Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Nelle prossime settimane la Commissione europea pubblicherà la propria proposta di revisione dell’EU ETS, il meccanismo europeo di scambio di quote di emissione, che attualmente include 10.000 impianti in Europa che rappresentano circa il 40% delle emissioni UE. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea cercherà a quel punto di raggiungere una posizione comune tra gli Stati membri entro dicembre 2026, al fine dell’obiettivo del “net zero” (emissioni nette di gas serra pari a zero) al 2050. L’ETS quindi si inserisce pienamente entro questa prospettiva.
Vent’anni di ETS: cosa ha funzionato?
L’ETS ha quattro meriti principali: il primo è di aver contribuito a ridurre le emissioni dei settori coinvolti (generazione di elettricità e calore, manifattura industriale, trasporto aereo civile) di circa il 50% dal 2005, mentre l’economia europea è cresciuta negli stessi anni di circa il 27%. Secondariamente, il prezzo della CO2 è stato armonizzato a livello europeo, favorendo una più equa competizione tra le imprese e aumentando l’integrazione europea. Terzo, l’ETS è stato pensato anche come un meccanismo di redistribuzione: i proventi delle aste con cui vengono vendute sul mercato le quote di emissione entrano direttamente nelle casse degli Stati membri che hanno l’obbligo legale di utilizzarle per la riduzione delle emissioni o della povertà e delle diseguaglianze energetiche. Infine, l’ETS è un esempio nel mondo: ad oggi 41 Paesi, dall’Asia al Nord America, hanno scelto d’istituire mercati del carbonio prendendo spunto da quello europeo. Ciò significa che una crescente armonizzazione tra le politiche climatiche sta già avvenendo a livello internazionale, rendendo più comparabili le strategie di riduzione per raggiungere un obiettivo che non è europeo, ma globale.
L’attacco all’ETS
Eppure, in questi ultimi mesi le critiche al meccanismo sono fortemente aumentate e alla vigilia della presentazione della proposta di revisione, prevista per il 17 luglio, le spinte per indebolirlo sono sempre più forti. L’Italia ne ha richiesto esplicitamente la sospensione insieme ad altri Paesi europei come Ungheria e Slovacchia, mentre altri come Svezia e Spagna difendono un meccanismo che rappresenta il cuore delle politiche climatiche europee. Al centro della revisione vi è l’obiettivo di adattare il meccanismo alle sfide del decennio 2030-2040. La questione della gestione del prezzo del carbonio è centrale: si dovrà bilanciare la necessità di ridurre la volatilità del prezzo e contenerne la crescita, preservando la capacità dell’EU ETS di indirizzare investimenti e innovazione attraverso un prezzo della CO₂ che continui a rendere conveniente investire nella transizione energetica.
La riscoperta dell’ETS dopo 20 anni dalla sua introduzione da parte dei governi e dei grandi gruppi industriali non nasce dal nulla, ma ha origine nell’aumento del prezzo della CO2 negli ultimi anni, che attualmente si attesta intorno agli 80 euro/tCO2eq, rispetto ai 24 euro/tCO2eq del 2019. In poche parole, il meccanismo inizia a dare un vero segnale di prezzo, che avvantaggia chi ha investito nelle tecnologie pulite e ha efficientato i processi produttivi. La riduzione lineare sopramenzionata sta iniziando a rendere le quote sempre meno disponibili (-4,4% all’anno dal 2028) e la stima è quella di un azzeramento delle quote verso il 2040. In queste condizioni, rimandare la transizione energetica diventa sempre più costoso. Se sommiamo queste considerazioni agli alti prezzi dell’energia e alla struttura delle tariffe energetiche che rendono meno indicato investire nelle rinnovabili rispetto al gas in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, è comprensibile da dove nasca l’opposizione verso questa misura. In breve, l’argomento è che l’ETS aumenta i costi di produzione e rende le imprese meno competitive.
Tuttavia, questa dicotomia tra competitività e transizione energetica è frutto più di logiche di profitto a brevissimo termine che di volontà di ottenere reali benefici. L’ETS è uno strumento necessario per affrontare le cause profonde della crisi dei prezzi energetici, cioè la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Per esempio, riutilizzare i proventi ETS per incentivare la decarbonizzazione delle imprese e dare servizi ai cittadini intervenendo sull’aumento della capacità rinnovabile e sull’efficientamento energetico garantirebbe più indipendenza energetica subito, riducendo l’esposizione a crisi geopolitiche in un contesto di elevato debito pubblico e una pressoché stagnante crescita economica (+0,5% nel 2026 secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio).
Italia: 18 miliardi incassati, il 9% reinvestito nel clima
In Italia le aste ETS hanno generato circa 18 miliardi di euro tra il 2012 e il 2024 per le casse dello Stato; tuttavia, dalle rendicontazioni pubbliche emerge che solo 1,6 miliardi di euro, pari al 9% del totale, sono stati indirizzati verso misure climatiche chiaramente tracciabili, nonostante l’obbligo di legge. Si consideri che, oltre all’obbligo di trasparenza, la normativa prevedeva anche di dedicare il 50% dei proventi a politiche climatiche (trasporti, rinnovabili, efficienza energetica), mentre dall’ultima revisione nel 2024 il 100% dei proventi deve essere destinato alla decarbonizzazione; obbligo che finora è stato disatteso. Realizzarlo renderebbe l’ETS un vero meccanismo di finanziamento della decarbonizzazione, a sostegno anche delle imprese.
Tra i sostegni, un posto centrale è occupato dalla ristrutturazione delle componenti fiscali e parafiscali delle bollette energetiche. Ridurre il prelievo sul vettore elettrico rispetto a quello fossile, rendendolo più conveniente, rimuoverebbe un blocco non indifferente alla propensione delle imprese a investire in tecnologie pulite. A titolo di esempio, le famiglie in Italia pagano sull’elettricità tasse e oneri circa 4 volte superiori rispetto al gas, mentre per molte imprese il divario arriva anche alle 20 volte.
Infine, se consideriamo gli scenari più cupi di aumento delle temperature e i costi degli eventi climatici estremi, è l’ETS che in Europa (e in Italia) ha contribuito al maggior calo delle emissioni. Nei settori coperti da politiche nazionali rientranti nella direttiva sulla Condivisione degli Sforzi (Effort Sharing Regulation), quindi in primis residenziale e trasporti, le emissioni sono calate meno. Le politiche pubbliche in questi settori hanno difficoltà, per come sono strutturate attualmente, a portare benefici concreti in termini di riduzione dei gas serra. Basti pensare che in Italia le emissioni del settore residenziale sono stabili mentre quelle del settore dei trasporti sono in continua crescita, salvo qualche oscillazione, dal 1990.
La revisione dell’ETS dovrà quindi raggiungere un delicato equilibrio tra sollievo della pressione su settori industriali già in crisi e mantenimento dell’efficacia di uno strumento che nel medio e lungo periodo è un elemento chiave per risolvere alla radice il problema di competitività generato dalla dipendenza dai combustibili fossili. Sicuramente l’ETS può essere rivisto per evitare che diventi uno strumento troppo rigido tra un decennio, restando nei fatti una semplice tassa sulla CO2 per le imprese. Il gettito che ne deriva potrebbe invece contribuire notevolmente a sostenere le imprese e ridurre le diseguaglianze. Tuttavia, i tentativi di sospensione e d’indebolimento del meccanismo rischiano d’individuare un nemico in quello che, pur con alcuni difetti, è stato ed è un alleato per costruire una società più resiliente e meno dipendente da crisi geopolitiche, disuguaglianze ed eventi climatici estremi.
Foto di Paula Prekopova su Unsplash










