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Le disuguaglianze di riconoscimento favoriscono la dinamica autoritaria

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Ascolta l’opinione del Forum letta da Andrea Morniroli

 

Per disuguaglianze di riconoscimento si intendono disuguaglianze nella misura in cui il ruolo, i valori e le aspirazioni della persona sono riconosciuti da parte della collettività e della cultura generale (per la teoria del riconoscimento, si vedano le analisi di Axel Honneth, nella scia di Jurgen Habermas). Due esempi. Un operaio di un’impresa meccanica italiana che esporta e che, con molte altre, regge la competizione internazionale e permette al paese di pagarsi le importazioni di materie prime, non vede oggi riconosciuto questo suo ruolo (le sue sfide, le sue soddisfazioni, le sue fatiche, i suoi risultati), vista l’assenza del “lavoro manifatturiero” dal confronto culturale e politico prevalente, dalla rappresentazione positiva del paese – se ne parla solo quando le aziende sono in crisi o per evocare scenari apocalittici di fabbriche senza lavoro (sospesi fra approvazione incondizionata dell’automazione e luddismo). Un giovane, studente o lavoratore agricolo o disoccupato, di un’area rurale con paesaggi, qualità potenziale di vita e studio e opportunità agro-silvo-pastorali e turistiche elevate (quasi un terzo del territorio nazionale) non vede oggi riconosciuti il proprio ruolo e i propri valori se non come un residuo nostalgico del “passato comunitario” che possa intrattenere (amenity) i cittadini delle città ai quali appartiene il “futuro cosmopolita”.

 

In entrambi i casi, la disuguaglianza di riconoscimento (rispetto agli “altri”) tende anche a tradursi in disuguaglianze economiche e/o sociali, perché dal mancato riconoscimento derivano scarso potere negoziale e scarsa considerazione nel disegno delle politiche. Ma le disuguaglianze di riconoscimento pesano di per sé perché mortificano la dignità delle persone e creano senso di esclusione. Le disuguaglianze di riconoscimento divengono così una leva importante di paura, risentimento e rabbia e della dinamica autoritaria.

 

Le disuguaglianze di riconoscimento hanno una forte dimensione territoriale. Assai spesso chi vive nelle periferie, come in aree rurali interne o in centri urbani minori avverte di vivere in luoghi senza una prospettiva, lontani dai flussi di innovazione e dai centri di decisione. Quasi “non-luoghi”. Non a caso è in questi luoghi che più forte si sta manifestando la deriva autoritaria.

Le disuguaglianze di riconoscimento sono meno analizzate, perché riguardano un fenomeno di difficile misurazione, ma le conseguenze di queste disuguaglianze sono colte da indagini di campo e sono visibili sul terreno politico: proprio le fasce sociali che si sentono perdenti su questo fronte appaiono più vicine, al momento del voto, ai nuovi movimenti che identificano nell’apertura delle frontiere e dei mercati, nella globalizzazione e nelle migrazioni le cause dei loro problemi. Lo si vede da tempo nel caso del lavoro operaio. Lo si è constatato di recente con riguardo alle popolazioni delle aree rurali. Le comunità e i gruppi dei non riconosciuti tendono ad essere attratti più dalla chiusura e dal rancore, piuttosto che dall’apertura e dalla cura. Vivono con sospetto e fastidio ogni forma di ospitalità.

 

Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, una ricerca condotta nel Wisconsin (swing state nelle elezioni presidenziali del 2016) negli ultimi dieci anni (Katherine J. Cramer, The Politics of Resentment, Chicago University Press, 2016) conclude: “the people … felt disrespected … people in the city … don’t understand what rural life is like, what’s important to us … they think we are bunch of redneck racists … all of them felt treaded o, disrespected and cheated out of what they felt deserved”. In Italia, le testimonianze raccolte durante la costruzione della Strategia per le aree interne confermano il quadro. È inoltre significativo che le disuguaglianze di riconoscimento siano state colte e studiate come fattore determinante nel produrre una dinamica autoritaria, termine coniato da Karen Stenner nel 2005 nel suo The Authoritarian Dynamic (The Authoritarian Dynamic, CUP, 2005), con oltre dieci anni di anticipo sull’onda attuale, che intende un insieme di atteggiamenti e comportamenti così riassumibile: intolleranza per la diversità; sfiducia in istituzioni ed esperti; desiderio di comunità chiuse; domanda di poteri forti capaci di vietare e sanzionare.  Questi tratti autoritari, chiaramente distinti e anzi in contrasto, come analizza Stenner, rispetto a posizioni conservatrici o di neo-liberismo economico, descrivono in modo preciso la reazione in atto in ampie masse popolari di tutto l’Occidente.

 

Secondo Stenner – che su queste basi l’aveva prevista sin dal 2005 – la dinamica autoritaria andrebbe ricondotta all’insieme di “minacce normative” che sono andate crescendo in Occidente: la sperimentazione e/o la percezione di non-rispetto per le autorità o l’essere le autorità immeritevoli di rispetto; la mancata adesione alle norme della comunità o la loro discutibilità; il venir meno di consenso sui valori e convincimenti della comunità; lo scatenamento della diversità (con globalizzazione e cosmopolitismo). Si tratta di fenomeni strettamente legati alle disuguaglianze di riconoscimento e in genere al crescere delle disuguaglianze: la concentrazione della dinamica autoritaria nelle periferie urbane ne nelle aree rurali, dove si concentrano le disuguaglianze, è indizio forte di questa connessione causale. Secondo Stenner, l’insieme di questi fenomeni avrebbe effetti diversi sulle persone a seconda della loro individuale predisposizione. Nei soggetti per predisposizione squilibrati a favore dell’“autorità di gruppo” rispetto all’“autonomia individuale” e all’“uniformità” rispetto alla “diversità”, queste minacce spingerebbero verso comportamenti di intolleranza politica, razziale morale e verso la richiesta di autorità forti, che ristabiliscano norme di gruppo e la conformità a esse. Questa è la reazione che oggi prevale e che si manifesta nella dinamica autoritaria.

 

Da un punto di vista sociale e politico, la prevalenza della dinamica autoritaria segnala che i soggetti messi a repentaglio dal cambiamento – ultimi, penultimi e vulnerabili– sono rimasti divisi e dunque (nel senso di Antonio Gramsci) subalterni: incapaci di costruire una visione condivisa fondata su una diagnosi del cambiamento avvenuto e di tradurre i loro sentimenti spontanei di ribellione in una direzione consapevole di avanzamento sociale.

 

È utile infine notare che, nel descrivere la reazione anti-istituzionale, di intolleranza e di domanda di poteri forti oggi in atto, il Forum non usa il termine “populismo”. Al di là dell’uso che se ne è fatto in Europa – fino a diventare sinonimo di “democrazia illiberale” o di fascismo – il termine “populismo” conserva, infatti, la matrice originaria che acquisì negli Stati Uniti da fine ‘800. Accanto al ribellismo contadino, esso equivalse alla difesa degli interessi del lavoro, a un forte contrasto della concentrazione della ricchezza e alla democratizzazione dello Stato federale. L’assenza di un’analisi del capitalismo condusse il movimento populista a produrre quasi ogni cosa: quadri dirigenti di sinistra e di destra e persino antisemitismo. Ma il suo revival con la grande crisi del 1929 partorì soprattutto la durissima indagine sulle banche di affari della Commissione Pecora del Senato USA che pose le basi per la separazione (nel 1933, con Roosevelt) fra banca d’affari e commerciale e per la creazione della Securities and Exchange Commission, due grandi leve della politica a cui dobbiamo la riduzione delle disuguaglianze nel dopoguerra.

 

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