Attenzione alle disuguaglianze di salute e alla condizione anziana. Qualche riflessione per quando sarà passata l’emergenza

L’emergenza sanitaria scaturita dalla diffusione dell’epidemia Covid-19 ha esasperato le conseguenze del disinvestimento nel sistema sanitario e ha esposto gli anziani e i più fragili alle conseguenze letali mettendo in luce la necessità di cura che ogni età della vita richiede. Un contributo di Antonio Schizzerotto*

Il documento del ForumDD sulla necessità di una protezione sociale a misura delle persone e la proposta elaborata insieme ad ASviS e Cristiano Gori, intervengono con efficaci suggerimenti di metodo e sostanziali nella riflessione sui modi per impedire che l’attuale pandemia acuisca, nell’immediato, vecchie disuguaglianze economiche e occupazioni o, peggio, ne crei di nuove.

 

Sia pure per vie, a volte, più indirette che dirette, l’attuale epidemia ha, però, riproposto, almeno così mi sembra, l’esigenza di prestare attenzione anche ad altri ambiti e fattori della disuguaglianza che fin qui sono stati oggetto di limitate attenzioni. Su uno di questi ambiti – quello delle disparità di istruzione, acuite dalla chiusura delle scuole – si è già soffermata e con argomenti assai convincenti Chiara Saraceno nel suo articolo apparso qualche tempo fa su La Voce.

 

Due altri ambiti, sui quali sono stato spinto a riflettere con attenzione da una psicoterapeuta – Anna Dalle Molle –, e sui quali vorrei interloquire con il ForumDD, sono costituiti dalle disparità nelle condizioni di salute e da quelle, materiali e immateriali, collegate all’età anziana e alla vecchiaia. Si tratta certamente, di questioni non affrontabili nell’immediata emergenza. Nel medio periodo, tuttavia, esse dovrebbero essere prese in attenta considerazione. E diventare oggetto di adeguate politiche.

 

Partirò dalle disuguaglianze di salute, sottolineando come molte persone implicitamente assumano e altre apertamente sostengano che Covid-19 colpisce con la stessa intensità tutte le classi e tutti i ceti sociali. Ora se è vero che esso genera lutti ovunque e che tutti questi lutti devono essere pianti con eguale partecipazione, non è vero che i vari gruppi sociali siano egualmente esposti a questa pandemia (così come ad altre analoghe infezioni) e alle sue conseguenze più letali. Chi svolge ruoli dirigenziali e di stampo intellettuale (medici a parte), assieme alla stragrande maggioranza dei colletti bianchi (tecnici ospedalieri e personale infermieristico esclusi), può effettuare il proprio lavoro a casa e, comunque, in un ambiente protetto. Non così accade per non marginali componenti delle classi operaie come gli autisti di camion e autobus, gli addetti alla nettezza urbana e ad altri servizi pubblici essenziali, gli operai delle aziende ancora in funzione, gli addetti ai supermercati e simili. Costoro, certamente, si trovano in una situazione di maggiore esposizione agli effetti del virus. Ma c’è di più.

Sappiamo che, a parità di età e genere, le condizioni di salute si deteriorano progressivamente all’abbassarsi della posizione sociale di individui e famiglie. Anche per questa seconda ragione credo che, quando tutto sarà finito, si vedrà che l’infezione in atto, lungi dall’operare in modi egualitari, avrà inciso, in termini di contagi e, ancor più, di decessi, in misura proporzionalmente maggiore negli strati sociali inferiori. E questa sarà una delle tante conseguenze negative derivanti dal fatto che il nostro sistema sanitario nazionale è stato sottoposto a processi di efficientamento che, pur necessari, non hanno prestato attenzione all’esigenza di innalzare anche le sue capacità di resilienza, malgrado precedenti eventi epidemici (influenze stagionali, Sars, influenza aviaria, influenza suina, ecc.) avessero sollevato non marginali segnali di allarme in tal senso Indipendentemente dai differenziali di esposizione a Covid-19 e ai rischi di incorrere in esiti infausti. E’ fuori discussione che, oltre ad avere limitato le capacità di resilienza del SSN, questi processi di efficientamento non abbiano prestato attenzione neppure a contenere le cospicue diseguaglianze di salute che affliggevano e affliggono il nostro Paese, a tutto svantaggio dei gruppi sociali economicamente e culturalmente più deboli.

 

Adesso il problema principale da affrontare in ambito sanitario è il contenimento della circolazione di Sars-Cv_2. Ma quando la fase dell’emergenza sarà superata, occorrerà mettere mano all’intero modo di funzionamento dei servizi sanitari italiani. Io non posseggo le competenze specialistiche necessarie per indicare specifiche misure di politica pubblica. Credo, però, si possa, in primissima istanza, dire che si dovrà i) ritornare allo spirito sottostante ai provvedimenti legislativi che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta hanno dato vita al servizio sanitario nazionale come strumento per garantire migliori ed eguali tutele della salute di tutti; ii) ricollocare al centro di questo servizio il suo segmento pubblico; iii) innalzare la consistenza delle risorse finanziarie ad esso dedicate per consentire di disporre di numeri ragionevoli di posti letto, di medici, di personale infermieristico e di attrezzature di cura e, contemporaneamente, per prestare maggiori attenzioni ai differenziali di rischio di malattia, di limitazioni funzionali e di sofferenza esistenti tra i vari strati sociali della popolazione, perché questa maggiore vulnerabilità non è una regola genetica, è socialmente determinata e può essere modificata da una sanità di iniziativa più attenta alle disuguaglianze.

E vengo al tema degli anziani e dei vecchi. Il nostro sistema di welfare, così come le regolazioni del mercato del lavoro, sono caratterizzati da profonde discontinuità categoriali collegate all’età. E gli effetti di queste poco sensate discontinuità si rivelano fortemente contrastanti rispetto ai bisogni che le diverse fasi dei corsi di vita individuali fanno sorgere. Così i giovani che sono certamente in condizione di soddisfare agevolmente le loro esigenze di socialità (ancorché oggi, e per qualche mese a venire, meno di un mese fa), si trovano in precarie situazioni occupazionali e, quindi, economiche, con la conseguenza di non riuscire ad assumere in tempi affettivamente e biologicamente ragionevoli propri ruoli coniugali e parentali. All’opposto, non pochi anziani e vecchi godono sì di una certa sicurezza economica, ma si trovano spesso socialmente isolati e privi di adeguati sostegni nella soddisfazione delle loro necessità di vita quotidiana, anche i più basilari. Se, poi, a questo stato di cose si accompagna qualche forma, anche contenuta, di disagio economico, la situazione diventa davvero drammatica e si riverbera sulle stesse chance di sopravvivenza degli anziani. Non c’è chi non veda come la situazione qui sommariamente descritta, e resa più visibile dall’epidemia di Covid-19, si sia progressivamente aggravata nel corso di quest’ultimo decennio a causa della crescente riduzione delle capacità operative dei servizi di assistenza socio-sanitaria e psicologica che un tempo regioni e comuni avevano attivato. Anche su di essi occorrerà, dunque, intervenire passata l’emergenza. E lo si dovrà fare non solo in termini di riattribuzione di risorse finanziarie ed umane ai servizi in questione, ma anche in termini di un ripensamento sui modi migliori per venire incontro alle esigenze affettive ed emotive dei più anziani, economicamente meno poveri, in media, dei giovani – e, forse, anche di non pochi soggetti maturi –, ma assai più di essi socialmente emarginati e fisicamente deboli.

 

Va da sé che per muoversi nel medio periodo verso la soluzione dei due ordini di problemi che qui ho tratteggiato, non ci si potrà muovere solo attraverso schemi di politica economica di stampo neokeynesiano con ulteriori innalzamenti di un debito pubblico che allora sarà diventato ancora più enorme. Occorrerà, piuttosto, ricorrere a misure di equità fiscale per fare in modo che davvero tutti paghino tutte le imposte – IRPEF in testa – che devono pagare. E bisognerà, inoltre, considerare con attenzione il ricorso a qualche forma, come il ForumDD ha suggerito, di tassazione sulla trasmissione ereditaria di ricchezza. Va precisato che questa misura non ha nulla a che fare con la proposta, avanzata nei giorni scorsi, di innalzare i livelli di tassazione, chiamandoli contributi di solidarietà, su redditi posti al di sopra di determinate soglie monetarie. Innanzitutto, perché nell’immediato la proposta in parola risulterebbe contradditoria con altre recentissime misure governative intese a contenere, almeno temporaneamente, il peso della fiscalità corrente. In secondo luogo perché il vero modo di limitare l’indebitamento pubblico consiste, come detto, nel fare emergere l’economia informale e nel garantire che tutti i redditi effettivi siano tassati.

*Antonio Schizzerotto è Professore Emerito di Sociologia presso l’Università di Trento e ricercatore senior presso la Fondazione Bruno Kessler di Trento. Attualmente si occupa di valutazione di impatto di politiche pubbliche riguardanti l’istruzione, il mercato del lavoro e la povertà. È stato pro-rettore dell’università di Trento, preside della Facoltà di Sociologia e direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale di quell’università. È stato direttore di FBK-IRVAPP. Fa parte di svariati organismi e comitati scientifici nazionali e internazionali. Ha studiato a lungo le disuguaglianze di istruzione, di partecipazione al mercato del lavoro, nelle chance di mobilità e nella configurazione dei percorsi di vita. Su tutti questi temi ha pubblicato numerosi articoli e volumi in riviste e presso editori nazionali e internazionali.
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