Dati della città: la partita aperta per la sovranità collettiva

Il seminario “Dati della città. Politiche e sperimentazioni per un diverso governo dei dati digitali delle città” organizzato da Forum DD e CRS – Scuola critica del digitale, ha visto un’ampia partecipazione. A commentare le esperienze di quattro città italiane rappresentate da figure chiave impegnate nei processi, Francesca Bria ed Edvgenij Morozov. 

Un seminario partecipatissimo quello che si è svolto ieri presso la Fondazione Basso, organizzato da Forum DD e CRS – Scuola critica del digitale che hanno deciso di lavorare insieme sul tema della sovranità collettiva su dati personali e algoritmi.

 

Già dal titolo, “Dati della città. Politiche e sperimentazioni per un diverso governo dei dati digitali delle città”, il focus appariva chiaro: dare conto di quel fermento di idee e azioni che si respira in alcune città, anche italiane, attorno al grande tema contemporaneo dei diritti digitali e della sovranità sui dati.

 

Oggi i contesti urbani si distinguono sempre di più come luoghi privilegiati di sperimentazione di una cittadinanza online e offline che sia sinonimo di partecipazione e di capacità di pesare nei processi, forti della consapevolezza che la partita, con i colossi del tech, per quanto complicata, può avere un esito non scontato. E molto di quello che succederà su questo fronte dipenderà da quanto le città – soprattutto coalizzandosi insieme e attraverso processi aperti di partecipazione della cittadinanza – riusciranno a scrivere e imporre le regole del gioco.

 

La riflessione – introdotta da Fabrizio Barca e Giulio De Petra – è partita dall’assunto che oggi i dati sono necessari per disegnare tutte le politiche: sociali, abitative, culturali, ambientali. Ma i dati oggi sono soprattutto dati digitali, estratti dalla città e gestiti dalle grandi piattaforme. In questo quadro occorre quindi domandarsi a chi appartengono e chi ne governa le modalità e le finalità di utilizzo.

Giorgio Resta, giurista e Professore a Roma Tre, ha sottolineato l’importanza del diritto positivo – e dell’attuale Regolamento Generale europeo per la Protezione dei Dati, noto come GDPR – per far fronte alla forti asimmetrie informative (e di potere) tra grandi corporation e cittadini: questi ultimi danno il consenso sui loro dati in una cornice non di cessione di proprietà ma di un rapporto fiduciario che dovrebbe essere sempre – e facilmente – revocabile. In questo contesto occorre chiedersi quale è il regime giuridico dei dati della città. Sono un bene pubblico, sono proprietà privata (delle grandi piattaforme o dei cittadini a cui si riferiscono), o è possibile considerarli come un ‘bene comune’ che appartiene alla collettività? Ettore Di Cesare, di Openpolis, ha ricordato quanto sia necessario un disegno strategico della politica dietro alle scelte sull’utilizzo dei dati: aprire banche dati mettendole a disposizione, non è sufficiente se dietro non c’è un chiaro obiettivo di cosa occorre fare con quelle informazioni e con le elaborazioni che da quelle possono scaturire, ricordandosi che trasparenza e apertura dovrebbero innanzitutto tendere a una maggiore partecipazione della cittadinanza, e a un maggior peso delle persone nei processi decisionali.

 

A seguire sono intervenuti i rappresentanti di quattro città importanti: Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo; Annibale D’Elia, Direttore dell’Innovazione del Comune di Milano, e gli Assessori Monica Buonanno di Napoli e Marco Lombardo di Bologna: gli amministratori hanno condiviso dubbi rispetto alle difficoltà che hanno le città di negoziare con le potenti piattaforme digitali e anche esperienze interessanti, realizzate e in corso, di “ribellione” cittadina allo strapotere dei colossi tech. Dalla carta dei diritti dei riders di Bologna, alla necessità di ripensare alla tecnologia non come un silos verticale ma come una faccenda legata alle persone e ai diritti che attraversa i diversi temi e quindi le diverse politiche, dalla sperimentazione a Napoli di dispositivi amministrativi per la gestione dei beni comuni, potenzialmente estensibili anche ai dati digitali, alla richiesta che il parlamento produca un quadro normativo capace di dare potere alle città contro lo strapotere dei monopoli digitali.

Il commento a questi quattro casi è stato affidato a Francesca Bria ed Edvgenij Morozov. Francesca Bria, già Assessora alle tecnologie e all’innovazione digitale della città di Barcellona con la sindaca Ada Colau e adesso Senior Advisor presso le Nazioni Unite ha ricordato che le città possono svolgere un forte ruolo nel costruire percorsi alternativi nell’uso dei dati al servizio di interessi collettivi, per tre ragioni: perché gestiscono servizi urbani, per il cui disegno e consumo i dati e le applicazioni della trasformazione digitali possono essere assai rilevanti; perché in quei contesti è possibili costruire percorsi di partecipazione; perché lì i processi di digitalizzazione sono avanzati. (I raggruppamenti di centri minori – è stato successivamente osservato – come quelli realizzati dalla Strategia Aree Interne, presentano gli stessi primi due vantaggi, ma non il terzo). La questione fondamentale è non partire dalla tecnologia, ma dalle finalità del suo utilizzo all’interno del governo di una città. Ha anche ricordato che per realizzare un cambiamento strutturale e duraturo come quello avvenuto a Barcellona sono serviti investimenti in infrastrutture organizzative, in infrastrutture digitali decentralizzate e, soprattutto, in risorse umane competenti e dedicate.

 

Morozov ha approfondito il tema dei rapporti di forza nelle città fra scelte pubbliche e collettive, da una parte, e strategie delle grandi imprese private, dall’altra. Il combinato disposto delle grandi imprese digitali e delle grandi imprese finanziarie sta generando investimenti significativi in molte grandi città con l’obiettivo di disintermediare i servizi tradizionali, anche a costo di elevate perdite, e di conquistare posizioni di monopolio nella produzione di quei servizi. Ha fatto in proposito l’esempio di Toronto che ha fatto con Google un accordo per lo sviluppo dei servizi pubblici di aree intere delle città. Questa azione si muove in una direzione opposta rispetto all’obiettivo di costruzione di un governo collettivo e partecipato dei servizi perseguito dalle “città ribelli”.

 

Al termine della discussione che ha concluso il seminario è stato confermato l’impegno di ForumDD e Scuola critica del digitale a trasformare temi e proposte emerse durante l’incontro in percorsi sperimentali di attuazione sia nelle grandi città, sia nelle aree interne che stanno elaborando peculiari strategie di sviluppo e riqualificazione economica e sociale.

* Si ringraziano Fabrizio Barca e Giulio De Petra.
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