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La dimensione territoriale delle disuguaglianze

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In tutto l’Occidente, le disuguaglianze territoriali si sono accresciute nell’ultimo ventennio. Un’analisi OCSE mostra che fra 1995 e il 2014 il divario di produttività fra le regioni più avanzate e il 10% più arretrato è cresciuto del 60% nel complesso OCSE e del 56% nella sola Unione Europea (cfr John Bachtler, Joaquim Oliveira Martins, Peter Wostner, Piotr Zuber, Towards Cohesion Policy 4.0, Regional Studies Association, 2017). Le persone maggiormente colpite dall’aumento delle disuguaglianze sono concentrate dal punto di vista territoriale nelle periferie, nelle piccole città e nelle vaste aree rurali di ogni paese, spesso con un’alimentazione reciproca del degrado sociale e del degrado ambientale. L’importanza crescente di queste faglie territoriali si sta progressivamente imponendo al pubblico confronto (su questo cfr. Fabrizio Barca, Disuguaglianze, rabbia e dimensione territoriale. La faglia-città campagna, le cause e la strategia italiana per affrontarlaconferenza “Trends in inequality”, Istituto Cattaneo, Bologna, 2-4 novembre 2017; ).

 

Le forti disuguaglianze economiche e sociali all’interno delle aree urbane sono ampiamente documentate. Esse discendono dal fatto che le esternalità positive e negative delle agglomerazioni urbane, ben misurate per tutti i paesi Europei dal recente Rapporto della Commissione Europea assieme a UN-Habitat, The State of European Cities, riguardano fasce diverse della popolazione. I vantaggi, come i centri universitari e di ricerca o l’interazione fra lavoratori con elevate competenze, riguardano alcuni; gli svantaggi, come abitazioni affollate e degradate, alta insicurezza, inquinamento ambientale e acustico, segregazione, riguardano altri. Questi “altri” avvertono anche forti e crescenti disuguaglianze di riconoscimento

Per quanto riguarda le aree rurali – che raccolgono ancora in Europa e Nord-America circa il 28% della popolazione – esse presentano un più elevato rischio di povertà ed esclusione sociale delle aree urbane (cfr ancora The State of European Cities), anche se il divario si è andato restringendo durante la crisi. Ma sono soprattutto sfavorite in termini di disuguaglianze sociali e di riconoscimentoche mostrano ora forti effetti politici e in termini elettorali (cfr. Andrés Rodríguez-Pose 2018, The revenge of the places that don’t matter). In Italia, dove la “Strategia nazionale aree interne” ha introdotto il concetto misurabile di aree interne (ossia distanti dai servizi fondamentali), si osservano in queste aree divari significativi rispetto alla media nazionale in termini di accesso e qualità dei servizi essenziali: l’intervallo allarme (numero di minuti che intercorre tra l’inizio della chiamata telefonica alla Centrale Operativa e l’arrivo sul posto del primo mezzo di soccorso) è pari a 25 minuti contro 16; la mobilità dei docenti nella secondaria di I grado è di circa il 50% più elevata; la percentuale di classi della secondaria di I grado con meno di 15 studenti è di circa il 35% contro l’8%; e la percentuale di popolazione dotata di banda larga a rete fissa con capacità effettiva di almeno 20 mb per secondo è attorno al 40% contro il 65%. Questi divari sono in forte misura originati dal mancato riconoscimento da parte delle élites urbane che esercitano potere politico ed economico delle specificità di questi territori, della natura dei servizi che essi richiedono e delle opportunità che le nuove tecnologie e altri cambiamenti in atto offrono loro. I cittadini di queste aree sono spinti a considerare i propri valori e pratiche come piacevoli segni del passato, da preservare magari per l’intrattenimento dei flussi di cittadini urbani o cosmopoliti, ma non come “valori in sé”, da rigenerare per il futuro.

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