Le tante ragioni per continuare a preoccuparsi delle disuguaglianze

Il tema del contrasto alle disuguaglianze continua a suscitare perplessità nel nostro paese. Perché occuparsi delle disuguaglianze quando queste sarebbero sostanzialmente stabili? I veri problemi non sono forse povertà, impoverimento e bassa crescita anziché ciò che capita nella parte medio-alta e alta della distribuzione? Se così, di questi problemi dovremmo occuparci, nella consapevolezza delle differenze fra le politiche contro la povertà/l’impoverimento e a favore della crescita, da un lato e le politiche contro le disuguaglianze, dall’altro. Paradigmatico, al riguardo, è l’articolo di Borga su Il Foglio del 26 agosto c.a.

 

La posizione che vorrei argomentare è che certamente ci sono stati periodi nella nostra storia recente in cui le disuguaglianze sono aumentate di più di quanto stia avvenendo oggi. Come rileva Atkinson (Disuguaglianza. Che cosa si può fare, Raffaello Cortina, 2016), se analizziamo l’evoluzione della disuguaglianza, ciò che osserviamo, oltre all’eterogeneità fra paesi, è il peso degli episodi. La crescita della disuguaglianza, in altri termini, non sembra seguire una tendenza continua. Al contrario, si concentra in determinati momenti. Per l’Italia, centrale è stato l’incremento realizzatosi all’inizio degli anni ‘90. Al contempo, l’Italia è, nel complesso, meno disuguale dei paesi anglosassoni e i super-ricchi detengono una quota assai più bassa di reddito nazionale. In questo senso, vanno abbandonate anche la retorica delle disuguaglianze costantemente crescenti e la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio, estendendo automaticamente all’Italia considerazioni che valgono per altri paesi.

 

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Menabò n. 109/2019

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