Sosteniamo le persone e le realtà che investono sui territori

Antonio De Rossi

Dal nord al sud l’innovazione sociale a base culturale, sviluppata dentro percorsi di rigenerazione e di cittadinanza attiva, ha preso molteplici forme, tutte nate in sinergia con il proprio territorio d’azione ma anche capaci di interagire con reti sovralocali

Sovente, mi capita di presentare casi di rigenerazione e di riattivazione di luoghi e realtà delle aree interne e montane italiane in convegni e workshop per l’Europa, come ad esempio in Svizzera o in Francia. Le platee restano sempre profondamente colpite, rispondendo con un doppio registro di reazioni. La prima è: ma come è possibile che sulle vostre montagne sia capitato tutto questo? Non ci sono politiche di governi centrali e federali, di dipartimenti e cantoni, che impediscano tali processi di marginalizzazione? La seconda reazione è meno scontata: ma come fanno queste comunità a mettere in campo tali straordinarie progettualità e pratiche di rigenerazione da sole, senza supporti? Per uno svizzero e un francese sarebbe impossibile. E’ la conferma di quanto detto anche da Filippo Barbera.

 

Pier Luigi Sacco, tra i massimi esperti di economia della cultura e recentemente Special Adviser del Commissario Europeo all’Educazione e alla Cultura, ripete incessantemente che se oggi c’è un’eccellenza che viene riconosciuta dagli altri paesi all’Italia è proprio l’innovazione sociale a base culturale, sviluppata dentro percorsi di rigenerazione e di cittadinanza attiva che nel corso degli ultimi anni hanno preso le forme di decine e decine di varianti e tipologie diverse, ognuna nata in stretto rapporto col proprio terreno d’azione ma anche capace di interagire consapevolmente con reti lunghe e sovralocali.

 

Come Filippo Tantillo, negli ultimi anni ho attraversato il paese di lungo e in largo, chiamato da comunità locali che cercavano figure di supporto ai loro progetti rigenerativi, o per presentare libri come “Riabitare l’Italia”. Ne emerge una mappa di esperienze di innovazione ricchissima e articolata, cento e cento fuochi che brillano soprattutto lungo gli spazi di margine, dove la rarefazione delle persone e delle cose, l’affievolirsi di rendite di posizione e di apparati normativi sembra aprire e permettere strade – a differenza dei territori metropolitani, sovente in situazioni bloccate e di stallo – a forme di sperimentazione. Certo, si tratta di esperienze fragili come i luoghi su cui insistono, ma originali nel modo di ricombinare risorse ed eredità, competenze e innovazioni, modalità di sviluppo fortemente intrecciate con l’ambiente.

 

Innovazione sociale a base culturale, nuova agricoltura e microeconomie, cooperative di comunità nella gestione dei beni comuni, pratiche di reinsediamento, rideclinazioni del welfare, trasferimento tecnologico appropriato, valorizzazione delle risorse locali, turismo slow attento ai luoghi, sono solo alcune delle infinite istanze e pratiche che stanno ridisegnando a macchia di leopardo lo spazio delle aree interne e montane.

 

Con un dato particolare che sta emergendo e che deve essere attentamente colto e sottolineato. Il progressivo spostamento, nelle esperienze più innovative e sperimentali, da progettualità limitate alla semplice valorizzazione delle risorse locali, a una nuova visione costruttiva e produttiva degli spazi e delle società interne e montane. Per lungo tempo, a partire dagli ’80 dello scorso secolo, ha prevalso infatti un’idea di sviluppo di questi territori tutta giocata su quello che possiamo definire il paradigma della patrimonializzazione, ossia una valorizzazione della storia, delle tradizioni, dei patrimoni locali in fondo essenzialmente finalizzata al turismo. Questo paradigma della patrimonializzazione, per molti versi innovativo alla fine del secolo scorso anche per riconferire valori simbolici e d’uso a spazi che durante la modernizzazione novecentesca avevano perso qualsiasi valenza, oggi rischia di ostacolare altre visioni e percorsi di sviluppo, decisivi per costruire la reale abitabilità di questi territori.

 

E’ lungo questa linea che oggi si gioca una partita importante, tra chi pensa le aree interne essenzialmente in termini di marketing territoriale e turismo – narrazione e retorica purtroppo diventata potentissima anche tra le amministrazioni e le comunità locali –, di economie estrattive e di consumo dei luoghi, e chi invece vuole costruire una nuova valenza produttiva – produzione in termini di economie locali, di nuove culture, di inedite forme sociali e comunitarie – di questi spazi. Oggi innovazione sociale significa lavorare intorno a questo lato della barricata, e questo comporta sostenere le persone, le realtà, i progetti che operano in questo modo al fine di farle diventare leadership dei territori e del paese.

* Antonio De Rossi, architetto e docente universitario, ha curato il volume “Riabitare l’Italia”
* Foto di Omar Flores su Unsplash  
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