Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
L’Unione europea (come del resto già la Comunità economica europea prima, e la Comunità europea poi) ha da sempre rappresentato un esperimento politico unico, un ibrido costituzionale che sfida le tradizionali categorie del diritto. Da un lato, mantiene una chiara impronta intergovernativa, poiché sono gli Stati membri, riuniti nel Consiglio (e nel Consiglio europeo), a detenere il potere ultimo di indirizzo politico e a decidere, a volte anche all’unanimità sulle questioni più sensibili come la fiscalità e la politica estera. Dall’altro lato, l’UE ha, ancorché incompiuti, aspetti federali incarnati nel primato del diritto europeo su quello nazionale, in un Parlamento direttamente eletto dai cittadini che co-decide le leggi, e in una Commissione guardiana dei trattati che detiene l’esclusivo potere di iniziativa legislativa.
Fino agli inizi del nuovo millennio questa costruzione è risultata molto efficace e non priva di una sua forza creativa. Al punto da avere generato il cosiddetto “effetto Bruxelles”: una capacità di penetrazione normativa che nessuna organizzazione internazionale possiede. È stato il risultato del “metodo comunitario” che non è un bizantinismo giuridico, ma il compimento della volontà fondatrice: devolvere sovranità in una concezione virtuosa della sussidiarietà verso istituzioni comuni, perché la cooperazione è il miglior antidoto contro le guerre.
In particolare, grazie alla spinta delle straordinarie presidenze di Jacques Delors (1985-1995), la Commissione aveva interpretato in modo molto attivo il suo compito di guardiana dei trattati, promuovendo non solo il compimento delle libertà di circolazione e il mercato unico, ma avviando anche tentativi di governance sovranazionale con la politica di coesione, l’armonizzazione sociale attorno ai temi della protezione dei lavoratori, un bilancio pluriennale che avrebbe dovuto diventare sempre più ambizioso, l’embrione della politica estera e di sicurezza in Europa, e quello dello spazio di libertà sicurezza e giustizia (all’epoca inscindibili), e così via. Purtroppo, quella spinta si è gradualmente persa, e i ricordi più drammatici che ci restano sono quelli legati al modo in cui l’UE (non) ha reagito alla crisi finanziaria del 2008 e a quella dei rifugiati del 2015. La parentesi virtuosa 2019-2024 è rimasta tale; la Commissione è nuovamente succube del Consiglio e, quindi, delle divisioni fra governi. È chiaro che è proprio il ruolo in teoria “sopra le parti” della Commissione che potrebbe permetterci di reggere le sfide del nuovo millennio. Che sono molteplici ma hanno una caratteristica comune: sono sistemiche, e necessitano di grandi trasformazioni, per le quali l’assetto attuale non è assolutamente adatto. Anzi.
E così, proprio la burocrazia di Bruxelles, diventata ingiustamente il target preferito dello scaricabarile nazionale, si vede esautorata e assiste allibita al nuovo corso della Presidenza von der Leyen II: un sempre maggior accentramento delle decisioni in mano a pochi, potentissimi funzionari apicali seduti attorno alla Presidenza, e lo smantellamento di tante normative in svariati campi in nome di una distorta nozione di competitività. Come se la legislazione europea non avesse per anni provveduto a sostituire in molti settori 27 sistemi a favore di uno solo armonizzato, come se con competenza e orgoglio qualche David non avesse lottato con coraggio contro i Golia delle GAFAM (le cinque più grandi e influenti multinazionali tecnologiche occidentali: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), o come se il Green Deal o il Pilastro europeo dei diritti sociali fossero solo il frutto di burocrati senza il senso della realtà e non il risultato di processi legislativi e di consultazione complessi e completi.
O come se, appunto, le sfide immense che l’Europa ha di fronte non necessitassero di quella collegialità e quella creatività che per anni hanno permesso alla burocrazia europea di produrre innovazione e progresso in tanti campi. Non a caso il Trattato (art.298 TFUE) prevede che l’UE si doti di una amministrazione “aperta, indipendente e efficiente” non certo che la esautori come sta avvenendo.
Ma nonostante il deterioramento progressivo, la grande maggioranza di chi lavora nelle istituzioni europee crede ancora fermamente in un progetto condiviso. Mortificare creatività, spirito di servizio e motivazione non è ricetta vincente. Certo ci sarebbe molto bisogno di serie riforme e nuovi trattati che ridisegnino competenze e poteri. Ma poi ci vogliono le persone che giorno dopo giorno, fuori dal clamore mediatico e con dedizione, l’Europa “la facciano”. L’alternativa è lasciare tutto in mano a opachi coordinamenti fra amministrazioni nazionali (peraltro poco inclini a cooperare realmente fra loro) che a quel punto sfuggono, quelli sì, anche a un vero controllo democratico. Il modello Frontex, per intenderci. Non pare davvero un futuro auspicabile.
Foto di Christian Lue su Unsplash










