteri per cui oggi si può andare in pensione, cercheranno di lavorare su questi aspetti. Sul fatto che la legge vada manutenuta e fatti alcuni aggiustamenti anche Fornero ultimamente era d’accordo, il problema è in che direzione e con quali costi. Bisogna vedere chi farà il governo e con quali alleanze. Inoltre, quello che si promette in campagna elettorale è diverso da quello che si scopre di poter fare quando si entra nella stanza dei bottoni. Soprattutto mi preoccupa che sia tutto focalizzato sui pensionati, che vanno sicuramente tutelati, soprattutto quelli poveri. Ma i dimenticati sono i giovani.

SV: Concludo chiedendole del suo ultimo libro che si intitola “L’equivoco della famiglia”. Cosa è successo all’interno delle famiglie italiane? La disuguaglianza di genere nelle famiglie è aumentata, diminuita o rimasta invariata?

Chiara Saraceno: Non è aumentata, ma ovviamente dipende dal grado di istruzione e dall’età dei componenti dei nuclei. E’ persino diminuita perchè sono aumentate le famiglie dove chi guadagna di più è la donna, a causa anche della crisi che ha colpito di più i lavori maschili. Un avvicinamento tra i due sessi però al ribasso, perché gli uomini hanno peggiorato la loro condizione. Quello che rimane un aspetto problematico è la divisione del lavoro famigliare. E’ vero che nelle famiglie in cui le donne sono occupate gli uomini fanno qualcosa in più, ma è ancora squilibrato: le donne svolgono tra il 60 e il 70% della totalità del lavoro familiare, anche quando sono occupate. Se sommiamo il lavoro retribuito, l’orario di trasporto e il carico familiare, lavorano un mese lavorativo in più guadagnando di meno. L’Italia continua ad essere uno dei paesi occidentali in cui l’asimmetria del lavoro familiare, anche quando la donna è occupata, è più forte. Inoltre, anche se sono dati un po’ vecchi, rimangono stereotipi di genere ancora tradizionali. Ancora molte persone pensano che gli uomini siano meno adatti ai lavori domestici, che il bambino soffre se la madre lavora, che gli uomini abbiano più diritto delle donne a trovare un’occupazione. La notizia positiva è che i padri stanno cambiando e oggi si occupano dei figli piccoli e neonati molto di più rispetto a dieci o quindici anni fa. Non riducono il loro lavoro remunerato, ma riducono il loro tempo libero, e hanno scoperto che si può essere autorevoli pur essendo accudenti, cosa che le mamme sanno da tempo.

* Filosofa ed esperta di politiche e mutamenti familiari, questione femminile relativa alle strategie di conciliazione tra i tempi familiari e i tempi di lavoro, rapporti tra generi e generazioni e sistemi di welfare, Chiara Saraceno ha insegnato Sociologia della famiglia all’Università degli Studi di Torino, presso la facoltà di Scienze politiche; è stata direttrice del dipartimento di Scienze sociali (1991-98), del Centro interdipartimentale di studi e ricerche delle donne (1999-2001), nonché membro della Commissione italiana di indagine sulla povertà e l’emarginazione (2000-01). Dalla fine degli anni Duemila è professore di ricerca al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino e si occupa di tematiche legate a cambiamento sociale e sviluppo demografico. Tra le principali pubblicazioni si ricordano Sociologia della famiglia (1988), Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia (1998), Onora il padre e la madre (2010), Conciliare famiglia e lavoro (2011), Coppie e famiglie. Non è questione di natura (2012), Il welfare (2013), Il lavoro non basta (2015), Mamma e papà. Gli esami non finiscono mai (2016) e L’equivoco della famiglia (2017).

 

**Secondo l’ultima rilevazione ISTAT, pubblicata a dicembre 2017, i posti disponibili, in tutto 357.786, coprono il 22,8% del potenziale bacino di utenza. Al Nord-est e al Centro Italia i posti censiti nelle strutture pubbliche e private coprono il 30% dei bambini sotto i 3 anni, al Nord-ovest il 27% mentre al Sud e nelle Isole si hanno rispettivamente 10 e 14 posti per cento bambini residenti. Grandi differenze si registrano anche rispetto ai costi degli asili come analizzato nel rapporto di Cittadinanzattiva

Redazione

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