Le micro-aree di Trieste: una pratica contro le diseguaglianze sociali e di salute

Maria Grazia Cogliati Dezza, già Coordinatrice Sociosanitaria di ASUITS, ha presentato il progetto delle Micro-Aree di Trieste, all’evento “A misura dei luoghi e delle persone” che si è tenuto a Roma lo scorso 30 ottobre. 

HabitatMicroaree” è un programma di promozione della salute, del benessere e della coesione sociale, che prende avvio già alla fine del 1998 da un’intesa tra Comune di Trieste, Azienda sanitaria di Trieste (ASUITS), Azienda per l’Edilizia Residenziale Pubblica (ATER), e successivamente Comune di Muggia, con lo scopo di migliorare la qualità della vita degli abitanti di alcuni rioni “a rischio”, caratterizzati dalla rilevante presenza di caseggiati Ater, nei quali si registrava una forte concentrazione di disagio sociale e problematiche sanitarie. Il programma, realizzato in collaborazione dai tre enti promotori, prevede il coinvolgimento attivo della cittadinanza e del settore non profit operante sul territorio (Associazionismo, Volontariato, Cooperazione sociale), al fine di perseguire in modo capillare la riorganizzazione in senso territoriale e integrato delle modalità di intervento sociosanitario, con il coinvolgimento e la mobilitazione di tutte le competenze e le risorse disponibili (pubbliche, ma anche private, del terzo settore, della cittadinanza attiva, ecc.). A partire dal 2005 l’Azienda sanitaria decide di allargare l’iniziativa ad altre aree della città (10 aree, denominate “microaree”) e di destinare/distaccare ad ogni area un proprio operatore o operatrice dipendente, con funzioni di “referente”, mentre Ater e Comune di TS mettono a disposizione del progetto le figure dei portieri sociali e l’Ater i locali e gli appartamenti che fungono da “sede”. Il programma si è evoluto negli anni, superando, a partire dal Protocollo di intesa inter enti sottoscritto nel 2006 e più volte rinnovato, la sperimentalità e consolidandosi come azione ordinaria degli enti. Attualmente sono attive 17 microaree (tra i 500 e i 2.000 abitanti ciascuna, con elevati indici di fragilità sociosanitaria e prevalenza di caseggiati ATER), che, complessivamente, costituiscono una “lente d’ingrandimento” focalizzata sul 9% circa della popolazione dei Comuni coinvolti (una popolazione complessiva di quasi 20.000 abitanti). Il Programma agisce a livello comunitario per: rafforzare la domiciliarità, prevenire il disagio attraverso la cura e l’assistenza dei gruppi sociali maggiormente vulnerabili (minori, giovani e anziani); promuovere la coesione e lo sviluppo di capitale sociale, attraverso l’adozione di strategie e l’attivazione di iniziative di mutuo-aiuto tra attori non professionali, in modo da rafforzare le capacità dei singoli nell’affrontare e superare le problematiche personali e familiari; favorire lo sviluppo di forme di associazionismo e la partecipazione attiva della cittadinanza attraverso, ad esempio, il supporto ad iniziative quali i comitati di quartiere o la collaborazione con associazioni o altri soggetti del terzo settore già operanti nel tessuto cittadino; migliorare la qualità degli insediamenti a livello di manutenzione e arredo urbano. Nel complesso, l’approccio adottato è quello del community building, che per rafforzare il welfare locale punta a far incontrare a livello micro la domanda di servizi e le risorse pubbliche e/o private a disposizione.

 

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* Si ringrazia Maria Grazia Cogliati Dezza.
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