Lelio Basso

La persistente attualità dell’articolo 3 della Costituzione

Foto dall’archivio della Fondazione Basso.

L’intervento sottolinea la persistente attualità dell’articolo 3 della Costituzione per contrastare non solo la visione neo-liberista (come abbastanza ovvio), ma anche una visione riduttiva dell’uguaglianza di opportunità che è andata in questi anni diffondendosi a sinistra centrata sulle pari opportunità di accesso all’istruzione e alle più complessive condizioni per potere competere a armi pari sul mercato, a prescindere dalla famiglia d’origine. Tale visione sottovaluta l’influenza della distribuzione delle risorse sulla stessa opportunità di competere a armi pari nonché la pluralità di opportunità che contano oltre all’opportunità di competere a armi pari.

(Intervento a Reggio Calabria, il 23 novembre, 2017 nell’ambito dei Dialoghi sulla Costituzione organizzati dalla casa editrice Laterza)

 

Oggi mi concentrerò sul secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione ovvero sulla dimensione cosiddetta sostanziale delle condizioni che di fatto limitano l’uguaglianza dei cittadini, pur nel riconoscimento delle persistenti violazioni della stessa uguaglianza formale (basti pensare a violazioni dell’uguaglianza nel rispetto dei diritti civili).

 

La tesi che vorrei difendere concerne la persistente attualità dell’art. 3 della nostra Costituzione per contrastare sia la prospettiva neo-liberista sia una visione riduttiva di uguaglianza di opportunità che è andata diffondendosi in questi anni anche a sinistra.

 

Rispetto alla prospettiva neo-liberista, solo alcune brevi osservazioni. Cos’ha fatto tale prospettiva in questi ultimi decenni?

 

Ha pervicacemente svilito l’uguaglianza come se ricercarla volesse dire, parafrasando V. Hugo, rendere tutti uguali come medesimi fili d’erba, violando la libertà individuale e imponendo standard uniformi e omogeneizzanti che appiattiscono e sviliscono la ricchezza individuale.

 

Cosa fa, invece, l’art. 3? Contro l’ottusità e, aggiungerei, la malafede di tale posizione, mette chiaramente in evidenza come l’uguaglianza fondamentale, da rispettare e realizzare, sia quella della pari dignità sociale, da cui deriva la richiesta “di garantire a tutti le condizioni necessarie per il pieno sviluppo della persona umana e per la partecipazione dei lavoratori alla vita politica economica e sociale del paese”. Ora, come garantire pari dignità sociale e sviluppo della persona senza tenere conto delle differenze fra persone?

 

Vorrei, invece, dedicare qualche riflessione in più al contributo dell’art.3 nel mettere in discussione una visione di uguaglianza di opportunità che è andata diffondendosi in questi anni, anche a sinistra. Mi riferisco a una visione di uguaglianza come uguaglianza di opportunità intesa essenzialmente come livellamento del campo da gioco all’ingresso nel mercato, livellamento da attuare, soprattutto, attraverso il contrasto alla povertà dei minori e la garanzia dell’accesso all’istruzione a prescindere dalla famiglia d’origine.

 

Non voglio certamente sminuire l’importanza dell’istruzione e del contrasto alla povertà. Dall’ultimo rapporto di Save the children, sappiamo che nel nostro paese quasi 1,3 milione di minori sono in povertà assoluta (1.292.000) ovvero il 12,5% del totale. I bambini e ragazzi poveri sono il 13,7% al Sud, 12% al Nord e 11,6% al Centro. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono quintuplicate negli ultimi dieci anni e una famiglia di origine straniera con bambini su tre vive in queste condizioni. Il dato ancora più preoccupante è quello della povertà relativa: nel 2016 i minori poveri sono il 22,3% (dato in crescita anch’esso).

 

Rispetto all’istruzione, oggi il tasso di uscita precoce dal sistema d’istruzione (15-24 che non studia) è attorno al 4% per i figli di genitori con professione qualificata, e sale a oltre a 30% per chi ha genitori occupati in professioni non qualificate. Ancora, negli istituti con indice socio-economico-culturale più basso, oltre 1 quindicenne su 4 è ripetente, mentre il dato scende a 1 su 23 negli istituti con indice alto. A 15 anni quasi 1 studente su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura e il valore è 8 volte superiore a quello per i coetanei cresciuti in famiglie agiate. I tassi in discesa dell’abbandono obbligo, sono attorno a 15% ma salgono oltre 35% migranti.

 

Contrastare questa situazione è, evidentemente cruciale e il contrasto è parte integrante di ciò che ci chiede l’art. 3. Ciò nondimeno, l’art.3 ci porta a vedere almeno due blocchi di limiti di una concezione di uguaglianza di opportunità basata sul contrasto alla povertà dei minori e sul diritto di tutti all’istruzione, a prescindere dalla lotteria sociale.

Il primo blocco include limiti interni. Ipotizziamo di convenire sulla mera desiderabilità del livellamento iniziale. Ebbene, la richiesta di più uguaglianza di accesso all’istruzione potrebbe essere, a tal fine, del tutto inefficace. Perché?

 

Da un lato, più aumentano le disuguaglianze economiche, più potrebbe essere difficile garantire uguali chance di istruzione dei figli. Questo avviene per diverse cause: aumento distanze da colmare; connessione fra disuguaglianza di reddito e ricchezza e segmentazione territoriale con connessa polarizzazione nella qualità dei servizi di istruzione e dei più complessivi contesti sociali in cui i giovani interagiscono; indebolimento della sostenibilità politica della redistribuzione. Dall’altro lato, la famiglia d’origine continua a influenzare le opportunità anche a parità d’istruzione.

 

In breve, la visione dell’uguaglianza come livellamento del campo da gioco sottovaluta l’influenza della distribuzione delle risorse, e dunque, della struttura delle opportunità di mercato, sulle possibilità stesse di realizzare gli interventi necessari al livellamento.

 

Ad esempio, se la struttura delle opportunità diventa sempre più disuguale come sta avvenendo oggi, ossia minore diventa la quantità di posti buoni allora, l’aspirazione legittima dei genitori ad aiutare i figli si tramuta per i più ricchi in un maggiore sforzo a non fare cadere i propri figli (e dunque, in una resistenza a aiutare chi sta peggio). Reerdon la concettualizza come “opportunity hoarding” secondo cui “children from better-off families are effectively able to hoard the best opportunities in the labour market, limiting the opportunity for upward relative mobility for children from less advantaged family backgrounds”. Alcuni dati, per gli Usa. Tra i nati negli anni ’40, il 90% aveva una migliore situazione dei genitori. Per i nati negli anni ’80, è vero solo nel 50% dei casi. In Italia, il rapporto fra redditi delle persone fra i 64-60 e 34-30 è cresciuto del 25% a svantaggio dei più giovani da metà anni ‘80 a metà anni 2010, sebbene non vadano sottovalutate le disuguaglianze fra gli anziani (cfr. OCSE, Aging unequally). I dati della Social Mobility Commission del Regno Unito vanno nella stessa direzione.

 

Il che ci porta all’attualità dell’indicazione dell’art.3 circa la rimozione degli ostacoli economici e sociali, la quale è indispensabile ai fini stessi del livellamento del campo di gioco.

 

Il secondo blocco di limiti concerne, invece, limiti che potremmo definire esterni. S’ipotizzi, al riguardo, di avere garantito il livellamento. Ebbene, potremmo comunque ritrovarci in una situazione dove il mercato offre tantissimi lavori cattivi e pochi lavori buoni. Se l’accesso ai lavori fosse indipendente dall’origine sociale, l’uguaglianza di opportunità sarebbe realizzata. Ma ci basta, sotto il profilo della giustizia sociale?

 

Seguendo l’art. 3 la risposta, mi pare, debba essere negativa, trattandosi di una struttura di opportunità che negherebbe la pari dignità sociale di molti. Da qui, l’importanza di occuparsi della rimozione degli ostacoli economici anche come obiettivo in sé, a prescindere dal livellamento iniziale.

 

Ancora, l’accesso al gioco di mercato non è solo una delle tante opportunità che contano per tutti? Non contano anche altre opportunità non competitive quali la garanzia per tutti della possibilità d’accesso alle cure sanitarie, di vita in quartieri decenti, di perseguire attività non mercantili di cura, sia essa dei familiari, di altri individui o dell’ambiente.

 

Ebbene, di nuovo, ci viene a sostegno l’art. 3. Se il fine è quello del pieno sviluppo della persona umana, questo insieme più complessivo di opportunità deve contare. Non solo, se tali opportunità contano, per tutti, allora la pari dignità sociale richiede che a tutti siano assicurate e diversamente il rischio è quello di attuare interventi e politiche che producono disuguaglianze come si dice nel libro “capricciose”, a loro volta, fonte di meri privilegi.

 

Gli esempi nella storia anche recente del nostro welfare non mancano. Basti pensare alla proliferazione delle misure ad hoc, per particolari classi di pazienti a scapito di altri, per alcuni lavoratori che possono accedere al welfare aziendale e non per altri, per alcune famiglie con figli ma non per altre…

 

Certo, occorre tenere conto delle differenze fra soggetti, pur con tutte le difficoltà discusse nel libro. Ad esempio, non si prescrive certo l’insulina a chi non è diabetico. Un conto, tuttavia, è, sulla base della pari dignità sociale, stabilire cosa garantire a tutti noi, qualora ci trovassimo in determinate circostanze. Un altro è seguire le richieste dei singoli gruppi che avanzano le loro richieste nella sfera pubblica sulla base di meri “io lo voglio”. La sfera pubblica non è un mercato dove la disponibilità a pagare e gusti idiosincratici sono sovrani, al contrario, le preferenze vanno “lavate” tenendo conto della pari dignità sociale di altri cui non possiamo imporre il costo della soddisfazione delle nostre preferenze.

 

Aggiungo che se la pari dignità sociale è il valore fondamentale, che sorregge l’intero edificio istituzionale, allora tale valore deve essere rispettato e promosso in modo coerente, come diceva Rousseau, anche lui ben ricordato nel testo, le virtù non nascono in un vacuum, il che comporta la giustificazione di spazi pubblici dove i diversi si incontrano sulla base della pari dignità sociale, non solo reddito o servizi privati rivali.

 

E, ultimissima nota, vorrei ricordare come, seppure con il contributo insostituibile di Lelio Basso, un piccolo gruppo di comunisti e cattolici negli anni 40 abbia dato origine, con l’art. 3. a una visione di uguaglianza che risuona oggi in tante posizioni ritenute nuove, ma che in quell’articolo sono assolutamente presenti.

 

Tre esempi. Si discute oggi dei limiti del paradigma redistributivo e necessità del riconoscimento, ma cosa indicano se non questo le parole “pari dignità sociale” e “persona”? Si discute della desiderabilità del paradigma seniano dell’uguaglianza di capacità, ma cosa sono le capacità se non le condizioni per il pieno sviluppo della persona umana? Si discute di pre-distribuzione, ma cosa è la pre-distribuzione se non rimozione almeno di alcuni ostacoli o barriere all’entrata nei mercati?

 

In conclusione, contro l’idea che tutto deve cambiare, l’art. 3 resta attualissimo come orizzonte programmatico per il contrasto alle disuguaglianze. Semmai, intristisce che si sia così persistentemente e diffusamente tradito il mandato costituzionale.

 

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Redazione

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