Contrastare le disuguaglianze luogo per luogo con i cittadini

Questo articolo è apparso lo scorso 27 aprile su Huffington Post.

Quanto incide nella qualità della vita delle persone il luogo in cui si risiede? Molto, a sentire le storie che Margherita e Paola hanno raccontato lo scorso 16 febbraio durante il lancio del Forum Disuguaglianze Diversità.

Difficoltà di accesso ai servizi essenziali, quando non completa mancanza, abbandono e degrado ambientale generati da (e generatori di) disagio socio-economico, assenza di riconoscimento del proprio ruolo nella società: sono i cittadini delle aree interne e delle periferie italiane quelli maggiormente colpitidall’aumento delle disuguaglianze.

La notizia che pesa sul terreno politico è che i cittadini di questi “luoghi che non contano“, come ama definirli il Professor Andrés Rodriguez-Pose, che insegna Geografia alla London School of Economics, non essendo riusciti a cambiare sinora il corso delle cose, richiamano ora l’attenzione su di sé sul terreno elettorale. Lo fanno votando contro le élite che riconoscono responsabili del proprio stato. È un voto che può innescare una dinamica autoritaria, ma è un voto che li impone al pubblico dibattito.

“Occorre non più politica, ma una politica migliore, sensibile alle caratteristiche del territorio, che cerchi soprattutto di creare dinamismo economico, basato sul potenziale di ogni regione, sia interna, periferica o centrale”, continua Rodriguez-Pose, e un esempio in questo senso lo fornisce la Strategia Nazionale per le Aree Interne che Giovanni Carrosio, sociologo ambientale impegnato a lungo nel team della Strategia, considera luoghi privilegiati per una “genuina innovazione sociale“.

La struttura del tempo delle aree interne, dilatata ed estranea alle logiche di accelerazione, concede alla politica una possibilità di azione più incisiva, di imprimere il segno sulle dinamiche sociali, di ripensare i modi di produzione e di consumo, di aprire i processi decisionali, di sperimentare nuovi modi di co-progettare servizi alla popolazione, capaci di integrare stato, mercato e comunità.”

Nessuna ricetta facile né miracolosa, ma il rigore, la tenacia e anche la consapevolezza che per garantire una partecipazione reale dei cittadini, su cui la Strategia aree interne si fonda, occorra tempo e metodo, come racconta Alessia Zabatino, esperta di sviluppo locale: “Sono tornata alla maieutica reciproca, la metodologia di indagine e autoanalisi che Dolci ha sperimentato in Sicilia dagli anni ’50: porre domande, garantire libertà di esprimere ciò che si pensa sulla base delle proprie esperienze, condividere e commentare proposte.

 

E questo metodo non si può applicare se non si ripensano anche gli spazi e i tempi della partecipazione. Alle persone che sono stressate e la cui vita è complicata da condizioni socio-economiche difficili, bisogna andare incontro, in senso fisico e letterale”.

 

Da qui la decisione di aprire gli spazi di confronto con i cittadini delle aree interne in luoghi anche improbabili come case di riposo, scuole aperte in orari pomeridiani, aziende agricole, per garantire la partecipazione da un lato, e dall’altro per farli sentire portatori di valori e pratiche non solo da preservare magari per l’intrattenimento dei flussi di cittadini urbani o cosmopoliti, ma come “valori in sé”, da rigenerare per il futuro.

 

Ed è questo che suggerisce anche Vittorio Cogliati Dezza, membro del Comitato Promotore del Forum e già presidente di Legambiente quando scriveche “le aree interne non sono, e non devono essere, solo il bel rifugio dallo stress urbano, il luogo bucolico del riposo”, poiché aggiunge “esiste una società da rivitalizzare intorno a produzioni agro-alimentari, artigianato che rinnova i saperi tradizionali, produzioni manifatturiere, nuovi servizi, qualità culturale“.

Questo è il “potenziale economico vero” a cui allude Rodriguez-Pose quando rivolge un consiglio al non ancora nato governo italiano: “Il risultato delle elezioni è un chiaro segnale delle zone trascurate che, malgrado abbiano ricevuto molti investimenti, hanno bisogno di un altro tipo di politica. Una politica mirata a creare dinamismo e che investa in maniera adeguata nel capitale umano, nell’innovazione, nella competitività delle imprese e nel miglioramento delle istituzioni locali”.

 

Ogni territorio dunque, con il coinvolgimento di quanti lo abitano e lo attraversano e con politiche pubbliche capaci di valorizzare il potenziale inespresso, può ripartire. È questa la strada maestra per ridurre le disuguaglianze.

 

Redazione

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