L’intreccio tra temi ambientali e sociali sui territori al centro di un nuovo protagonismo politico dei giovani

Filippo Tantillo

I giovani sui territori propongono una nuova visione politica che connette fortemente i temi ambientali, sociali e culturali, ma una parte della classe dirigente non la riconosce o la avversa apertamente. Dare loro spazio e voce in capitolo è una questione sostanziale di equità ma anche di coesione sociale e lotta alle diseguaglianze

Da anni percorro l’Italia in lungo e in largo. Da anni incontro persone validissime: maestri geniali, amministratori esperti e motivati in grado di organizzare servizi pubblici intorno ai bisogni delle persone, cittadini attivi sui beni comuni, imprese che hanno trovato la strada per la sostenibilità ambientale sociale e che sono in grado di fornirci le coordinate verso una reale transizione ecologica dell’economia.

 

Sono storie poco raccontate, che in molti non conoscono, eppure vale la pena di far emergere quanto negli scorsi anni una nuova riflessione, concentrata sull’intrecciarsi dei temi ambientali e sociali, è stata in grado di coniugare senso civico, spirito di servizio, pragmatismo ed efficienza economica. Una riflessione che ha riportato delle vittorie sui territori, dalla chiusura di impianti inquinanti, alla costruzione di politiche per un più equo accesso ai diritti di cittadinanza, alla rigenerazione ad uso sociale degli spazi abbandonati e destinati alla speculazione nei luoghi marginalizzati del paese, alla nascita di nuove imprese che hanno fatto di questo intreccio il motore della loro crescita.

 

Una nuova visione che per la prima volta nella storia rischia di diventare egemone nel senso comune, al punto che ha coinvolto anche milioni di adolescenti grazie a Greta Thunberg, ma che parte della classe dirigente del paese non riconosce come propria, avversandola: anche in settori di questo governo sembra riprendere vigore l’antica prassi trasformista che punta a piegare questo vento di cambiamento alla stabilizzazione degli equilibri tradizionali di potere e che si manifesta attraverso una politica economica regressiva. Si parla nuovamente di concentrare gli investimenti solo nei segmenti più ricchi della società e del territorio, per fare scuole più selettive, università competitive, ospedali all’avanguardia, attrezzare siti culturali per eventi remunerativi, al prezzo di un aumento del consumo del suolo, della riduzione dei servizi pubblici, e della compressione del costo del lavoro.

 

Ormai sappiamo che sono proprio queste le politiche all’origine della crescita delle diseguaglianze. Quasi una “controrivoluzione preventiva”, prassi non nuova nella storia dei rapporti di classe nel nostro paese, che punta ad azzerare le speranze di cambiamento.

 

C’è invece bisogno di raccogliere la richiesta di un nuovo protagonismo politico che proviene dai giovani e che prende spunto dalle pratiche di territorio e da quell’economia diffusa che permette al nostro piccolo paese di competere nell’economia globale, e che rappresenta la migliore promessa per il futuro. In gioco c’è una questione di equità, in un paese dove segmenti sempre più grandi di cittadinanza vengono marginalizzati nelle scelte che riguardano i luoghi dove vivono. E c’è poi una questione di fiducia, una fiducia, obiettivo esplicito delle politiche di Coesione europee, che si era sorprendentemente attivata nella reazione alla prima fase della pandemia, e che ora appare dispersa per l’incapacità della politica di coglierne la portata progressiva.

 

Un nuovo protagonismo politico che richiede però un salto di qualità nell’organizzazione delle istanze, ed è interesse delle istituzioni democratiche farsene carico attraverso la costruzione di spazi di dialogo strutturato fra istituzioni e cittadinanza, superando anche le resistenze di un terzo settore tradizionale spesso più preoccupato del proprio posizionamento, della costruzione di piccoli spazi di rendita, che dell’efficacia delle proprie istanze. Un confronto poco ideologico, estremamente pragmatico, che sappia incorporare anche la discontinuità e la radicalità delle proposte che provengono dal paese, la loro non negoziabilità, e che restituisca alla politica lo spazio per svolgere al meglio la propria funzione, quella di fare sintesi.

* Filippo Tantillo, ricercatore INAPP e partner di progetto del ForumDD 
* Foto di Jared Sluyter su Unsplash  
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