Un territorio vuoto di giovani è un territorio ai margini

Barbara Collevecchio

In Italia molti giovani vivono, anche a causa della pandemia, un disagio crescente. Non basta dire “bisogna ascoltare i giovani” oramai è una frase vuota, una mera formula. Serve il fare, un fare che li renda attivi, concreti motori e proponenti di soluzioni

Tornata in Italia da Berlino, città vissuta e animata da giovani pieni di iniziativa e coinvolgenti, dove tutto si trasforma in azione collettiva, mi sono trovata a vivere  in un quartiere medio alto, principalmente vissuto da adulti e anziani. Il primo lungo impatto è stato deprimente perché la mancanza visiva e uditiva della presenza giovanile si trasforma in una piattezza emotiva e rende i luoghi meno animati. Per lavoro attraverso mezza Roma e prima del Covid usavo i mezzi pubblici. Viaggiare e scendere nella Roma più verace era un viaggio antropologico: cambiava non solo lo scenario fisico ma anche il contesto emotivo. Dove ci sono i giovani e dove permeano i territori, c’è un movimento vitale che si sente nell’aria, tutto si ravviva e il ritmo di vita si colora.

 

Lavoro come psicologa in una comunità per minorenni in difficoltà psico-sociali, Il Fiore del deserto, animata dalla fondatrice, Vittoria Quondamatteo che ha dedicato ai giovani italiani e africani, tutta la sua esistenza. Credo che se non avessi conosciuto lei e Fabrizio Barca con tutta la compagnia del Forum Disuguaglianze e Diversità, forse sarei tornata subito a Berlino. Perché se è vero che una vita piena deve vibrare all’unisono con l’esistenza del mondo, se è vero che abbiamo un senso se troviamo la nostra collocazione nel mondo, è molto difficile per me respirare un paese che emargina gli adolescenti e le fasce più giovani della sua popolazione.

 

Non è giovanilismo il mio, ma amore e bisogno di mantenere vivo quello che Carl Gustav Jung, chiamava Puer. L’archetipo del Puer, come tutti gli archetipi della nostra psiche, ha un lato buono e uno inferiore. Perché è importante mantenerlo vivo? Perché se perdiamo il contatto con il nostro ragazzo o ragazza interiore, perdiamo l’entusiasmo, lo stupore, la meraviglia e anche quella paura di cui parlava Severino, paura al cospetto dell’immenso sconosciuto che poi ci spinge a fare filosofia, a pensare, a cercare con curiosità e trovare soluzioni impensabili. Questa società narcisista crede che mantenersi giovani sia importante dal punto di vista esteriore: per piacere. Invece dobbiamo mantener vivo il contatto con la nostra giovinezza psichica e curiosità e afflato erotico nei confronti della vita.

 

Un territorio vuoto di giovani è un territorio ai margini, morente. E questo l’ho imparato collaborando con l’associazione Riabitare l’Italia che proprio in questi mesi sta svolgendo una ricerca importante sui bisogni e i sogni dei giovani che vivono e riabitano le aree interne italiane. Giovani che si inventano un mestiere cucito sartorialmente su territori dimenticati dai più, giovani che tornano a vecchi mestieri con nuove sapienti energie. Chi ha scritto prima di me, Tantillo e Barbera, lavorano da tempo con amministratori, sindaci, cittadinanza che dal basso, vivificano il nostro paese.

 

Un paese che non emerge mai nei media, sempre protesi a descrivere il globale, e quasi mai incuriositi a descrivere i luoghi del vero abitare, dove le persone, unite, fanno comunità, innovazione e ricercano soluzioni alternative ad un vivere alienante. Eppur si muove, mi verrebbe da dire, leggendo gli articoli di Tantillo e Barbera. Eppure questa Italia così divisa, con territori e fette di popolazione così silenziati, si muove e bolle. Così come si muove la scena musicale giovanile italiana, che grazie ai ragazzi che seguo in comunità, oramai conosco così bene.

 

Giovani che si tagliano (il cutting tra minorenni ha raggiunto numeri terribili, così come i tentati suicidi e l’uso di psicofarmaci), giovani che si drogano con lo Xanax e mix di psicofarmaci. Giovani che non urlano più, costretti a sentire solo la loro Eco, perché al cospetto di adulti Narcisi. Narciso non poteva ascoltare l’altro da Sé, ed Eco poteva solo emettere parole castrate. Questo, a mio avviso è la metafora di ciò che stiamo vivendo.

 

Ed è troppo facile nominare i giovani solo quando si propone di abbassare l’età per il voto o in anonime statistiche o quando emergono fatti di cronaca. Il primario di neuro psichiatria infantile dell’ospedale Bambin Gesù ha lanciato mesi fa l’allarme ricoveri, psicologi, psichiatri, operatori sociali e finanche genitori chiedono da tempo più servizi territoriali: accoglienza, ascolto, rete e comunità. Ma dire: “bisogna ascoltare i giovani” oramai è una frase vuota, una mera formula. Serve il fare, un fare che li renda attivi, non partecipi, ma concreti motori e proponenti di soluzioni. Allora servirebbe non creare formule vuote ma contenitori dove lasciare che il lato positivo del Puer si attivi. Protos-agonè: il protagonista nell’antico teatro greco era il primo nell’agone. Se riattiviamo l’energia positiva di questi ragazzi dandogli spazio, non creando contenitori preconfezionati ma lasciandoci influenzare, scendendo nell’agone con loro, a fianco, non davanti, forse potrebbe ricominciare a scorrere linfa vitale nei nostri luoghi sia mentali che fisici. Forse potremmo spezzare questo nichilismo suicida e lasciarli urlare. Perché credetemi, quando i ragazzi non si ribellano più se non facendo male a loro stessi, c’è qualcosa di molto grave che non stiamo ascoltando.

* Barbara Collevecchio, psicologa e partner di progetto di Forum Disuguaglianze e Diversità
 
* Foto di Kevin Schmid su Unsplash  
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