A dieci anni dalla crisi più disuguaglianze e meno democrazia

Come ridare dignità alle persone? La Rete dei Numeri Pari mette al centro i più fragili proponendo il Reddito di Dignità, i servizi sociali fuori dal calcolo del patto di stabilità e una riacquisita centralità nel bilancio del paese della spesa sociale. Allo stesso tempo, la Rete porta avanti attività di mutualismo solidale in molte città, promuovendo gratuitamente diverse attività quali mense, doposcuola, corsi di italiano, casse di mutuo soccorso e laboratori di teatro.

 

Un contributo di Giuseppe De Marzo*

L’aumento di disuguaglianze economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economico neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà, a dieci anni dalla crisi, ci racconta di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza.

 

Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione e il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio e sono aumentate le disuguaglianze. In questi luoghi, a causa dei tagli al sociale, del peggioramento dei servizi e della latitanza delle istituzioni, cresce la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano ad una guerra tra poveri e alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati e alle vittime. E’ quello a cui oggi assistiamo.

 

I dati di una povertà che cresce

 

I numeri di questi anni sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto Istat denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato i 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il Censis segnala come oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se confrontiamo la nostra condizione a quella degli altri paesi, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento della classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi dieci anni di crisi.

 

Lavoro e reddito

 

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016. Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono pessime. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta. E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita della forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa ed a ridurre i redditi ed i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy”, i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning”, sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di un’enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi ad un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensioni, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà. Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. E’ questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti.

 

Il Reddito di Dignità

 

La Rete dei numeri pari chiede di introdurre anche nel nostro paese una forma di reddito minimo garantito, come già avviene in quasi tutta Europa. La proposta è stata avanzata già cinque anni fa dalla campagna Miseria Ladra, promossa da centinaia di realtà sociali, centri di ricerca, amministratori locali, decine e decine di deputati della scorsa legislatura, e sostenuta da oltre 100 mila cittadini che avevano firmato la petizione quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese iniziava a raggiungere numeri mai visti nella storia repubblicana e metteva seriamente in discussione il principio fondante della nostra Carta: l’intangibilità della dignità umana. La proposta di introdurre anche nel nostro paese quello che abbiamo chiamato Reddito di Dignità risponde a questa esigenza irrinunciabile. E l’abbiamo fatto non solo per quello che la Carta definisce “obbligo alla solidarietà”, ma perché convinti che l’introduzione del Reddito di dignità sia l’unica strada per garantire nell’immediato e nell’attuale ordinamento protezione adeguata alla persona ed ai sistemi produttivi. Per capirci, sia l’unica in grado di tenere insieme dinamismo economico e sociale. Ed è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, attraverso centinaia di assemblee, sulla base di quanto già avviene in tutta Europa, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi.

Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei ed attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze ed i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri e erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi. Perché l’odio non è mai dato, ma viene costruito.

 

Il contratto di Governo

 

Rispetto alle questioni menzionate, nel contratto non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali ma di ulteriore razionalizzazione della spesa pubblica che in maniera sbagliata e ipocrita si dipinge come un costo da ridurre, ignorando che compito prioritario del governo è garantire i diritti sociali previsti dalla Costituzione (poi eventualmente il rientro sul debito). Sulle politiche fiscali, la Flat Tax proposta dal governo avrà come unico impatto quello di regalare tra i 50 e gli 80 miliardi ai ricchi, tagliando di conseguenza risorse per la spesa sociale, per il sostegno al reddito, per le politiche attive sul lavoro, per l’utilizzo sociale dei beni confiscati.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, nel contratto il governo propone una classica misura di “workfare”, condizionata all’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro. Siamo lontani anni luce dal Reddito Minimo Garantito. Nonostante il M5S avesse sostenuto per anni la nostra stessa proposta, la misura nel contratto assomiglia moltissimo al Rei (reddito di inclusione sociale), portata avanti dal governo Renzi-Gentiloni e aspramente criticata insieme a noi proprio dal M5S, perché ritenuta una misura sbagliata, sottofinanziata, che viola i principi stabiliti in materia dal PE: dall’individualità della misura, alla condizionalità, alla temporalità, alla cifra erogata ed alle forme di reddito indiretto previste (i pilastri sociali europei affiancano al rmg la garanzia del diritto all’abitare ed un’offerta di servizi essenziali di qualità). Uno strumento che invece di liberare l’autonomia della persona e garantirne la dignità, questo è lo scopo del rmg, diventa una odiosa misura di ricatto, controllo e sfruttamento dei più poveri.

Su come contrastare le politiche di austerità il contratto non contiene nulla. Non vi è traccia di lotta all’austerità e di misure puntuali. Eppure anche qui il M5S ha sostenuto la nostra campagna del 2016, (im)Patto Sociale, in cui chiedevamo la modifica dell’art.81 e, soprattutto, che i servizi sociali fossero messi subito fuori dal calcolo del patto di stabilità, così da garantire l’azione dei Comuni nel contrasto alla povertà. Prima i diritti delle persone, e poi i diritti della finanza speculativa dicevamo anni fa. Il contratto e la nuova squadra di governo sono invece la garanzia offerta ai mercati internazionali di continuare con le stesse politiche di austerità, con il conseguente aumento delle disuguaglianze.

 

Siamo da oltre dieci anni immersi nella più grande crisi del modello economico capitalista, dalla quale ci stanno facendo uscire con meno diritti, meno cultura e meno democrazia per garantire i profitti e le rendite delle élite economiche e finanziarie. Questo il cuore del problema, su questo vogliamo confrontarci, al di la dello storytelling che ha sostituito la politica e punta invece sulle emozioni, cercando di trovare le parole giuste, piuttosto che le soluzioni. Lo storytelling implica la sospensione del giudizio, escludendo riflessione e discussione. Il pregiudizio, in assenza di capacità di giudizio, è l’unica cosa che vale. Così mentre ci fanno credere di essere in un’epoca post-ideologica, dove destra e sinistra non ci sono più, e le emozioni sostituiscono le idee, sono invece le diverse opzioni interne alle destre che comandano e si disputano il terreno dell’egemonia. Questo contratto di governo dunque, si pone in continuità con tutte le altre misure che hanno determinato la crisi e lascia inalterati i meccanismi che dilatano le disuguaglianze.

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Giuseppe De Marzo è attivista, economista, giornalista e autore di saggi sulla giustizia ecologica e ambientale come “Buen Vivir. Per una nuova democrazia della Terra”e “Anatomia di una Rivoluzione”, tra gli altri. È il coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, che raggruppa circa 400 realtà del sociale impegnate contro le disuguaglianze e la povertà. Coordina la campagna per l’introduzione anche in Italia del “Reddito di Dignità”, ed è il responsabile nazionale di Libera per le Politiche Sociali.

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