Le critiche al Reddito di Cittadinanza. Proviamo a fare chiarezza (seconda parte)

Maurizio Franzini, Elena Granaglia e Michele Raitano

Nella prima parte di questo articolo, pubblicata sullo scorso numero del Menabò, abbiamo richiamato la necessità di maggiore rigore analitico nella riflessione pubblica sul Reddito di Cittadinanza (RdC) concentrandoci sulle critiche riconducibili alla questione che abbiano definito del “mancato bersaglio”. In questa seconda parte ci occupiamo delle obiezioni relative a quella che abbiamo chiamato “spinta all’indolenza” e che trovano la loro rappresentazione nell’immagine, ormai un po’ stucchevole, del beneficiario del RdC che invece di attivarsi e cercare lavoro passa le giornate sdraiato sul divano. In quanto segue sosterremo che il RdC ha debolissimi effetti di disincentivo al lavoro; che quando questi si manifestano molto spesso è per ragioni diverse – e ben più giustificabili – dall’indolenza e, anche a causa di ciò, è molto difficile isolare e definire precisamente l’indolenza. Peraltro, se si volessero ulteriormente ridurre quegli effetti la strada maestra è rendere il lavoro più attraente non il RdC più povero.

 

Quelli che non possono lavorare. Partiamo da qui: una quota molto rilevante di potenziali percettori del RdC non è in grado di offrirsi sul mercato del lavoro per cause personali o familiari (emarginazioni, responsabilità di cura dei minori) ovvero ha probabilità praticamente nulla di trovare lavoro (si pensi ai disoccupati di lunga durata a bassa istruzione).

 

Rispetto all’Italia, sono interessanti alcuni dati forniti dall’Anpal e contenuti nel recente rapporto Caritas sulla povertà: dei 3 milioni di percettori del RdC, meno della metà è stato definito abile al lavoro e dunque ha firmato un patto di servizio. Fra questi, più del 70% ha un titolo di studio che non supera la scuola secondaria di I grado, vive in territori con bassa domanda di lavoro e, frequentemente, è disoccupato di lungo periodo. Non c’è da stupirsi: se abbiamo uno schema di contrasto alla povertà è perché ci sono soggetti che hanno bisogno di un sostegno monetario. Piuttosto che in trappole di povertà e di disoccupazione, sono invischiati in trappole di opportunità.

 

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Maurizio Franzini, Elena Granaglia e Michele Raitano – Menabò n. 136/2020

 

Photo by Dan Meyers on Unsplash

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