Qui una volta era tutta città!

Emiliano Mandrone

L’interazione tra l’emergenza sanitaria e la tecnologia disponibile sta producendo una straordinaria metamorfosi dei costumi sociali ed economici. Questa energia ha sprigionato una intensa forza centrifuga che ha spostato attività e persone in maniera rapida e radicale, con forti conseguenze sull’assetto delle città. Per metabolizzare correttamente questi cambiamenti, sono necessari adeguata elaborazione culturale e servizi specifici.

Le città danno uno straordinario contributo alla cultura e all’economia, alla crescita e al progresso. Alimentano esigenze che diventano domanda di servizi che, a loro volta, diventano occupazione: un circolo virtuoso come sostenevano Lucas e Jacobs, un moltiplicatore di capitale umano, sociale e finanziario, un ambiente di contaminazione e sintesi di idee nuove e diverse, dove si creano bisogni e si soddisfano, insomma si auto-alimentano. Nel 2018 un report dell’ONU stimava che il 54% della popolazione mondiale viva in aree urbane, incidenza destinata a salire al 70% nel 2030. Tuttavia, la rapida ricomposizione quali-quantitativa delle aree urbane per i mutati costumi sociali post-Covid, rende necessario riconsiderare queste proiezioni.

 

Quando una forza (demografica, finanziaria) agisce su uno spazio si crea una pressione; nelle nostre città questa tensione ha preso il nome di stress, traffico, concorrenza, congestione, costo della vita… Qualche esempio:

 

  • I parigini dispongono di solo 22 mq a testa di abitazione, forse perché in media costano 10mila euro al metro, +248% dal 2000. Ciò ha creato un enorme gentrificazione della Ville Lumiere, che ha espulso operai, impiegati e famiglie lontano dalle vie cittadine. Come pure a Londra, Milano, San Francisco…
  • Com’è bella Roma in agosto! Questo luogo comune sottende che con meno persone l’Urbe diventa più piacevole e vivibile, le infrastrutture e i servizi appaiono adeguati, il traffico e le code svaniscono.
  • Ci sono sempre meno cittadini e sempre più utenti nel centro delle nostre città: studenti, lavoratori, turisti. Lo sbilanciamento andrebbe corretto per evitare l’effetto Venezia: una città senza i suoi cittadini.
  • Stupisce la fragilità degli ecosistemi urbani: a New York i servizi locali generano il 96% dell’occupazione e così, quando 1/3 ha chiuso per Covid, si sono creati istantaneamente 500mila disoccupati.

 

Uno scenario mutato

 

L’emergenza sanitaria è riuscita in quello in cui tante politiche urbanistiche hanno fallito: razionalizzare la distribuzione delle attività e della popolazione. Ciò ha fatto diminuire la pressione. Ma la pressione è un po’ come l’inflazione: troppa surriscalda il sistema, troppo poca lo spegne. La bassa concentrazione di capitale umano e sociale avrà la stessa capacità di attivazione della città? Potrà il sistema virtuale fare a meno dei suoi nodi fisici? Dalle piazze ai blog, dai centri commerciali all’e-commerce, dalle università ai social network le persone si connettono, si scambiano dati e cose, condividono risorse economiche, tecniche e culturali, discutono e offrono soluzioni che diventano innovazioni e alimentano lo sviluppo. È in corso un passaggio di consegne: l’ambiente digitale sostituirà quello fisico come terreno di cova del progresso?

 

La tempesta perfetta ha colpito la città. Da un lato, il progresso tecnologico ha consentito la smaterializzazione di buona parte dell’attività lavorativa, resa oggi a distanza. Dall’altro l’emergenza sanitaria ha reso le distanze sociali una condizione desiderabile, a volte indispensabile. Queste due tendenze si sostengono, portando ad un’accelerazione del cambiamento delle abitudini e dei costumi, sociali e lavorativi. Improvvisamente i cittadini sono esposti ad una forza centrifuga che li proietta lontano gli uni dagli altri: il lavoratore dal posto di lavoro, lo studente dalla scuola, il ricercatore dall’università, il cliente dal negozio. La tecnologia e la pandemia congiurano insieme contro la città, intesa come “contenitore e contenuto”, compromettendone il valore economico e insidiandone il ruolo culturale.

 

Spazi che cambiano

 

La fuga dalla città ha già fatto crollare affitti e vendite degli immobili commerciali (più elastici al prezzo di quelli residenziali) e, in maniera complementare, fatto crescere la domanda di case più grandi e con spazi esterni. Nella stagione digitale, lo spazio e il tempo sono sempre più relativi e sfumano anche le antitesi centro-periferia o nord-sud. Anche la geografia verrà ridisegnata non più in base alla Storia, alle distanze o all’orografia ma rispetto alla velocità di download, ai tempi di consegna di un plico o al costo dell’energia. Questa controriforma “digital-sanitaria” ha dato l’avvio ad un processo di decongestione delle città che, indirettamente, si ripercuoterà sulla strategia di sviluppo delle aree interne o isolate – purché connesse – che potranno finalmente ripopolarsi di attività, progetti e persone. E di tutto questo la bellissima provincia italiana potrebbe trarne grande beneficio, rinascere…

 

Tuttavia, il rischio spiazzamento è alto. L’urbanizzazione inversa – ridistribuire sul territorio risorse concentrate nel centro delle città – modificherà l’assetto socioeconomico. Gli ambienti fortemente antropizzati sono dei grandi catalizzatori di risorse umane, finanziarie e tecnologiche che richiedono tempo per essere riconvertiti. L’assestamento potrebbe essere traumatico: una forte ricollocazione della popolazione, un generale ridimensionamento dell’immobiliare commerciale e una domanda di servizi eccentrica rispetto alle aree più strutturate (south-working). Uffici, metropolitane, ristoranti e negozi semivuoti sono un passo verso una – tanto anelata – società più a misura d’essere umano o l’inizio di una spirale discendente, di declino?

 

Il rapporto con la tecnologia

 

Al di là della soluzione della crisi sanitaria, il Covid è stato un detonatore che ha attivato molti processi in maniera irreversibile. Uno statista vir(tu)ale che, finalmente, ha dato avvio al lavoro agile e alle piste ciclabili; dato importanza a sanità, scuola e ricerca; rilanciato opere pubbliche impantanate e ridato centralità all’interesse generale. Ha attivato molti cambiamenti che in via ordinaria avrebbero richiesto anni per vedere la luce. La drammatica crisi sanitaria ha avuto effetti collaterali positivi: la riscoperta di valori smarriti, interrotto il nostro immobilismo e anticipato il futuro. Il Covid ha fatto vedere che si può cambiare, che le cose si possono fare ed ora sono opzioni disponibili. Una sorta di serendipity [1]: cercando la soluzione all’epidemia, si è scoperto un modo diverso di vivere.

 

Siamo entrati in una fase iperbolica: machine learning, pandemie, big-data, clima, computer quantistici… riusciranno regole ed istituzioni novecentesche a tenere il passo? La fortissima ibridazione tra le discipline e la trasversalità del piano digitale richiedono un profondo aggiornamento delle relazioni tra tutte le componenti del sistema: vanno costruiti adeguati strumenti di misura, nuovi codici, diversi sistemi di premialità e ambiti sociali. Abbattendo il totem “lavoro-presenza” ha perfino creato le condizioni per rendere credibili le riforme previdenziali; per raggiungere pari opportunità di genere, generazionali, territoriali e ambientali, per il rilancio demografico; per aggiornare la sanità, la scuola e il welfare, per ripensare il territorio e ridurre l’inquinamento. Solo sei mesi fa, tanti cercavano di contrastare il cambiamento alimentando dubbi e paure, riproponendo soluzioni conservatrici a tutela di rendite di posizione, osteggiando l’aggiornamento del nostro sistema sociale.

 

L’avversione nei confronti delle politiche di inclusione sociale e ridistribuzione delle risorse è dovuta ad un errore di prospettiva: si scambia la causa con l’effetto. Un errore di messa a fuoco che porta ad una intransigenza ad assetto variabile a seconda che si guardi i ricchi o i poveri, le donne o gli uomini, i giovani o i vecchi, il nord o il sud … gli immigrati o i raccomandati. Il covid è stato un esperimento naturale straordinario che ha mostrato in maniera plastica come l’impossibilità di lavorare o di produrre reddito o di fare impresa possa non dipendere dal singolo, facendo venire meno lo stigma sociale che sovente ha accompagnato i beneficiari di sussidi o trattamenti sociali o bonus. Il tanto vituperato Reddito di cittadinanza ha supplito ad una mancanza del nostro welfare (i redditi minimi o di base sono da tempo diffusi in Europa): si è dimostrato, seppur assai perfettibile nel meccanismo d’ingaggio [2], uno strumento necessario di sostegno familiare, dignità umana e pace sociale, in particolare per i territori più fragili.

 

Come ricordava Draghi (2009), i motivi dell’assicurazione sociale risiedono nella migliore capacità di fronteggiare collettivamente i crescenti rischi idiosincratici – cigni neri, cataclismi, pandemie, fallimenti di mercato… – ma servono adeguate risorse (tecniche, umane e finanziarie) per riaffermare il primato e l’azione dello Stato. Il cambiamento tecnologico richiede una adeguata elaborazione culturale per affrontare nuovi dilemmi morali (guida autonoma, priorità nelle cure, condizionalità), trasformare l’etica in legislazione, norma sociale e algoritmi, e fare scelte consapevoli in presenza di forte incertezza.

 

C’è stata molta improvvisazione. Il burnout è stato forte. La resilienza straordinaria. Si dovrà imparare a gestire il tempo libero e quello lavorato, a ripensare i luoghi di lavoro e di vita, a delimitare gli spazi, a rivedere i set valoriali e i canoni sociali. Cambierà la casa, la scuola, lo sport, i bus, i negozi, il lavoro, il weekend, la guida, il denaro, la Pubblica Amministrazione… In questi giorni che precedono importanti scelte sui fondi europei post Covid, si percepisce quella gioiosa frenesia da “Sabato del villaggio” che prende noi italiani prima della festa. Per evitare che la storia si ripeta va semplificata la burocrazia, migliorati i controlli attraverso l’uso dei dati e della tecnologia, lavorare di concerto per pianificare le azioni nei territori, fare investimenti di ampia prospettiva, considerare il costo di funzionamento e non solo quello di realizzazione dell’opera, migliorare le amministrazioni locali, costruire beni pubblici.

 

Le risorse vengano usate per passare a nuovo sistema sociale, non per ripristinare l’ultimo backup!

 

 

 

 

[1] La capacità di trovare l’inaspettato: cercando qualcos’altro si sono scoperte l’America, la Penicillina, il Viagra™…

 

[2] Nella calibrazione di questi strumenti di welfare è fondamentale il set informativo per una azione efficiente, un intervento efficace e una seria valutazione degli effetti. Questi dati sono ancora difficili da mettere a sistema o inaffidabili.

* Emiliano Madrone è Primo Ricercatore Istat, Economista. Interessi principali: lavoro, welfare, istruzione, cambiamento tecnologico. Ha curato per oltre 10 anni l’indagine PLUS. Ha insegnato nelle università di Roma, Torino e Urbino. Email: emiliano.mandrone@istat.it. Le opinioni espresse dall’autore non impegnano l’Istituto d’appartenenza.
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