Visione, creatività, concretezza: l’innovazione sociale radicale made in Italy che la politica non coglie

Filippo Barbera

In giro per l’Italia è grande la varietà territoriale delle esperienze di innovazione sociale radicale. Ma perché queste esperienze non diventano classe politica?

Nei primi incontri che hanno segnato la nascita del “Collettivo per l’economia fondamentale”, i colleghi degli altri paesi europei ci dicevano che il loro interesse per il nostro paese risiedeva soprattutto nella generosa varietà territoriale delle esperienze di innovazione sociale radicale che, dal loro osservatorio, ci caratterizzavano. Non per l’azione pubblica dello Stato. Non per l’azione economica del sistema imprenditoriale. Non per la produzione di ricerca innovativa “on the edge”. Ma per la combinazione localizzata di pratiche di innovazione radicale, nella produzione di beni comuni, nel presidio e gestione di servizi collettivi, nell’ibridazione tra modelli organizzativi comunitari e logiche di mercato, nella sperimentazione di innovazione locale a base culturale.

 

Filippo Tantillo richiama queste esperienze e testimonianze, che gran parte della classe politica nazionale ignora o tratta con malcelata sufficienza. Chi invece, come molti di noi, ha (aveva) la fortuna e l’opportunità di recarsi nei luoghi che nutrono queste pratiche – dall’interno della Sicilia, fino all’Appennino centrale, alla montagna dimenticata del Nord-Ovest – conosce l’emozione che questa cascata di diamanti, oro e lapislazzuli lascia nella memoria. Impossibile non rimanere abbagliati da tanta intelligenza, dalla capacità di visione unita all’amore per la propria terra, dalla raffinatezza dei ragionamenti e dalla capacità di metterli a terra in pratiche ed esperienze concrete. Ah, si badi: nessun “sussidio”, nessun “assistenzialismo”, semmai capacità di utilizzare in modo creativo ed efficace le risorse pubbliche, combinandole con quelle private e con l’azione collettiva di persone e comunità locali.

 

Potremmo definirle esperienze di messa in pratica della “capacità critica”: nuove forme di azione collettiva che non si basano solo sui “soliti” repertori di protesta, ma si concentrano su pratiche materiali e sulla produzione/distribuzione di beni e servizi per soddisfare le esigenze della vita quotidiana. Sono esperienze che cercano di disegnare nuovi modelli organizzativi e nuove pratiche economiche e che, nel farlo, realizzano i propri obiettivi di mobilitazione. Sono – per ricorrere alla terminologia di Erik Olin Wright – vere e proprie utopie reali: nicchie di innovazione sociale radicale basate sulla fiducia generalizzata, su relazioni di potere più paritarie ed eque e su modalità più giuste, rispettose dell’ambiente e innovative nella produzione e distribuzione di beni e servizi che abilitano le capacità di cittadinanza. Alla base della loro nascita, quasi sempre, c’è l’azione di imprenditori sociali che sono stati capaci di tradurre la “capacità critica” – l’indignazione morale, l’impegno civile, la visione politica – in modelli organizzativi, in ruoli, filiere e sistemi produttivi e insediativi. Modelli dove la vita quotidiana delle persone, il loro ruolo produttivo e la loro partecipazione civile e politica si intrecciano senza soluzione di continuità. E dove l’impegno congiunto per la realizzazione di uno stato futuro si accompagnava a un senso del “noi”, a una immagine condivisa del futuro collettivo.

 

Di fronte a tanta ricchezza e varietà, la domanda che sorge è: ma perché tutto questo non diventa classe politica? Perché queste persone, la loro esperienza, le pratiche e i modelli che hanno contribuito a generare non fanno il salto di scala? Perché quando vado a votare per le elezioni amministrative e per quelle politiche non posso “mettere la X” su queste persone? Perché queste visioni di futuro e le pratiche che le attuano non ispirano i programmi dei partiti? Me lo sono chiesto tante volte, come chiunque abbia contezza della preziosa varietà che contraddistingue i nostri territori. La risposta, come purtroppo sappiamo, guarda nella direzione di una politica incapace di cogliere queste tendenze, di metterne a valore i protagonisti, di tessere relazioni paritarie e sistematiche – e non solo strumentali e sporadiche – con l’innovazione sociale radicale a base territoriale. Prima o poi, forse, qualcuno se ne accorgerà.

* Filippo Barbera, sociologo e membro dell’Assemblea del ForumDD 
* Foto di Xavi Cabrera su Unsplash  
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