Serve una ricerca pubblica che ci renda meno vulnerabili

L’appropriazione privata della scienza non limita solo la concorrenza economica, ma anche la concorrenza e la cooperazione fra scienziati che possono dispiegare tutte le loro potenzialità solo in un confronto aperto fra direttrici di ricerca alternative. Di entrambi abbiamo subito bisogno in questa drammatica situazione. Per il futuro avremo bisogno di una ricerca pubblica non per generare profitti privati ma per renderci molto meno vulnerabili.. Un articolo di Ugo Pagano

Considerare la conoscenza come bene pubblico globale: modificare gli accordi internazionali e intanto farmaci più accessibili” è la proposta n. 1 del ForumDD. Con la crisi dovuta al coronavirus, l’urgenza di attuare e ampliare quanto contenuto nella proposta è diventata drammaticamente evidente. Due casi comparsi recentemente sulla stampa possono aiutare a chiarire come l’eccessiva privatizzazione della conoscenza degli ultimi anni ha contribuito a renderci impreparati alla pandemia e impongono la scelta immediata di un sistema diverso.

 

Il primo caso è quello di Moderna, una compagnia americana che ha già avuto il permesso di sperimentare il vaccino anti-corona virus sui primi pazienti. Il vaccino sviluppato da Moderna in cooperazione con i National Institute of Health usa l’ingegneria genetica per far generare alle cellule innocui pezzi di virus rispetto ai quali il sistema immunitario ha la stessa reazione che avrebbe con l’intero corona virus. Vengono così generati gli anticorpi che ci difendono.

 

La sperimentazione di Moderna non è solo una buona notizia per la compagnia che ha visto un notevole aumento della sua quotazione di borsa. Potrebbe esserlo anche per tutti noi se non fosse proprio per i problemi collegati alla privatizzazione della conoscenza. In primo luogo il vaccino, se prodotto, sarà costoso perché l’azienda vorrà essere ripagata per un investimento molto rischioso: il vaccino potrebbe non funzionare, il coronavirus potrebbe evaporarsi con il caldo o qualche concorrente potrebbe precederla. In secondo luogo sono proprio tutti questi rischi che limitano lo sviluppo di conoscenze quando il loro scopo è quello di generare profitti ottenuti grazie a dei brevetti. In terzo luogo difficilmente altri coopereranno con Moderna per sviluppare questa tecnologia che sarà in gran parte svolta in condizioni di segretezza e senza quel libero scambio di idee che è un fondamentale motore del progresso scientifico. Infine (ed è questa la cosa peggiore) il fatto che Moderna sia già passata alla sperimentazione clinica scoraggerà i concorrenti e renderà in particolare molto rischiosi tutti quelle innovazioni che possono essere accusate di seguire una strada vicina a quella di Moderna violandone così i diritti di proprietà intellettuale. Viene cioè a disincentivare degli investimenti in ricerca di cui abbiamo urgente bisogno.

 

Il secondo caso apparso sulla stampa (che si spera non sia in qualche modo connesso al primo) è quello della azienda tedesca CureVac che come Moderna è specializzata in ingegneria genetica. I giornali riportano che la brusca sostituzione del CEO americano Dan Menichella con il suo fondatore tedesco Ingmar Hoerr sia avvenuta dopo un incontro del primo con Trump in cui vi sarebbe stato un tentativo di acquisizione esclusiva per gli Stati Uniti del vaccino anti-coronavirus che anche CureVac sta sviluppando. La Commissione Europea ha reagito offrendo alla azienda tedesca un sostegno economico molto sostanzioso. Questo episodio prova come i Diritti di Proprietà Intellettuale (DPI) non costituiscano solo una strategia aziendale per monopolizzare i mercati ma anche un modo mediante cui i governi accrescono il loro potere insieme a quello delle loro aziende. Usando i DPI si ergono barriere protezionistiche ben più impenetrabili delle tradizionali tariffe e restrizioni commerciali.

 

Nella proposta 1 del forum si chiede di fare investire ai singoli Stati una percentuale del loro reddito nazionale nello sviluppo di conoscenze che costituiscono un bene pubblico globale. Si propone che vengano applicate delle sanzioni commerciali contro quella concorrenza sleale che si fa quando si investe solo in conoscenza privatizzata mentre si usufruisce della conoscenza pubblica prodotta da altri paesi.

 

La drammaticità del caso del coronavirus impone di integrare queste proposte con soluzioni ancora più drastiche. Occorre chiarire subito che, visto il numero di vittime, qualsiasi conoscenza relativa alle cure è necessariamente parte di un bene pubblico globale e che ne è vietata la sua appropriazione privata. Si devono finanziare progetti di ricerca pubblici e incoraggiare una discussione aperta nella comunità scientifica sui vantaggi e le criticità di ogni soluzione. Andrebbero, inoltre, dati dei premi anche alle aziende private che forniscono dei risultati anche solo preliminari e rinunciano alla segretezza delle loro ricerche. L’appropriazione privata della scienza non limita solo la concorrenza economica. Essa limita anche la concorrenza e la cooperazione fra scienziati che possono dispiegare tutte le loro potenzialità solo in un confronto aperto fra direttrici di ricerca alternative. Di entrambi abbiamo subito bisogno in questa drammatica situazione. Per il futuro avremo bisogno di una ricerca pubblica che studi i virus esistenti in altri animali prima che facciano un salto di specie e possibilmente produca i vaccini in vitro prima che virus ci attacchino. Non sarebbe una ricerca che genera profitti privati ma sarebbe una ricerca che ci renderebbe molto meno vulnerabili.

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