Diritti Umani Ambientali, Giustizia Ambientale e Imprese

Attorno al concetto di “diritti umani ambientali” è partita una nuova ricerca che indaga sulle responsabilità degli attori non-statali nella violazione di tali diritti grazie alle mobilitazioni e alle denunce della società civile organizzata.

Che non ci possa essere giustizia sociale senza giustizia ambientale e viceversa, lo hanno ricordato a metà ottobre Fabrizio Barca e Legambiente nel presentare alcune proposte per la legge di bilancio 2020, affermando che le disuguaglianze che producono ingiustizia si combattono soprattutto creando le condizioni ambientali per una vita dignitosa, e che le politiche ambientali non possono che porsi come obiettivo primario quello di migliorare la vita di coloro che più esposti alle ingiustizie derivanti dal cambiamento climatico.

 

Queste condizioni non si ottengono però soltanto attraverso la tutela dei diritti che garantiscono condizioni materiali adeguate (come il diritto alla casa, al cibo, all’acqua potabile…), ma anche attraverso il soddisfacimento di diritti procedurali (come il diritto all’informazione, alla partecipazione politica, alla tutela legale e al risarcimento dei danni). Lo ha affermato con chiarezza ormai da alcuni anni l’ex-Special Rapporteur delle Nazioni Unite su Diritti Umani e Ambiente, John Knox, che ha proposto il concetto di Diritti Umani Ambientali segnalando la rilevanza degli aspetti procedurali per la tutela di condizioni di vita socio-ecologiche dignitose; e la responsabilità degli attori non statali (in particolare imprese multinazionali o transnazionali) nella violazione di tali diritti, la cui responsabilità dovrebbe essere indipendente dagli obblighi assunti dagli Stati.

 

Relativamente ignorato dal mainstream post-politico degli organismi internazionali, la proposta di Knox è ora oggetto di una ricerca su Diritti Umani Ambientali, Giustizia Ambientale e Imprese realizzata da Chiara Certomà (Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) con Federico Martellozzo (Università di Firenze) e Roberta Gemmiti (Università La Sapienza di Roma). Il lavoro prende le mosse dall’analisi delle radici del concetto di Diritti Umani Ambientali avanzato già alcuni anni prima da alcune organizzazioni ecologiste (un esempio) e portato avanti attraverso le lotte sui territori dai difensori di diritti umani e dagli ecologisti in tutto il mondo. Stabilendo così la relazione tra la cospicua produzione di Knox dal 2012 al 2017 e la teoria della giustizia ambientale, nel quadro più ampio dell’Ecologia Politica, prima di tutto la ricerca ribadisce che lo sviluppo sostenibile non sarà mai realizzabile fuori da condizioni di giustizia, sia nei suoi aspetti distributivi (i risultati dell’ingiustizia), che negli aspetti processuali e dinamici (il processo che produce l’ingiustizia); e, inoltre, si vuole mostrare quali relazioni di potere generano dal locale al globale i circoli viziosi di degrado ambientale e povertà economica, sociale e culturale.

 

Per indagare la responsabilità degli attori non statali nella violazione (accertata o denunciata) di Diritti Umani Ambientali, in considerazione dell’assenza di dati comprensivi e strutturati, i ricercatori fanno riferimento ai conflitti, alle dispute e alle controversie ambientali, mappate dalla società civile (ad esempio EJAtlas) e dalle società di consulenza internazionale. Insieme a un’analisi di carattere geografico basata sul’individuazione di raggruppamenti spaziali dei conflitti (ad esempio, in base a tipologia di violazioni, di diritti violati, di soggetti coinvolti…) e all’individuazione dei legami causali, il lavoro suggerisce che le condizioni di ingiustizia ambientale e sociale che producono l’emergere di conflitti possono essere affrontate anche attraverso il rafforzamento del ruolo delle linee guida prodotte dagli organismi internazionali (ad esempio i Guiding Principles on Human Rights and Business); oltre a ri-affermare la necessità di individuare un soggetto in grado di esercitare l’azione penale a livello internazionale nel caso di violazioni di Diritti Umani Ambientali.

 

La struttura della ricerca è stata presentata alle Giornate della Globalizzazione promesse dalla Società di Studi Geografici presso l’Università di Trieste.

*Chiara Certomà è assegnista di ricerca presso il Sustainable Management Lab -Scuola Sant’Anna di Pisa e ricercatrice associata presso il Center for Sustainable Development dell’Università di Gent, il Resilient and Sustainable Infrastructure dell’University di Waikato e l’Earth System Governance Network dell’Università di Lund. È interessata alle cause, alle manifestazioni e alle misure di mitigazione dell’ingiustizia sociale, spaziale e ambientale, insieme ai relativi conflitti socio-ambientali che ne derivano. Attualmente sta analizzando in quali condizioni i processi di innovazione sociale sono funzionali alla realizzazione degli obiettivi di transizione verso la sostenibilità, specialmente quando i problemi socio-ambientali richiedono la collaborazione di diversi attori sociali nella pianificazione partecipata e nella governance delle infrastrutture e dei servizi urbani. Su questi temi è stata invitata come guest professor in Giustizia Spaziale e Ambientale e Pianificazione Urbana presso l’Università BOKU di Vienna, e come visiting researcher presso la Open University, il Rachel Carson Center for Environment and Society dell’Università di Monaco e il Dipartimento di Architettura e Urbanistica dell’Università di Gent.
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